Per Maria quella era stata una giornata bellissima! Sebbene la sera precedente mamma Tommasina le avesse detto che la mattina dopo poteva dormire di più perché aveva già provveduto a preparare il pranzo della domenica, Maria aveva aperto gli occhi prima del solito.
Erano gli ultimi giorni di dicembre e, al mattino, la casa era fredda. Nella cucina economica, il carbone era stato preparato nel fornello sin dalla sera precedente. Maria sapeva bene come accenderlo! Presto il piano metallico superiore, surriscaldandosi, avrebbe irradiato un bel tepore in tutto l’ambiente.
Desiderosa di fare una bella sorpresa alla mamma, mise il latte a bollire nel solito bricco e preparò ogni cosa per la prima colazione. Quando i fratelli e i genitori si fossero svegliati, avrebbero avuto il piacere di ritrovarsi intorno al tavolo tra tovaglioli colorati e tante cose buone. Forse tutti le avrebbero dato un bacio e la mamma le avrebbe detto: «Maria, sei stata brava!»
Questo, in realtà, non era accaduto perché mamma Tommasina non aveva fatto colazione, il babbo le aveva portato il caffè in camera.
Quella domenica, tutti avevano voglia di dormire e, svegliandosi in tempi diversi, avevano inzuppato i biscotti nel latte quasi senza vedere la tazza, né la graziosa tovaglia a quadri bianchi e blu. Maria, però, quella mattina era così contenta che non si era curata affatto delle facce assonnate dei suoi cari ed in cuor suo aveva attribuito il loro difficile risveglio a quel cielo nero come la pece che non prometteva nulla di buono. Solo papà Gaetano l’aveva baciata sulla guancia e, proprio come lei aveva sperato, le aveva detto quel “brava” che si sarebbe aspettata dalla mamma.
Finito l’andirivieni, Maria riordinò la cucina come faceva sempre quando Santina, la domestica, aveva la giornata libera. [Continua...]
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Maria. Mai più come una volta di Adalgisa Licastro
Profumo d’Aranci di Adalgisa Licastro
“Antonio, Antoniooo…, portami il cappello! Questa notte ha gelato tutta la campagna, e la mia testa ghiaccerà tra un po’!”
“Don Luigi non fate tanto chiasso che la signora Annetta si sveglierà di colpo e riprenderà a lagnarsi della sua lombaggine ostinata.”
Antonio conosceva Annetta e Luigi da quando era nato; la sua mamma gli dava la pappa e gli cambiava i pannetti nell’ampia cucina dei signori Vandalia, nobile famiglia spagnola discendente da Filippo IV, re di Spagna che diede alla cittadina siciliana dignità di demanio regio.
I genitori dell’anziano maggiordomo, a servizio dei conti Vandalia, vivevano nella dependance di Villa Flavia, assegnata alla servitù.
Quando Santa aveva saputo di essere incinta, il conte Moreno aveva voluto che Margherita e Stella, due giovani bellocce e piene di energia l’affiancassero nel lavoro quotidiano per far sì che non si affaticasse e l’andamento della casa non ne risentisse. Negli ampi saloni tappezzati di arazzi e dipinti che richiamavano la scuola del Velazquez, le persiane spesso restavano aperte perché la contessa Marta, donna gioiosa e solare, prediligeva gli ambienti inondati di luce al grigiore di pesanti drappeggi.
“Stella, Margy, voglio che tutto risplenda di giorno e di sera, non sarà di certo il buio a nascondere la polvere. Tanto io la scoverò!”
“Sì, contessa!” diceva Stella, alzando verso di lei il viso rubicondo atteggiato al sorriso.
Margherita (Margy per la contessa) annuiva un po’ infastidita, borbottando qualcosa fra sé.
Non faceva mistero della sua scontrosità, ma si faceva perdonare lavorando per tre, proprio come una bestia da soma. [Continua...]
Le due facce della luna di Adalgisa Licastro
Tobias era troppo vecchio per guardare la luna e sognare: quando gli occhi stanchi per avere visto tante cose, guardano verso il cielo, lo fanno spesso per cercare Dio ed implorare il suo aiuto. Per Tobias che, tutto solo, intraprendeva in salita il sentiero che lo conduceva a casa, osservare i cambiamenti della luna a seconda delle sue fasi, era come assistere ad un bel gioco.
«Ma guarda un po’!» diceva in un soliloquio «questa sera, mia bella signora, hai proprio un bel faccione!» Quando, invece, la luna era calante e lui d’umore nero, sospirava: «cara sorella, stanotte sei brutta e vecchia come me!» In fondo anche così la luna gli stava bene perché, pure se non era piena, gli rischiarava la strada.
Quando nel cielo appariva come una fettina di melone o uno spicchio di limone, a seconda di come la osservava nella sua momentanea immaginazione, Tobias mostrava il suo rammarico e, borbottando le diceva: «sei miserella, eh! Se non fosse per quella piccola stella che brilla accanto a te, non ti vedrei nemmeno!» Se nell’ora del rientro, nuvole nere giocavano a nascondino con la luna o, grevi di pioggia, la coprivano tutta, il suo ritorno a casa diventava triste e silenzioso. Poi c’erano i giorni completamente bui, quando gli alberi neri come la pece, sembravano mostri in agguato, e la notte si spegneva in un impalpabile silenzio. Allora, tutte le stelle del firmamento apparivano solo piccoli lumi. Tobias fantasticava spesso sull’altra faccia della luna, quella oscura e lontana che i terrestri non possono vedere, ma che il sole continua ad illuminare. «Forse un giorno» pensava «quando la luna e la terra smetteranno di muoversi in sincronia, noi uomini curiosi scopriremo il mistero delle cose non viste!» Capitava spesso che Tobias diventasse un po’ filosofo, un po’ pensatore. «L’uomo» diceva «è come la luna, ha sempre una faccia oscura, imperscrutabile, lontana e sconosciuta.
Lui è come il suo destino che solitamente nasconde il suo imprevedibile volto! Gli eventi scorrono: tutto è chiaro nella luce del sole, ma schermata da un angolo buio, sorella morte compone la parola: “fine”». [Continua...]
Lacrime nere di Adalgisa Licastro
<<Luca, sei tu?>> disse Berta ad alta voce. Aveva fatto così piano a girare la chiave nella toppa che neppure Tilly, la cagnetta bianca e nera, si era mossa dal cesto di vimini che le faceva da letto. Un raggio di sole filtrava dall’ampia finestra del soggiorno, un tutt’uno con la porta d’ingresso.
Da quando non era più in vigore l’ora legale alle diciassette era già buio, ma quel pomeriggio c’era ancora il sole! Forse era l’estate di S. Martino che dava l’illusione del ritorno alle belle giornate.
Era probabile però che Luca conoscesse poco l’atmosfera della sua casa in quell’ora del giorno e in quella stagione perché, tranne che per un breve periodo di vacanze, rincasava sempre a tarda sera. Nelle cave di Carrara si lavorava sodo e i turni erano pesanti. In genere, Luca Danieli preferiva fare le sue otto ore di “sepoltura”, così come soleva chiamarle, dalle quattordici alle ventidue, ma quel pomeriggio aveva lasciato la cava ed era tornato a casa.
Berta, sorpresa per l’inaspettato rientro, smise di manovrare in cucina tra i panni da riordinare e la cena da preparare, e corse incontro al marito. <<Stai male?>> gli chiese premurosa, vedendolo accasciato sulla poltrona.
<<Non rompermi le scatole!>> rispose alterato, e lei capì che questa volta “il gomito” lo aveva alzato un po’ troppo!
<<Luca che ti succede? Il giorno in cui è nata Luna, mi hai promesso che non lo avresti fatto più!>> incalzò Berta, ormai profondamente turbata. <<Lasciami in pace se non vuoi che spacchi tutto!>> urlò Luca con una voce rabbiosa e acuta che lei non ricordava quasi più. Puzzava d’alcool tanto da impregnarne l’ambiente. Roberta dominò i conati di vomito, poi, non potendo fare altro, si sciolse in un pianto silenzioso, ma irrefrenabile. Per non farsi notare ed allentare la tensione emotiva che la scuoteva, si rifugiò nella veranda, continuando a sciorinare i panni accatastati in una bacinella. Tra poco sarebbe andata a prendere Luna presso la suocera: era lei che s’incaricava di tenere la piccina con sé, al rientro dall’asilo nido dove restava solo metà giornata. Indossato il solito impermeabile, Berta sgattaiolò da casa prima del previsto, temendo di non poterlo più fare. [Continua...]
Francis Bacon – La Visione del futuro di Daniela Quieti
Originalità della proposta baconiana -
Non casualmente, in questo primo scorcio di ventunesimo secolo, in cui forse la civiltà industriale ha raggiunto il suo culmine, la personalità e l’opera di Francis Bacon possono destare un nuovo interesse.
Infatti egli appare oggi come colui che, recependo i fermenti e i problemi del suo tempo, tracciò alcune linee fondamentali programmatiche dell’era moderna, iniziandone il processo di trasformazione che influenzerà la società, attraverso un nuovo modo di pensare (nel senso di modus cogitandi).
Tra la fine del 1500 e i primi decenni del 1600, l’Europa era attraversata da un vento di rinnovamento scientifico-culturale.
Il tradizionale metodo conoscitivo basato sull’ autorità aristotelica, consistente nel procedimento del sillogismo e della deduzione, viene considerato inadatto a rendere indubitabile il potere dell’uomo sulla natura.
Da qui, l’esigenza di un nuovo sistema induttivo, basato sulla sperimentazione e sulla raccolta dei risultati di indagini sistematiche.
Francis Bacon seppe interpretare questo nuovo bisogno del sapere.
Ma, a distanza di secoli, l’uomo è riuscito veramente a controllare le forze della natura? Benedetto XVI, nell’enciclica Spe salvi, dichiara: “Il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero ‘regno di Dio’. Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l’uomo ha bisogno … Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano”.’ [Continua...]
Missione I.Z. di Lorenza Lucchi
Dal Capitolo I -
Cielo azzurrino, chiaro, tagliato, solo, guardando dal basso, come lei stava facendo, dal cavo elettrico che passava sopra la casa, in alto. Un rombo in avvicinamento, un elicottero che sembrava arrivare ma si allontanava in cerca di una direzione. Luce in faccia, diretta, non ne arrivava, la copriva l’ombra di un frondoso albero di limone. Nei cespugli giocavano ancora, in quella stagione, cuccioli di gatto, simili per forma e dimensioni e diversi per colore. Stranamente ripensava ad un luogo lontano, dove era stata per un certo periodo e dove le cose erano ingigantite nelle loro dimensioni e intensità; là, erano cuccioli di leone, il caldo asciugava tutto e le distanze erano immense; il tempo sembrava scorrere più lento.
Anche i pericoli erano più grandi nel Gabon, dove il pensiero andava ogni volta che nella mente rivedeva l’immagine delle indimenticabili cascate nel parco nazionale di Ivindo, ma bisognava essere pronti ad affrontarli, quasi in attesa; lì invece, dove tutto era apparentemente più facile, un gioco, per chi vive nel rischio della vita, c’erano comunque insidie nascoste, pericoli improvvisi, bruschi cambiamenti e un tempo veloce a portare via gli attimi, i giorni, gli anni, gli amici, senza il tempo di fermarsi, di cercare, perché c’è di nuovo da fuggire o aspettare una nuova chiamata, una nuova missione e restare in ascolto, in silenzio, nel vuoto, per gli altri.
Si ostinava a fare appello alla giustizia ma solo per un bisogno interiore di trovare riparo dal caos circostante, una giustizia nella quale ormai non credeva quasi più, non aveva esempi di una simile forma di fermezza, di equilibrio, al di sopra delle parti, nel mondo in cui si trovava a combattere; là dove le umane viltà trovavano consenso e si nutrivano e moltiplicavano come esseri informi e viscidi che, dandosi la mano, si univano in un lungo cordone mellifluo e gelatinoso, dal quale non si staccavano. [Continua...]
Note senza fine di Adalgisa Licastro
Quella era una casa come tante altre, e cioè “normale”; chissà poi perché chi ci abitava amava definirla così!
Antonietta Partinico ne era la padrona incontrastata, “normale” anche lei, se per tale s’intende ancorata alla routine e priva di ambizioni. Quando aveva sposato Guglielmo Tauriello, il loro matrimonio era stato dato per scontato già da un pezzo. I due, vicini di casa, avevano frequentato insieme la scuola elementare e sperimentato quei primi giochini di un eros bambino che, nel caso loro, era stato preludio all’intimità.
Antonietta e Guglielmino si piacevano ed erano inseparabili e, così, quando a lei erano spuntati due seni turgidi e tondi e a lui la voce era diventata cavernosa e il petto villoso, era giusto che si pensasse alle loro nozze.
«È ovvio che Antonia e Guglielmo si sposino!» aveva detto Rachele, la madre di lei che, vedendo la figlia un po’ scialba e sempre appiccicata a Guglielmino, pensava che, affibbiargliela per tutta la vita, fosse la soluzione migliore.
«Hai ragione, Rachele!» aveva risposto Rosella, che vedeva bene quella ragazza così garbata accanto a quel figlio buono come il pane. I due promessi, erano diventati sposi negli anni cinquanta quando, finito da qualche tempo il secondo conflitto mondiale, era stata superata la fase più critica del dopoguerra. A conclusione di eventi tragici che avevano portato dolore e morte in quasi tutto il mondo, ognuno aveva vissuto la propria tragedia e condiviso quella degli altri, senza possibilità d’appello. A mano a mano che gli eventi drammatici si allontanavano, alla totale destabilizzazione della quotidianità, era seguita una lenta risalita che aveva reso preziosa la quiete conquistata. Le deportazioni di massa erano finite, i soldati erano tornati dal fronte, ma restavano le città distrutte, le famiglie smembrate, i tanti reduci monchi o imbalsamati sulle carrozzine, le molte vittime delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, nel centellinare lento di sofferenza, preludio della fine annunziata. Le lacrime di chi non aveva più voglia di ricominciare, diventavano neve per il gelo del cuore. Nei più giovani, però, rinasceva la fame di vita insieme a esplosioni di entusiasmo e smodata voglia di felicità. [Continua...]
Martino il marziano di Gabriella Tabbò
Una incredibile novità a Luponia -
E’ già scesa la notte nel Paese di Luponia, coperto dalla bianca coltre della neve di gennaio, che dagli altissimi monti che lo circondano, nasconde tutto: le case, i campi, le piste da sci, le strade, simile ad una lucida glassa bianca su di una gigantesca torta. E’ una notte buia, limpida ma così fredda, così fredda, che, se si parlasse all’aperto, le parole si scriverebbero come nei fumetti e resterebbero sospese sulle teste delle persone in forma di nuvole per qualche minuto, finché il vento le spazzi via. Ma ora il silenzio domina sovrano, creando una sensazione magica, irreale, e ogni cosa pare stranamente sospesa in attesa di qualcosa, che renderà questa notte UNA NOTTE SPECIALE. Le strade, illuminate dai gialli lampioni antinebbia, sono completamente deserte, gli abitanti stanno tutti chiusi nelle loro case o nei bar e nei pubs o nei ristoranti e in giro non c’é anima viva.
Più esattamente, NEL PAESE , non c’è nessuno per strada, MA … dalle parti del bosco …
Sotto l’immensa volta del cielo, punteggiata dall’infinità delle luci delle stelle, non molto diversa dal cielo di carta metallizzata, spruzzato di brillantini dorati, di un presepio, qualcosa di infinitamente piccolo è apparso nei più alti strati. E’ una lucetta intermittente simile a una lucciola, che si sposta freneticamente di qua e di là, a destra e a sinistra, come in preda all’indecisione. Poi, improvvisamente, la luce pare convincersi e si avvicina maggiormente. Per un poco riprende la sua strana danza … sembra allontanarsi … Ma subito ritorna, come se le fosse stato impartito un ordine definitivo e si fionda sulla terra gelata! All’ultimo istante comincia a frenare, per scendere negli ultimi metri ondeggiando lievemente con la grazia di una libellula, anche se veramente assomiglia molto più ad una medusa lattiginosa, bianchiccia, e fluttuante. Poi la pseudo-medusa cala dalla pancia quattro piedi incredibilmente forti, e il tutto sprofonda di parecchio nella neve soffice, rivelando un peso notevole.
L’essere che è dentro di essa ne esce, rischiando di annegare nella neve stessa, data la sua bassa statura. Ne riemerge sputacchiando, e, alla luce fioca dei fari di quella specie di disco volante, che si vanno spegnendo, pare quasi nudo, tranne per una specie di mutandine bianche sorrette da due bretellone … Ma la cosa più incredibile è il colore della pelle, certamente illividita dal freddo, visto che ha riflessi verdi …. No, per l’esattezza, la sua pelle è DAVVERO VERDE, tutta verde come quella di un ramarro. Non rugosa però, ma liscia e delicata come quella di un bambino, … solo che è verde, innegabilmente di un bel verde smeraldo, non un verdino gialliccio o grigiastro o marcetto, o pistacchio, ma un bel verde forte, indice della sua buona salute e della sua gioventù. E i capelli, folti e ricci, un bel caschetto corto, da maschio, sono del viola delle violette, né più né meno, mentre gli occhi hanno il colore giallo del topazio, proprio come quello di certi gatti. A suo modo, è un bel ragazzo. Certo un tantino insolito … O tale deve sembrare a chi non sa vedere al di là del suo naso e non vuole uscire dalle sue abitudini. Indubbiamente, la bocca, e la testa sono molto grossi, mentre le braccia e le gambe paiono rametti secchi. Ma di sicuro al suo paese (chissà qual’è?) deve piacere molto, e certamente la sua mamma lo ama comunque. Perché è vero il detto che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” e soprattutto che si ama! E il ragazzo ha il passo sicuro di chi ha fiducia in se stesso. Al momento, veramente, arranca penosamente nella neve lasciando orme enormi e insolite. [Continua...]
La siepe del biancospino di Adalgisa Licastro
Almarina percorreva tutte le mattine quei vicoli stretti che conducevano alla scuola Garibaldi attraverso una scorciatoia.
Spingeva un passeggino sgangherato e traballante sull’asfalto sconnesso che le radici degli alberi ai limiti del sentiero, continuavano a dissestare. Nei giorni di pioggia di quell’inverno sempre più uggioso, le pozzanghere costringevano Almarina e Bisen, il bambino di circa sei anni che teneva per mano, a fare lo slalom per scansarle ed evitare che il trabiccolo su cui stava Dasar vi affondasse le piccole ruote.
Quel trasportino, scorticato in più punti, aveva fatto a lungo il suo dovere, conducendo ora qua ora là almeno due generazioni di bimbi.
Almarina l’aveva avuto da Tatiana, una poveraccia come lei che, a sua volta, lo aveva trovato in una discarica ricca di tutto di più. Non era facile per Almarina vivere gomito a gomito con gente sconosciuta e condividere la propria quotidianità con persone dall’idioma diverso, dalle usanze e dalle abitudini più disparate. All’insofferenza per le situazioni precarie dei centri di accoglienza, si aggiungevano fattori di ordine pratico tutt’altro che indifferenti; ma l’illusione di potere realizzare un sogno di benessere e di libertà, rendeva meno dura ogni accettazione.
Non è utopistico pensare che, in molti casi, l’animo esacerbato da un vissuto tragico, si allontani dal proprio dolore per consolare l’altrui, e trovi nella generosità il mezzo migliore per continuare a vivere. Accadeva così a Tatiana e alla giovane Almarina che aveva messo al mondo il suo Dasar pochi mesi prima d’intraprendere quel triste viaggio. Le due donne, di diversa provenienza, si erano incontrate per la prima volta sullo scafo che avrebbe dovuto portarle in Italia. La somala Tatiana era una donna sola, mentre Almarina aveva marito e figli. La famigliola era partita da Durazzo dopo una breve contrattazione di suo marito Sulejman, con uno scafista che si aggirava nella zona del porto. [Continua...]
Fuori… Classe di Lorenza Lucchi
«In a dream a long time ago
We fell in love but what did we know
Years seemed to pass as time took its toll
you ‘re here at last, so why must you go
But tonight you belong to me yeah
Yes, tonight you belong to me,
… Oh, tonight you belong to me, yeah … »
La celebre canzone dei Kiss che raramente la radio mandava, echeggiava nell’abitacolo della Panda blu che Raul aveva preso in prestito dalla madre, mentre stava rientrando a casa. Doveva riaccompagnare i due amici e compagni di gioco, dopo la partita di allenamento del tardo pomeriggio, come ogni tanto accadeva; lui, invece, giocava regolarmente in una piccola società calcistica della sua zona. «Hai già fatto tutto per domani?» chiese uno dei passeggeri a bordo dell’auto. «No, mi manca il ripasso di letteratura, ti rendi conto?» rispose con freddezza Raul.
«Auguri…! Cos’hai da rileggere: anche Foscolo e tutto il romanticismo?» incalzò Flavio.
«No, il romanzo storico e le poesie del Manzoni».
«Va beh! Ci vediamo domani mattina».
«A domani… e portami il cd che ti ho chiesto» aggiunse ancora il conducente.
«Sì, dai, okay e vai piano…». [Continua...]
Non dobbiamo perderci d’animo di Massimo Cortese
Quando mia madre è nata, nel 1922, la nonna aveva quarantacinque anni. Era un periodo difficile, e per una famiglia di povera gente come era quella dei miei, la già difficile esistenza era messa quotidianamente a dura prova da un periodo storico non certo avaro di disordini che in quei tempi erano sempre di casa.
Ho letto, non ricordo più dove, che la prima volta che una bandiera rossa ha sventolato al mondo, questo è avvenuto proprio ad Ancona, dove nel 1914 c’è stata la famosa Settimana Rossa, con tanto di scontri e, purtroppo, di vittime. Chissà quanti giornali dovevano essere stampati in quegli anni, chissà quante speranze, quanto entusiasmo, quante vite spezzate, quanti e quali fermenti: di loro non abbiamo più notizia. Prima che iniziassi a lavorare, mi sono occupato d’una storia del primo Novecento, e ho scoperto che ad Ancona c’era l’Opera Pia del Baliatico per la prole legittima: mi sono sempre domandato e quella illegittima, di prole, che fine faceva? Sembrerebbe una domanda idiota la mia, ma non lo è per nulla, se pensiamo a quei poveri disgraziati: che ne sarà stato di loro?
La miseria nera, la miseria nera, di questa sì che ho sentito parlare come espressione colorita spesso usata da mia madre: anche la miseria aveva un suo colore, il nero del carbone e della disperazione, almeno credo. Le immense privazioni caratterizzavano il clima di quegli anni, eppure non mancavano di certo valori come la speranza, il rispetto, la solidarietà, perché la comunità viveva comunque in un villaggio, e tutto, anche la sofferenza, veniva condiviso. In fondo, quello che ci manca oggi è l’idea della comunità, del villaggio, e non a caso qualcuno ha parlato di villaggio globale, ma non è mica la stessa cosa.
Ma non perdiamo di vista la nostra modesta storia. [Continua...]
Candidato al Consiglio d’Istituto di Massimo Cortese
Mia figlia frequenta la prima elementare di una scuola della periferia della città dove vivo. lo, oltre ad essere rappresentante dei genitori al Consiglio di Interclasse ed al Consiglio d’Istituto, sono pure Babbo Natale uscente. Quando ancora la bimba andava alla scuola materna, d’accordo con le maestre, un giorno di dicembre prendevo le ferie o un permesso orario e interpretavo questo ruolo di cui sono sempre andato molto fiero. L’ultimo anno sono arrivato con dei sacchi di juta quasi fossero gerle, il campanaccio, la videocamera, così le maestre mi hanno pure ripreso, e ho distribuito anche dei regalini: un carro dei pompieri per i maschietti e delle fermezze per i capelli per le femminucce. Quest’anno, purtroppo, non mi si ripresenterà più l’occasione!
Ebbene, ogni tre anni nella scuola frequentata da mia figlia, come del resto in tutta Italia, si tengono le elezioni del Consiglio di Istituto, e siccome è difficile trovare i genitori disponibili a presentarsi, la direttrice indice un’assemblea l’ultimo giorno di presentazione delle liste, in modo da coinvolgere il maggior numero di persone, per poi convincerle a candidarsi. Vengono allora predisposte due liste: una per la sede centrale ed un’altra per le frazioni. Quest’anno il martedì dell’ultima settimana utile per la presentazione delle liste sono andato a scuola a comunicare la mia disponibilità a candidarmi al Consiglio d’Istituto, e un’impiegata mi ha dato un modulo, che io ho preso, sebbene ritenessi inutile prenderlo perché tanto l’avremmo compilato l’ultimo giorno. Su indicazione di Stefania, la Vicepresidente uscente del Consiglio d’Istituto e residente nella frazione pure lei, ho portato la lista da compilare alla locale scuola elementare per prendere le firme.
Ogni anno - dice Stefania – non si riescono mai a trovare le firme per tempo, e poi le diamo alla direttrice come lista delle frazioni.
Così vengono raccolte le firme per la lista che poi Stefania porterà alla riunione di sabato.
Arriva finalmente l’ultimo giorno, il sabato. [Continua...]
Cambio di stagione di Simona Conti Manetti
Ah, finalmente ci siamo!!! Era tanto tempo che volevo scrivere ed ora eccomi qua alla mia scrivania con il computer davanti … Che liberazione! Finalmente potrò dire quello che voglio su chi voglio, tanto non possono mica interrompermi o fare finta di non avere capito!!! No, no, ora sarà tutto nero su bianco e … sotto a chi tocca!
Intendiamoci: non è che il mio scopo sia un massacro sociale ma, credo, una specie di sfogo letterario (o giù di lì).
Questa calda domenica di fine luglio sarà il punto di partenza di questo iter sperimentale nella mia coscienza, sempre che ne abbia una!
Inizierei col dire che tutto ciò che mi accingo a scrivere non ha come fine quello di essere compreso e forse è anche sbagliato partire dal presupposto che qualcuno debba per forza capirti … non lo so!
Sono soltanto certa che scrivo per tirare fuori ciò che ho dentro e che non potrei esprimere a parole perché sarebbero troppo forti, di “disturbo”, direbbero alcuni. Oggi quasi tutti hanno scritto qualcosa, cani e porci, la maggior parte per uno scopo prettamente commerciale … Io me ne infischio del commerciale. Forse questo libro rimarrà per sempre in questa cartella-documenti e chi se ne frega se Marzullo non mi chiederà mai di farmi una domanda e di darmi una risposta!
Mi basterà sapere che la mia testa si sentirà più leggera e libera dai suoi vecchi e malvagi fantasmi alla fine di questo esperimento di auto-analisi computerizzata! [Continua...]
Un’opera dalle molte pretese di Massimo Cortese
E’ tempo di bilanci.
A distanza di un anno dalla pubblicazione del mio primo libro Candidato al Consiglio d’Istituto, desidero riportare le sensazioni e le emozioni che hanno caratterizzato questa mia esperienza. Non voglio annoiarvi, sia ben chiaro, non desidero raccontare per filo e per segno tutto quanto è accaduto, e non tanto per la ragione di non esserne capace: chi mi conosce sa bene che non mi tirerei indietro di fronte ad una tale bizzarria. Riporterò solo alcuni fatti, magari anche i meno significativi: l’importante è la loro idoneità a rivelare uno stato d’animo a metà strada tra il tormentato e il soddisfatto.
La vicenda prende inizio il 14 ottobre del 2008, quando la Casa Editrice organizzatrice di un Premio Letterario, dopo aver ritenuto degno di una segnalazione un mio scritto, mi propose di pubblicarlo. Pur avendo previsto che, prima o poi, anche a me sarebbe stata rivolta una tale proposta, ed in particolare ero certo che quella Casa Editrice l’avrebbe fatto, non ero abituato a gestire certe situazioni. Dalla fine di luglio dell’anno precedente avevo cominciato a partecipare con qualche racconto ad alcuni Premi Letterari, ma non avevo mai avuto alcun riconoscimento, a parte un paio di segnalazioni, qualche pubblicazione passata inosservata ed un avviso di garanzia, che avevo immortalato in un appassionato scritto di cronaca.(1)
Dopo aver firmato il contratto, entrai in uno stato di agitazione tale da perdere il sonno, senza però darlo ad intendere alla mia famiglia.
All’iniziale e naturale euforia, era succeduta la preoccupazione per la responsabilità di un tale passo, che sicuramente mi avrebbe creato delle grane: non avevo però la più pallida idea che una tale percezione sarebbe divenuta, da lì a poco, una triste realtà. [Continua...]
Lettera a Bianca di Gabriella Tabbò
E’ una singolare giornata, quella di oggi, prosieguo e forse conclusione di un periodo di piogge miti ma costanti, primizie di primavera. A metà mattina, poi, si è diffusa un’insolita nebbiolina, nascente direttamente dal mare. Il suo umore vischioso si è posato a terra e ha reso in breve tempo viscidi e scivolosi i gradini dell’ammattonato che scende dal Capo di Santa Chiara verso la strada.
Eppure Giovanni, che aveva deciso fino da ieri di uscire, ha mantenuto il suo programma e sta chiudendo il portone dietro di sé. Sottobraccio ha una busta di medie dimensioni e di forma rettangolare. Esaltato dall’umidità dell’aria, un intenso profumo di glicine, che esala dagli azzurrati, lussureggianti grappoli a cascata sopra il muro di cinta, giunge alle narici con forza dirompente. Ma Giovanni ha un volto chiuso, dove il reticolo delle rughe appare come una siepe di protezione del suo giardino interiore. Sembra avere una lunga dimestichezza col silenzio, quello verso il modo, però, perché nel suo sguardo passa come in uno specchio tutta la folla dei pensieri incessanti, che da giorni gridano dentro di lui e non lo abbandonano un attimo.
Le sue gambe lunghe e ossute di vecchio, sulle quali i pantaloni oscillano come una bandiera, lo stanno conducendo in modo del tutto autonomo e abitudinario. I piedi, malgrado l’età, battono rapidi l’ammattonato in discesa. Ma oggi c’è stata quella nebbia infida e lui non ne ha tenuto conto, anzi non se ne è neppure accorto. Allora diventa quasi fatale che le suole scivolino sul fondo vischioso. Un attimo, e il piede destro perde il contatto col terreno mentre il sinistro non è abbastanza rapido a supportarlo, sorretto come non è dall’attenzione della mente. Così Giovanni cade. Lentamente, gli pare, ma cade, cade inesorabilmente. Il tempo, mentre scivola verso terra, sembra di colpo fermarsi, in modo che l’uomo ha ( questa è la sua sensazione) una quantità enorme di attimi per pensare. [Continua...]
Io sono Fabrizio di Anna Cattivelli
Capitolo I -
Squilla il telefonino: “Ciao ma’ … e come devo stare, aspetto, è ancora in sala operatoria … sì, si non ti preoccupare, Tizi e Sami sono con me, Marco sta a casa con la signora Maria … no, no, il padre non poteva, stai tranquilla poi ti faccio sapere”.
Fabrizio spegne il cellulare, sospira e si appoggia allo schienale della panca. Sta nell’ampio corridoio attiguo alla sala che porta nella stanza operatoria: un ambiente freddo e silenzioso, pareti bianche, panche colar avorio, nient’altro; unico conforto sono Tizi e Sami sedute accanto a lui.
C’è un lento via vai di medici e infermieri in camice bianco, altri in camice verde con la mascherina appesa al collo, immersi nei loro pensieri; deviano appena lo sguardo verso Fabrizio che ha abbandonato le braccia sulle gambe e ricambia con l’espressione spenta e gli occhi lucidi.
“Non guardarli tutti, lasciacene qualcuno”.
“Tizi, ma che guardo, è l’ultima cosa alla quale sto pensando in questo momento, figurati!”
“È una battuta dai, cerchiamo di mantenere la calma”.
“Lo so, lo so, ma non è facile, ho paura che non sia tutto passato, è stato un cancro, capisci, anche se in una parte del corpo facilmente asportabile, fa paura”.
“Fermati, non correre, sta andando tutto bene, ci diranno cosa fare, adesso è importante mostrarci sereni, allegri e fargli capire che possiamo cominciare a pensare ad altro”.
Sami lascia passare qualche secondo di silenzio, sembra perplessa, poi interviene con decisione: “Tizi ha ragione, non chiediamogli, quando si lamenta: che ti senti, che ti fa male, perché dal disagio potrebbe passare alla commiserazione e al pietismo.
Quando mio figlio Marco mi fa capire con le poche parole che riesce a dire la sua sofferenza, non lo coccolo, ma vado a prendere i suoi fogli, i pastelli, gli acquerelli e gli dico: hai le mani? Usale! Disegna, dipingi, pensa a chi non può farlo; in questo modo lui si calma, io lo accarezzo e mentre disegna bene, lo approvo”.
“Sì, ma tu rischi, te l’ho detto tante volte, ti ricordi quando durante quella crisi ti ha tirato un piatto che ho deviato al volo, per fortuna! Non puoi continuare a fare tutto da sola, ormai è cresciuto, è diventato forte”.
“Conosci bene la rabbia, vero Fabrizio?” Li interrompe Tizi.
“Ti riferisci a ciò che ti ho raccontato della mia infanzia? [Continua...]
Il naufrago del bosco di Gabriella Tabbò
È un naufrago atipico, quest’uomo che si ritrova solo, nel bosco impervio dell’Appennino; doppiamente solo perché ha perso anche il contatto con la sua identità per un trauma durante un’escursione, che lo ha privato della memoria. Qualcosa, dentro di lui, gli dice di tenersi lontano dal mondo civile finché non l’avrà ritrovata. Nella sua mente risuona un mantra ossessivo: “ Sono in fuga, sono in fuga …” Ma da che cosa? Da un evento, da una colpa, da se stesso? Inizia così l’avventura del “Naufrago del bosco “ che lo porterà attraverso il contatto con una natura difficile ma generosa, alla scoperta di una verità nascosta e ad una profonda maturazione personale.
La trama si snoda veloce, catturando l’attenzione come un poliziesco, conquistando il cuore come in un romanzo d’amore, interessando l’intelletto come un trattato di psicologia, alimentando la curiosità come in un testo scientifico, per quanto riguarda la conoscenza della botanica e l’uso delle erbe medicinali a cui il“ sopravvissuto” ricorre. Il tema di fondo è l’amore per la natura, che l’autrice esprime felicemente anche nei suoi quadri. Ne abbiamo uno splendido saggio nell’acquerello di copertina. Il racconto è accompagnato da una “ colonna sonora” : sono le poesie “ di nonna Irina” che, inserite nella storia con un sapiente artificio letterario, potrebbero da sole costituire un’opera deliziosa.
***
da pag 61-62
(…) Sempre d’altronde la natura consolava e rinfrancava l’uomo che aveva perso la memoria e che riteneva (poiché aveva bisogno di possedere almeno un nome!) di chiamarsi Riccardo. Un giorno, scollinando sopra un costolone, si fermò a guardare il paesaggio che si stendeva, verde e immenso, e fu investito da un colpo di vento nato all’improvviso. Allora piantò più saldamente le gambe a terra, socchiuse gli occhi verso il sole e si lasciò invadere da una sensazione panica straordinaria. Gli pareva che dalle dita dei piedi gli fossero spuntate radici che lo ancoravano al terreno, mentre il corpo fluttuava libero nel vento, piegandosi dolcemente come un tronco flessibile, assecondando l’aria che lo permeava tutto e anche le braccia ondeggiavano come rami, mentre dalla punta delle dita spuntavano teneri boccioli e gemme. Eccolo: era un essere animato ma indefinito, una parte stessa della natura, carne e sangue, certo ma anche linfa e corteccia e, perché no, una pietra scistosa, fragile e attaccabile dal vento. Era pure nube vagabonda, e acqua filtrante, sinuosa, sfuggente, e aria e luce, tanta luce che accendeva ovunque un’orgia di colori, una gamma infinita, molto più di quanto l’occhio umano potesse percepirne. Ed era anche tutti i rumori, i fruscii, gli schiocchi, gli ululati,i gemiti di rami cigolanti, ed era odore di fieno e umidori marcescenti di vegetazione in disfacimento, profumo acuto di menta, di elicrisio, di verbena. Tutto era in lui e lui era in tutto, in ogni cosa, uomo fatto vegetale e minerale ed essenza eterea e liquida, per il miracolo pagano e divino insieme che prorompe dalla madre terra solamente per chi ne diventa degno a forza di ostinato amore.
*** [Continua...]
1860. Improvvisamente l’Italia di Maso Biggero
Dall’Incipit
(autunno 1859 – autunno 1860) -
La mattina del 6 ottobre 1759 Carlo di Barbone, re di Napoli e della Sicilia (ma dal 10 agosto re di Spagna) convocò Federico Fusco, fidato cameriere arrivato a palazzo reale dalle non lontane terre di Caserta e gli ordinò di portargli Domenico, “el niño.” Domenico era l’unico figlio di Federico, che sua Maestà aveva voluto tenere a battesimo e ora considerava come di famiglia. Il domestico si precipitò nel suo alloggio, fece indossare al bambino un abito conveniente e, poco dopo, riapparve nello studio del Sovrano.
Carlo sorrise al piccolo, lo prese in braccio e si avvicinò a una finestra che dava sul porto. Alla fonda c’erano molti velieri. Indicando il più grande gli disse: “La vedi quella bella nave? Ti piacerebbe farci un viaggio lungo lungo?”
Poi si rivolse al fedele servitore: “Preparati, vi porto con me a Madrid” gli disse e, deponendo a terra il bimbo, concluse: “Faremo di questo niño un vero ufficiale spagnolo”.
La scena di Domenico in braccio a Carlo, che gli indicava le navi alla fonda nel porto di Napoli e le parole del sovrano, da quel momento entrarono a far parte della storia della famiglia Fusco; vennero tramandate di padre in figlio e, per i discendenti di Federico, costituirono cemento di incrollabile fedeltà alla dinastia borbonica.
Fu così che il cameriere di Sua Maestà andò a Madrid al seguito di Carlo e il bambino venne istruito da insegnanti spagnoli, dimenticò il dialetto napoletano, imparando a esprimersi nella lingua di Cervantes, frequentò la scuola del genio militare e divenne brillante ufficiale ed esperto ingegnere idraulico.
Carlo era molto affezionato al giovane Fusco che lo ricambiava in affetto e fedeltà. Per questo decise di mandarlo a Cartagena a seguire da vicino gli imponenti lavori militari e civili che stavano ammodernando non solo la piazzaforte navale ma l’intero territorio di Murcia: strade di collegamento tra le varie città, edifici pubblici e privati, ma soprattutto il sistema idrico (laghi artificiali, acquedotti, canalizzazioni), per assicurare a quelle aride piaghe l’acqua necessaria al loro sviluppo.
Dopo un paio di anni, Domenico, intanto, diventato maggiore, sposò Carmen, unica erede dei conti di Tormalina, antica famiglia di Murcia con sangue arabo nelle vene e i cui possedimenti erano tra i più estesi della regione ed ebbe un figlio battezzato Carlo, in onore del sovrano. [Continua...]
L’ultima fuga di Daniela Quieti
I -
A chi importa
il mio passato
sono nata all’alba
e il crepuscolo
già si avvicina.
Ma chi dice
che devo capire
tutto in un istante
che racconta
indovinelli
e parole
sconosciute.
Sento ancora
cantare
il mio fiume
sostiene la vela
il vento forte
e l’albero gigante
ha radici di linfa.
Il tempo
è un luogo
inesplorato
sul bordo aperto
del cielo.
*** [Continua...]
Giochi di luce e d’ombra di Lidia Colla
Il tempo -
Scivola lungo il fiume,
nella nebbia,
l’iridato silenzio dei germani.
E il tempo.
Guizzando fugge
su pattini d’argento
***
Ti ho fatto, figlio
Ti ho fatto, figlio,tenero
come ali di colomba.
Ti ho parlato dell’uomo.
Ti ho parlato di un mondo giusto,
o che tale poteva diventare.
Ti ho parlato, figlio,
di libertà e di amore.
E invece
dovevo metterti artigli
e un becco aguzzo.
Dovevo farti uno stomaco di struzzo,
per digerire i sassi da ingoiare…
Mostrarti le tortuosità dei sentieri,
dirti che non tutti, al mondo,
sono uomini veri.
E io…ti ho indicato le stelle.
*** [Continua...]

























