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Lacrime nere di Adalgisa Licastro

<<Luca, sei tu?>> disse Berta ad alta voce. Aveva fatto così piano a girare la chiave nella toppa che neppure Tilly, la cagnetta bianca e nera, si era mossa dal cesto di vimini che le faceva da letto. Un raggio di sole filtrava dall’ampia finestra del soggiorno, un tutt’uno con la porta d’ingresso.
Da quando non era più in vigore l’ora legale alle diciassette era già buio, ma quel pomeriggio c’era ancora il sole! Forse era l’estate di S. Martino che dava l’illusione del ritorno alle belle giornate.
Era probabile però che Luca conoscesse poco l’atmosfera della sua casa in quell’ora del giorno e in quella stagione perché, tranne che per un breve periodo di vacanze, rincasava sempre a tarda sera. Nelle cave di Carrara si lavorava sodo e i turni erano pesanti.  In genere, Luca Danieli preferiva fare le sue otto ore di “sepoltura”, così come soleva chiamarle, dalle quattordici alle ventidue, ma quel pomeriggio aveva lasciato la cava ed era tornato a casa.
Berta, sorpresa per l’inaspettato rientro, smise di manovrare in cucina tra i panni da riordinare e la cena da preparare, e corse incontro al marito.  <<Stai male?>> gli chiese premurosa, vedendolo accasciato sulla poltrona.
<<Non rompermi le scatole!>> rispose alterato, e lei capì che questa volta “il gomito” lo aveva alzato un po’ troppo!
<<Luca che ti succede? Il giorno in cui è nata Luna, mi hai promesso che non lo avresti fatto più!>> incalzò Berta, ormai profondamente turbata. <<Lasciami in pace se non vuoi che spacchi tutto!>> urlò Luca con una voce rabbiosa e acuta che lei non ricordava quasi più. Puzzava d’alcool tanto da impregnarne l’ambiente.  Roberta dominò i conati di vomito, poi, non potendo fare altro, si sciolse in un pianto silenzioso, ma irrefrenabile.  Per non farsi notare ed allentare la tensione emotiva che la scuoteva, si rifugiò nella veranda, continuando a sciorinare i panni accatastati in una bacinella.  Tra poco sarebbe andata a prendere Luna presso la suocera: era lei che s’incaricava di tenere la piccina con sé, al rientro dall’asilo nido dove restava solo metà giornata.  Indossato il solito impermeabile, Berta sgattaiolò da casa prima del previsto, temendo di non poterlo più fare.
Nel vederla spuntare così trafelata, Irina si mostrò sorpresa:
<<Perché tanta fretta? La bimba si è appena addormentata, non vorrai guastarle il sonnellino pomeridiano?>> le disse incattivita. Faceva sempre così quando, anche se per poco, si sentiva defraudata del tempo concessole per accudire la nipote. Roberta, adducendo un pretesto banale, non rispose per le rime, ma si limitò a coprire bene la piccina ancora addormentata ed a condurla con sé.
<<A domani! Grazie Irina.>> disse uscendo. A Berta faceva tanto male vedere che Luca aveva ripreso a bere dopo quasi due anni di astinenza, almeno secondo quanto era apparso ai suoi occhi. In realtà di bevute ce n’erano state altre, smaltite alla luce dei riflettori della piattafor9 ma da carico o della zona degli scavi dove turnava a fasi alterne. Luca Danieli era l’uomo che Berta amava così com’era: bello e buono, ma senza spina dorsale. Irina, sua madre, lo aveva sempre ovattato come fanno spesso le mamme dei figli unici, specialmente se, rimaste vedove come lei, finiscono con il concentrare ogni interesse sul loro solo, amato bene. Aveva viziato suo figlio perché, a sentire lei, doveva aggiungere al suo, l’amore del padre che mancava. <<Non devi assecondarlo in tutto, se vuoi che diventi un uomo!>> le diceva Nora, la vicina di casa. Ed Irina, offesa, rispondeva che non doveva, né poteva giudicare il suo comportamento di madre perché non aveva mai avuto figli da gestire.
Poi aggiungeva che, in definitiva, suo marito di soldi gliene aveva lasciati, quindi, perché doveva privare degli sfizi quel suo unico figlio?
<<Dio non voglia che un giorno mi debba dare ragione.  Certo non potresti rinfacciarmi di non avertelo detto!>> le diceva Nora, ed Irina ribatteva indispettita:
<<Amica mia, mi diventi vecchia e noiosa. Secondo me, i sermoni di padre Giuliano ti danno alla testa!>>. Così se ne tornava a casa, sicura di avere ragione e, nel prendersi cura delle necessità di Luca, dimenticava le prediche.
Luca aveva preso la prima sbornia a quindici anni: aveva scommesso con i compagni di potere trangugiare un fiasco di Chianti tutto d’un fiato e ci era riuscito, ma era mancato poco che ci restasse secco! Quando gli amici lo avevano condotto a casa, raccontando l’accaduto, Irina si era ostinata a negare l’evidenza ed aveva cacciato tutti a malo modo. Lei, in realtà, conosceva bene l’ubriachezza ed i suoi postumi infernali, attraverso il marito per 10 il quale aveva vissuto una vera tragedia familiare. <<Dovevo aspettarmelo. Buon sangue non mente!>> diceva sconvolta, ma decisa a non lasciarsi sfuggire di bocca alcuna lamentela, né con le amiche, né con Don Giuliano.  Non sapeva che i compagni di Luca si erano prodigati subito a diffondere la notizia un po’ dappertutto. Così la vigilia dell’Immacolata Concezione, il buon parroco aveva ritenuto giusto fare un sermone contro il vizio del bere e aveva fatto riferimenti così precisi sull’accaduto, da richiamare l’attenzione su di lei e su suo figlio che, naturalmente, se ne stava lontano dalla Chiesa. Luca, alquanto in ritardo con gli studi, non aveva ancora completato la frequenza della scuola media e gli insegnanti erano concordi sulla necessità di allontanarlo dal vizio dell’alcool.  Se ne incaricò Alberico Ferri, il giovane professore di matematica che per il suo carisma nei confronti degli alunni era il più adatto ad affrontare il problema.  Lo seguì con l’amorevolezza di un amico, anche quando, dopo la licenza media, il disagio di Luca Danieli si ripresentò con maggiore virulenza.  Per Alberico sarebbe stato meglio fargli intraprendere nuovi corsi di studio, ma Luca sentiva bisogno di agire, più che concentrarsi sui testi e restare per ore sui banchi di scuola. Don Giuliano gli aveva proposto il seminario come temporaneo luogo di studi, sperando che col tempo, potesse nascere in lui una vocazione religiosa. Irina era d’accordo su questa eventualità, s’illudeva che, restando fuori dalle tentazioni, il figlio avesse maggiori opportunità di allontanarsi definitivamente dal vizio del bere. Si prodigò a convincerlo, ma ottenne oltre ad un diniego assoluto, una recrudescenza del suo male. Luca mite ed ac11 condiscendente per natura, diventava prepotente e collerico se era in preda ai fiumi dell’alcool. Irina, suo malgrado, dovette dare ragione a Nora che diceva con convinzione:
<<Rassegnati cara e ricorda il proverbio: <<Tale padre, tale figlio!>>. Poi per non sentire sempre le stesse prediche, cercò di evitarla per tanto tempo. Un giorno però le due donne si incontrarono sul pianerottolo, entrambe intente a sbattere lo zerbino. Nora le rivolse la parola: <<Ehi, la rossa, che ti ho fatto? Non hai capito che io voglio bene a tuo figlio, come fosse il mio?>>. Irina , detta la rossa per il colore fulvo dei capelli, sapeva che l’affetto di Nora era vero perché aveva visto nascere suo figlio e spesso un po’ per gioco, un po’ per necessità, lo aveva tenuto con sé per giorni e notti. L’amica non aveva figli, ed accudire quel bambino era per lei una benedizione.  Irina glielo affidava quando suo marito Tommy, da bevitore incallito, si ricoverava in ospedale per curare un’avanzata cirrosi epatica. Nel tormento della sua vita che aveva conosciuto pochi giorni di felicità, Irina era diventata acida e diffidente, anche se fondamentalmente buona. Nora era rimasta l’unico punto di riferimento della sua esistenza, anche dopo la morte del marito, avvenuta non si sa bene se per un fatto accidentale o per la scelta di farla finita per sempre. Luca era nato solo da un mese quando, dopo un’ennesima lite con la moglie, Tommy non era rincasato.
Avevano trovato il suo corpo ormai privo di vita in un dirupo dove era finito senza un’apparente ragione, chiudendo un capitolo tragico della vita di Irina.

Lacrime nere di Adalgisa Licastro – Il Convivio – 2011, pag. 142
Ordina questo libro con dedica autografa dell’autore

Il commento di NICLA MORLETTI

Scrive Adalgisa Licastro: “Il tempo che scorre sulle tragedie umane lenisce ogni tormento, e la vita va, ora nei colori smaglianti di stagioni felici, ora nel grigiore di una monotonia senza fine.” Narratrice di razza e scrittrice dalle doti di indiscusso valore letterario, la Licastro ingemma questo suo romanzo dal titolo: “Lacrime nere” di sentimenti profondi. Il suo impegno creativo e narrativo dà vita ad una storia che prende, cattura e trascina. La realtà non sempre è tinta di rosa e spesso l’ uomo si sente smarrito. L’autrice scava a fondo nell’animo umano, sviscera personaggi ed eventi. Va alla ricerca del conoscibile e dell’inconoscibile. I suoi personaggi sono vivi, palpitanti, sobri, veri. Si muovono sul palcoscenico dei pensieri e della vita con una scioltezza e una disinvoltura come solo un’autrice di talento può fare.

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