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Almarina percorreva tutte le mattine quei vicoli stretti che conducevano alla scuola Garibaldi attraverso una scorciatoia.
Spingeva un passeggino sgangherato e traballante sull’asfalto sconnesso che le radici degli alberi ai limiti del sentiero, continuavano a dissestare. Nei giorni di pioggia di quell’inverno sempre più uggioso, le pozzanghere costringevano Almarina e Bisen, il bambino di circa sei anni che teneva per mano, a fare lo slalom per scansarle ed evitare che il trabiccolo su cui stava Dasar vi affondasse le piccole ruote.
Quel trasportino, scorticato in più punti, aveva fatto a lungo il suo dovere, conducendo ora qua ora là almeno due generazioni di bimbi.
Almarina l’aveva avuto da Tatiana, una poveraccia come lei che, a sua volta, lo aveva trovato in una discarica ricca di tutto di più. Non era facile per Almarina vivere gomito a gomito con gente sconosciuta e condividere la propria quotidianità con persone dall’idioma diverso, dalle usanze e dalle abitudini più disparate. All’insofferenza per le situazioni precarie dei centri di accoglienza, si aggiungevano fattori di ordine pratico tutt’altro che indifferenti; ma l’illusione di potere realizzare un sogno di benessere e di libertà, rendeva meno dura ogni accettazione.
Non è utopistico pensare che, in molti casi, l’animo esacerbato da un vissuto tragico, si allontani dal proprio dolore per consolare l’altrui, e trovi nella generosità il mezzo migliore per continuare a vivere. Accadeva così a Tatiana e alla giovane Almarina che aveva messo al mondo il suo Dasar pochi mesi prima d’intraprendere quel triste viaggio. Le due donne, di diversa provenienza, si erano incontrate per la prima volta sullo scafo che avrebbe dovuto portarle in Italia. La somala Tatiana era una donna sola, mentre Almarina aveva marito e figli. La famigliola era partita da Durazzo dopo una breve contrattazione di suo marito Sulejman, con uno scafista che si aggirava nella zona del porto.
«Dammi seimila euro» aveva detto «e vedrai che tu, tua moglie e i tuoi rampolli, sarete presto in Italia! Ti raccomando, però, di non portare alcun bagaglio!» aveva precisato quell’avanzo di galera dal volto nascosto da un passamontagna.
Sulejman era un uomo dall’aspetto tipicamente albanese: aveva statura superiore alla norma, naso aquilino e un’inconfondibile personalità. Pure se figlio del nostro tempo, conservava nella sua spiritualità, l’attaccamento alle forme di vita primitiva e patriarcale, tipiche di coloro che vivono all’interno delle zone montuose dell’Albania. Almarina era per lui la sposa con la quale vivere nell’osservanza della sua fede islamica e, nonostante la sua religione lo permettesse, Sulejman non intendeva avere più di una moglie, perché nella sua mente e nel suo cuore c’era solo lei.
Per quanto gli immigrati visti insieme possano sembrare gente tutta uguale nella loro povertà, conosciuti singolarmente, talvolta, mostrano qualità insospettate, ed Almarina era tra questi, grazie alla sua sensibilità ed ai suoi studi che, pure se rimasti incompleti, erano stati ben assimilati. Incline alle molte innovazioni dei tempi, spesso doveva mortificare alcuni suoi slanci per obbedire alle leggi che il Corano imponeva alle donne, ma la dolcezza del suo temperamento le consentiva di avere un forte ascendente sul marito che finiva coll’accettare i suoi consigli, a patto che non limitassero la sua libertà. Come Almarina, anche lui era ospitale e pronto ad aiutare chiunque ne avesse bisogno.
Oggi, come ieri, le condizioni economico-sociali degli albanesi sono sempre più gravi, tanto per il perdurare del crimine organizzato, quanto per l’afflusso costante dei rifugiati del Kosovo che gravano sempre più sulla disastrosa situazione generale.
L’Italia oggi, si presenta agli albanesi come l’America apparve un tempo agli emigranti italiani, ma con una differenza: per raggiungere la Puglia, regione italiana più vicina alle coste tunisine, bastano centoventi chilometri di speranza; per approdare in altri luoghi della nostra costa, di chilometri ve ne sono di più, ma anche questi, non sono poi tanti!
Per entrare in possesso della somma pattuita per il viaggio, Sulejman ed Almarina D’Agron avevano dovuto vendere la loro minuscola casa e poiché i lek ricavati non erano sufficienti, avevano dovuto accettare tutti i risparmi che i genitori di Almarina avevano accumulato in anni di enormi sacrifici.
L’attesa del barcone nella zona buia della costa, alquanto lontana dal porto, era stata snervante per quei malcapitati disseminati tra le dune.
LA SIEPE DEL BIANCOSPINO di Adalgisa Licastro – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 pag. 181
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Il commento di NICLA MORLETTI
“Quella di donna Maddalena Altieri Sunnia, era una villa un po’ fuori mano: la si distingueva a distanza per la siepe di biancospino e la pioggia di glicini pendenti ai lati del cancello”. La scrittura di Adalgisa Licastro è densa di colori, sapori, profumi. Racchiude il blu intenso del mare, voli di gabbiani e storie di vita. L’autrice ci porta a Lampedusa, isola di una bellezza crudele, nelle cui acque si compie uno spietato destino. Nasce da qui un’amicizia tra Maddalena e Almarina. Ma gli eventi si intrecciano dando vita a personaggi che via via catturano l’attenzione del lettore per la loro particolarità. Una raffinata scrittura che mette in evidenza, tra le molte cose tragiche, anche sentimenti profondi di struggente poesia.



