L’incontro di Paola Pica
di Paola Pica 20 febbraio 2010
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E poi più niente. Solo lei nel buio di quella strada tortuosa che si inerpicava su per la collina; così pittoresca di giorno, eppure così triste di notte. Tristezza, ecco cosa l’aveva invasa. E solitudine. Paura, anche.
Strano, avevano sempre tentato tutti di farla riflettere sulle cose terrificanti che potevano accaderle per quella strada, ma mai e poi mai aveva provato paura.
…Incontri terribili dovuti ad una gomma bucata, oppure abbordaggi da parte di giovinastri e maniaci. Se ne raccontavano, o forse semplicemente se ne temevano, pensava lei, di tutti i colori. Ma niente le aveva mai infuso il senso di paura che aveva provato nell’incontrare se stessa quella sera. L’aveva vista lì, sul ciglio erboso della curva, con l’andatura altera e trasognata, ma con lo sguardo vigile senza più rimpianti. Vigile, s’era detta nel guardarla, ma poi aveva deciso che era semplicemente acceso da qualche pena recente. L’aveva guardata ancora e aveva scorto le belle gambe, i tacchi alti, il corpo ben fatto che aveva fatto sognare molti…poi, d’un tratto, il tonfo al cuore e la paura…Era buio pesto, come poteva aver notato tutti quei particolari? Lo sguardo, perfino.
Eppure l’aveva vista bene e sapeva che quello sguardo teso, inosservato da chi s’era sempre fermato alle fattezze fisiche, era lo specchio sempre più cupo eppure vivo della sua anima che continuava a ribellarsi. Solo allora, d’un tratto, le era venuta la certezza che la donna era la sua immagine speculare: stesso abito aderente, stessi capelli ondulati e rossi nel collo rialzato dell’ampia giacca nera. Rossi!…Come poteva aver notato il colore, in quel buio pesto in cui neppure un faro aveva illuminato la corsia opposta? Aveva guardato nello specchietto retrovisore e lei era là, non solo una sagoma che spariva nella notte, ma nettamente delineata nei particolari di forma e di colore. Leggi tutto
Il capro espiatorio di Paola Pica
di Paola Pica 20 febbraio 2010
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“Come, come?… Continua. Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni. Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa. Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”. Leggi tutto
Ibis di Olga Karasso
di Olga Karasso 10 novembre 2009
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Allora si fecero avanti i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo per metterlo alla prova. Egli, però, emettendo un profondo sospiro, disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico che mai sarà concesso un segno a questa generazione”. Quindi, lasciatili, montò di nuovo in barca e se ne andò verso l’altra riva. (Da Vangelo secondo Marco)
In quel nido scuro di zecche e pulci furono gli occhi a colpire. Occhi neri e umidi imploranti compassione e cibo, ma forse molto più. Non esigevano probabilmente nulla ma rividi lo sguardo malizioso e innocente di mio padre, gli occhi elemosinanti degli orfani del mondo senza vergogne né pudori falsi. Non racconterò ciò che mi spinsero a fare per il rispetto che nutro nei confronti del mistero della vita e della sua tessitura. Dirò soltanto che, esasperati dalla gestualità e dal timbro di voce sovreccitato, gli addetti aeroportuali di Linate, dopo avere atteso ore e visto, mi domandarono con il sarcasmo tipico di molti maschi se fosse per lui che avessi inscenato tutto quel pandemonio tra Spagna e Italia. Era già notte e, nonostante le lacrime e le proteste sincere e ad arte, non lo liberarono ma dovetti tornare il giorno dopo.
A mezzogiorno, Ibiscus, il maiorchino, entrò così nella mia o meglio – un’ora e mezza dopo – nella vita di mia madre in un momento in cui avevo cessato di scrutare gli occhi della gente in cerca di risposte, in un momento in cui mi riusciva difficile credere di essere viva o che gli altri lo fossero. Ibis era vivo, fremeva di vita, raccoglieva tutto senza porre condizioni nell’attesa paziente che qualcosa o qualcuno nel mondo lo amasse. Io? Le elucubrazioni filosofiche di una vita sul divino, l’intellettualismo mal digerito di cui mi ero nutrita, i vagoni di domande lanciati nello spazio cui niente o nessuno aveva atteso, la cupa dolorosa sensazione di vaghezza e di vuoto al centro del petto, l’assenza di ogni legittima gratificazione, tutto scompariva dinanzi alla profondità insondabile dello sguardo di un cane piccolo e spelacchiato che stava di fronte fissandomi come se fossi una regina o non oso dire chi. Leggi tutto
Se l’amore ferisce di Giuseppe Maiolo e Giuliana Franchini
di Giuseppe Maiolo 16 ottobre 2009
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Glielo aveva detto con gli occhi arrossati e gonfi come di chi ha pianto per ore. Si era portato a sedere lentamente e le aveva sussurrato guardandola negli occhi: «Appena tutta questa storia sarà finita staremo insieme, te lo giuro».
A Silvia balenò rapido il pensiero che una volta di più avrebbe dovuto credere alle sue scuse. Di tempo ne era passato parecchio, ma aveva sempre cercato di coltivare l’idea felice di una prospettiva e di un sogno da realizzare. E proprio questa specie di fiducia l’aveva aiutata a resistere alla solitudine del cuore. Negli ultimi tempi l’amarezza e la rabbia si erano insinuate spesso dentro di lei come un tarlo che scava gallerie invisibili, ma aveva fatto di tutto per tenere a bada il risentimento e ora sentiva premere tra le costole e il cuore un dolore pungente che solo in parte proveniva dalla necessità di condividere la sofferenza di Roberto.
Il venerdì pomeriggio era il momento in cui lei poteva permettersi le pulizie generali. Aveva talmente poco tempo che le riusciva di fare la spesa, lavare e stirare solo in quella giornata prima che Gaia tornasse da scuola. Era un po’ in ritardo sui tempi soprattutto perché non aveva ancora avviato i preparativi per il suo compleanno. Pensò che avrebbe dovuto fare più spazio che poteva, spostare qualche mobile ed eliminare gli oggetti più delicati, se voleva far entrare in casa quella dozzina di bambini che Gaia le aveva chiesto di invitare per la festa dei suoi dieci anni.
Una scampanellata improvvisa, ma riconoscibile, l’aveva colta impreparata. Non si aspettava che Roberto venisse così in anticipo: lo sapeva impegnato con il lavoro e impossibilitato ad arrivare prima di sera. Gaia fin dal mattino era tutta agitata perché ricordava la promessa che lui le aveva fatto quando aveva detto: «Arriverò la sera prima del tuo compleanno e starò con voi per tutto il fine settimana».
Per prima cosa aveva pensato che quell’anticipo fosse una sorpresa e percepì sul volto un riflusso improvviso di sangue che le procurò un certo piacere. Dal citofono aprì il portone senza accertarsi chi fosse. Tolse il grembiule, riordinò in fretta i capelli e cercò di rendersi più attraente, come una ragazzina al primo appuntamento. Si preparò ad accoglierlo con l’entusiasmo che aveva sempre quando potevano stare insieme. Ogni volta provava la stessa emozione e la medesima agitazione che aveva vissuto da adolescente. Leggi tutto
Epopea di Malo: da Quarto dei Mille al Pasubio, al fiume Don
di Silvio Eupani 8 agosto 2009
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La fine dell’eroe della Resistenza Domenico De Vicari, Alpino della “Julia” combattente sul fronte jugoslavo, fu agghiacciante, teatrale. Dopo l’episodio del colle Montepian – autentico “preludio” della Via Crucis che tre mesi prima, l’8 settembre 1944, il nostro Arciprete Mons. Bartolomei aveva promesso con voto solenne di edificare sull’erta del colle -, Domenico fu trascinato nella casa dei genitori in via Porto al Proa per l’ultimo incontro disperato con mamma e papà: continua la “Via Crucis”! Mamma Caterina strinse al cuore per l’ultima volta quel figlio martire, mentre papà Bortolo veniva strattonato dai giustizieri perché rivelasse il nascondiglio dell’altro “ribelle”: il figlio Giovanni Battista, sergente partigiano della Brigata “Battisti”, e dei suoi compagni di lotta. Deliranti raffiche di mitra contro il soffitto, a sigillare la volontà omicida dei nazifascisti. Unica possibile spiegazione di tanto accanimento contro questo giovane e la sua famiglia: il ferimento o l’uccisione – non si sa nulla di certo – di un camerata o nazista nello scontro a fuoco avvenuto il giorno prima in località Lambre. Domenico fu poi rinchiuso in un’aula delle Scuole Elementari di Via Loggia, inutilmente interrogato perché rivelasse i nomi di altri “ribelli”, riempito di botte e abbandonato per una notte intera in condizioni fisiche disperate. Il giorno seguente: sabato 2 dicembre 1944, i nazifascisti costrinsero gli abitanti di Malo ad uscire dalle loro abitazioni e a radunarsi in Piazzetta Vecchia. Vi si dovettero recare anche i familiari di Luigi Pamato, ancora ignari della tragica sorte del congiunto, ucciso nello scontro a fuoco di Lambre combattendo a fianco di Domenico.
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Il tempio del sole di Nicla Morletti
di Nicla Morletti 5 agosto 2009
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Si conobbero a Capri una sera d’agosto sulla veranda di un albergo. Lui, ricco aristocratico inglese, bello, simpatico, alto, disinvolto, biondo, terribilmente solo. Lei, bruna, gli occhi verdi, le curvature del corpo perfette, desiderosa d’affetto.
Sotto l’incanto della magica notte stellata, tra i profumi di zagare e limoni sospinti dal vento, si guardarono a lungo, quindi l’uomo, più audace, si avvicinò a lei, sfiorandole con la bianca camicia di seta, il seno. I capezzoli s’indurirono e lui, stavolta, li toccò con il palmo della mano.
Un brivido percorse le belle membra della donna che, turbata, si voltò di scatto posando lo sguardo sui faraglioni che, alla luce della luna, sembravano essere emersi da un mare d’argento.
Nell’aria regnava la quiete, rotta soltanto dallo strimpellare di una chitarra lontana e dal frinire dei grilli.
L’uomo si fece di nuovo coraggio e la baciò languidamente sul collo, sfiorando con una coscia quella di lei.
- Mi chiamo Eva Doretti. – Balbettò, quasi arresa.
- Che importanza ha il nome, la data o il luogo di nascita… Siamo tutti figli del tempo e come tali, legati all’eterna catena del “Samsara”.
Nelle mie vite precedenti, so di aver vissuto come schiavo, re, padrone, servo, profeta, mendicante, selvaggio, santone, sciamano.
Oggi potrei essere un ricco, un povero, un ladro, una spia, un assassino, che differenza fa? Il bello è che io sento vivere in me tutti questi personaggi, e sono contento, perché la cosa che conta per lo spirito è fare esperienza. -
- Allora tu credi nell’immortalità dell’anima! - Aggiunse lei.
- E dell’amore. – Rispose l’uomo. I suoi occhi azzurri brillarono come fari nella notte.
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I treni di Alina di Olga Karasso
di Olga Karasso 2 luglio 2009
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Superba invenzione! La migliore in assoluto. Il popolo delle automobili e degli aerei non sa che cosa si perde!
Ad Alina piaceva viaggiare in treno. Le era sempre piaciuto. Punta di snobismo. Professava che il lieve ritmico sballottamento dei treni, pur rotto da veri e propri scossoni, le funzionava da perfetto ipnotico. Come quando da piccoli qualcuno ti cullava per farti smettere di strillare. Nei casi favoriti. Era seriamente convinta che il corpo dovesse averne profonda memoria e nostalgia per accettare, così volentieri, persino lo stridore delle ruote sferraglianti contro i binari.
Sistema formidabile per rilassarsi senza sensi di colpa per una natura essenzialmente indolente. Pigra. Alina si divertiva a raccontare che era oltremodo felice di pagare qualcuno che le trasportasse in giro la carcassa, permettendole di spiare gli altri senza sforzi sovraumani. Treni di lusso. Su treni sgangherati. Faceva lo stesso. Su quelli lerci che secondo lei pizzicavano di vita più degli altri. Minimo una doccia al giorno? Poco salutare. Come se la modernità del lavarsi troppo togliesse energia e anticorpi. Buonumore. Riteneva che lo scampanellio annunciante il sospirato carrello con bevande e panini, altro non fosse che il segnale di un imminente apporto magico da altra dimensione. …Il buon profumo dei panini fumanti con enormi würstel e senape della sua infanzia, sugli infiniti treni diretti a Vienna. Carrozza di prima classe. Indissolubilmente legati al tenero ricordo del padre che si tranquillizzava soltanto dopo averla vista mangiare. Fisime delle precedenti generazioni. Il resto aveva relativa importanza. La vita era stata spudoratamente scorretta nel servire loro la più trucida delle guerre. Le persecuzioni. Non mi fare arrabbiare! Finiscilo senza ulteriori capricci! Su, Alina, un ultimo piccolo sforzo per fare contento il tuo papà! Ancora questo pezzettino e poi basta. Te lo prometto. Se farai la brava, appena arriveremo ti compererò…
La seconda classe con inevitabilmente qualcuno che, chino su un borsone per nascondersi agli sguardi indiscreti, tirava fuori impacciato panini gonfi di salame e formaggio. Coca Cola. Aranciata. Vino. Molto meglio, mi creda, portarli da casa. Si spende di meno e sono, ci potrebbe giurare, migliori. Sai almeno che cosa mangi. Gradisce? …No davvero? Non faccia complimenti! Ho la borsa piena. …Mi fa piacere che accetti. Come lo preferisce? Lo vuole con…
L’odore acre del ferro e delle leghe che il sudore umano si illudeva, si illude di avere ammansito. Leggi tutto
Alba e tramonto di Lenio Vallati
di Lenio Vallati 30 giugno 2009
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Alba e tramonto -
Tu sei l’alba,
i vestiti
ancora aspersi di rugiada
nel cuore i misteri della notte
e negli occhi luccichii di stelle.
Io sono il tramonto,
foglie secche nell’anima
e negli occhi
rossastri bagliori
di un sole cadente.
Ma dentro sento
tanta voglia d’amare
come se io e te
non fossimo poi
così diversi
in fondo,
soltanto il giorno ci divide.
*** Leggi tutto
Il miliziano di Roberto Tamagnini
di Roberto Tamagnini 27 giugno 2009
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La giornata era soleggiata, calda, le fronde delle palme si piegavano appena alla brezza leggera che proveniva, carezzevole, dall’oceano.
La luce era violenta sul mezzogiorno ed acquietava il rumore ed il lavoro del piccolo porto; le barche dondolavano appena sulle piccole onde; un sentore di pesce affluiva dalle casse, ormai vuote, che si accatastavano sulle calate e nei vicoli.
L’aria, pesante, nonostante la brezza, faceva indulgere all’assopimento ed era ciò che succedeva al giovane Fernando, che si riparava all’ombra di una baracca, nel pulviscolo dorato, con la schiena appoggiata alla parete, sentiva che gli occhi gli si chiudevano, mentre la mente gli si apriva e pensava alla sua vita.
Nei vicoli maleodoranti, nelle baracche ferveva una vita miserabile, un magma di sogni e di peccati; torme di ragazzini semi-legittimi correvano per le stradine, pronti ad ogni avventura.
Fernando si era ormai sviluppato, non molto alto, ma robusto, il viso affilato tendeva ad indurirsi, i tratti erano appena marcati, ma gli davano un’aria virile al di sopra dell’età.
Soldi non ne aveva, tranne quelli che riusciva a procurarsi con qualche traffico più o meno lecito. Non si azzardava ancora ad entrare nei giri che contano e che lui aveva intravisto; era smanioso di cominciare, di fare soldi.
Fernando era di intelligenza acuta, diventava riflessivo quando occorreva prendere delle decisioni, allora la sua banda di ragazzi ne rispettava i silenzi, sapendo che lui avrebbe agito per il meglio.
Non capiva nulla né di politica, né di economia, vedeva solo il luccicare del denaro che dava potere e poteva comperare corpi, anime e belle auto luccicanti. Leggi tutto
Il tarlo nella mente di Paola Pica
di Paola Pica 9 giugno 2009
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La “libertà ritrovata” intorno ai quaranta ha quasi sempre un effetto inebriante sugli uomini, che si ritrovano a disposizione di nuovo gli stimoli giusti per far fronte alla normale crisi dell’età. Volare di fiore in fiore fornisce loro l’afrodisiaco necessario a rivitalizzare quel ritmo che Madre Natura stava per placare, indirizzandolo verso piaceri più pacati e duraturi. La solita vecchia storia: perché fermarsi, adesso che il bello è non solo cominciato di nuovo ma sembra non avere fine?
Quando si erano incontrati, infatti, Germano aveva quarantasette anni e era un professionista arrivato, con la disponibilità economica di cui un dentista gode di solito in Italia; era di bell’aspetto…aveva, praticamente, tutto…compresa una figlia adolescente, da usare come alibi, quando non sapeva come liberarsi di qualche donna un po’ troppo pressante. A sentirlo parlare, passava con Veronica, la ragazza in questione, quasi tutti i sabato sera e spesso partiva con lei per il finesettimana.
(…)
Attraverso il vano della porta, dal soggiorno,Sara lo aveva visto chiaramente di spalle prima e poi, mentre si dirigeva nella loro direzione nell’alone di luce della lampada sulla consolle dell’ingresso, per un attimo, e mentre entrava nella luce piena della lampada a stelo sulla sinistra della porta. Il suo metro e ottanta abbondante si stagliava nitido adesso e il taglio perfetto della sua giacca lo faceva, forse, apparire un po’ più sottile di come non doveva essere. Il sorriso era il più candido che ricordasse di avere mai visto…ma era un dentista, no?
Stretta di mano a tutti, anche a lei, la nuova a tavola quella sera, a cui riservò anche una specie di piccolo inchino, quasi impercettibile, con la testa, mentre gli occhi scuri si infilavano letteralmente nei suoi.
Come da copione, dopo i saluti e le strette di mano:
- Scusate il ritardo, ma Veronica mi ha chiesto di accompagnarla al Gilda oggi pomeriggio, senza chiedermi di andarla anche a riprendere. La sua telefonata in proposito mi ha beccato mentre facevo la doccia e mi preparavo per venire qui. Credevo di farcela…ecco perché non ho chiamato.-
Coro: – Va be’…va be’…tanto lo sapevamo. –
(…) Leggi tutto






