Favola sulla vita

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All’improvviso un pò di luce. Sento freddo. Ma prendo forma. Esploro con la mente il mio corpo, sono composto da tante punte, sono sottile sottile. All’improvviso precipito! Sono così leggero che inizio a volteggiare sospinto dal vento. Guardo in su mentre lascio la mia culla di morbida nuvola. Se guardo in basso sono tante le luci che ammiccano sfavillanti dalle strade piene di gente. Sorrido, senti che bella musica arriva da laggiù! Tutto si avvicina, capisco che la mia breve vita sta per giungere al termine. Noto un bimbo con la faccia rossa rossa dal freddo che guarda in su. Gli occhi semichiusi a proteggersi dal turbinio dei miei fratelli e sorelle. Scelgo lui, come meta finale di questo viaggio che chiamiamo vita. Lo guardo mentre mi avvicino, sorride felice, la lingua in fuori a mò di pista di atterraggio, per catturare quei freschi piumini. E atterro sul nasino rosso rosso di freddo e di felice eccitazione. E’ il suo calore a decretare la mia fine. Ma muoio felice cullato dal gorgoglio della sua risata: mi sciolgo e mi immolo al calore umano di un bimbo che, meravigliato, osserva a faccia in su una nevicata di tanti piccoli fiocchi di neve, come me.
E tutto ha un senso.
Si dice che la vita sia sempre troppo corta. Ma è il senso che le diamo quello che le da spessore, come la spendiamo e la felicità che diamo agli altri.
Anche se loro non lo sanno.

***
Immagine: Koltsovo di sera di Vladimir Prokoshin

Albero storto

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Albero storto non per tua natura
ma per maligno volere,
tesi ogni volta i rami verso il cielo
e un destino malevolo che torce
il corpo in malformate pieghe
e disperate guglie
verso il cielo.

Ma il seme ad altri identico
che divise la terra;
il bel germoglio
che cingeva il giardino
- e fioriva la scala della casa -;
perché ora è mutato in quella attorta
voglia di luce…

Non ti hanno reciso. Serviva
la tua diversa
pena
per ammirare oltre misura
gli altri.

Ma ora perché il vento sulle cime
fruga i tuoi stami,
per nessuno…

O sei parte di un gioco che non sai,
e le tue spore inutili a vedere
lo stesso vento posa
su fiori a te lontani
ma in attesa
di un’altra mai pensata
nuova
vita.

***
Immagine: Tree in autumn di Emily Carr, particolare

Angelo

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“Adesso manca veramente poco a Natale” pensò la piccola bambina mentre camminava spedita. ”
L’avvicinarsi delle feste rendeva ancor più caotica la grande metropoli in giorni di frenesia generale e un gran  via vai di macchine impazzite correvano accompagnando la loro scia con i suoni coloratissimi dei claxon.Come un’ enorme ragnatela si stendevano le vie della città  dove la neve alta si mescolava con l’ indifferenza  sullo sfondo gioioso di tante luci che spuntavano dalle finestre, balconi e alberi.
Aveva un paio di stivaletti con le suola bucate di due misure più grandi e per  proteggersi dall’acqua si era  infilata sacchetti di plastica e qualche paia di calze bucherellate in più.Teneva  per la manina ghiacciata la sua sorellina mentre andavano a trovare la mamma all’ospedale quando si rese conto che dovevano sveltire il passo. Era quasi il tempo dell’ora delle visite. Aveva tanta paura del buio e voleva riuscire  a ritornare a casa prima ancora che il buio fitto avesse ricoperto l’ultimo pezzettino di cielo. Faceva molto freddo ed  il vento tagliente le  mordicchiava le guancia rosso-viola ma lei non si lamentava e camminava svelta, anche se il peso delle pentoline con la roba da mangiare le faceva  quasi venire il formicolio al braccio. Non aveva tempo di pensare a questo anche perché  era  presa  dalla magia di tutte quelle luci colorate che lampeggiavano soltanto ai balconi dei più  benestanti della zona. Da una finestra aperta si sentivano le canzoni di Natale e nell’ aria c’era l’odore di buon cibo.
Ha quasi fame ma…le  torna in mente che dopo quelle due cosine preparate per la sua mamma, in frigo non è rimasto che un solo uovo e dovrà  cucinarlo  alla sorellina il giorno dopo, a Natale… [Continua...]

Affacciandomi alla vita

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Mani nel vento vagano senza meta alcuna
Soavi melodie s’intrecciano con voci lontane
Amori nostalgici pulsano trepidandi sulla soglia di casa…
mentre un candido viso s’affaccia dolcemente alla vita
con voce stridente ed animo forte combatte
nel vento sguardi invasivi e sfuggenti.

Dove ho imparato ad amare

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 Da giorni con la stessa tuta, quella usata in casa, con la scritta smile. Ma come si fa a sorridere, proprio qui, sotto questa piccola tenda, senza niente, con una sensazione di instabilità, di galleggiamento su un pavimento incerto, insicuro. Con un’angoscia di morte imminente in un campo di battaglia, tra autoambulanze, soccorritori, sfollati, maltempo, di fronte alla perdita di familiari, della casa, di punti di riferimento. Di fronte a un futuro che si preannuncia comunque difficile. Invece Maria vuole vivere. Lottando con la terra che trema ancora, crudele, come se volesse dire a tutti di non permettersi nemmeno di pensarlo, di continuare a vivere. Comunque non si può rinunciare a sperare. Perché suona ancora la campana di Onna, il paese simbolo della devastazione del terremoto, la drammatica premessa alle lacrime e ai morti allineati sul bordo della strada. La campana suona a distesa, nella vallata, sui prati, tra i sopravvissuti, con tutti i suoni più familiari perduti tra le macerie, con il dolore atroce per la scomparsa dei bambini e dei giovani del piccolo paese, perché a morire sono stati soprattutto loro. Suona su squarci di case che mostrano l’intimità di un letto intatto, un armadio aperto, immagini di santi, fotografie di famiglie che condividono ora lutti tra remote storie di parentele, su antiche pietre crollate di case, cantine, ovili. Sono viva – dice Maria – sono più forte del terremoto che ha distrutto la mia terra. Non ho ancora pianto, non è il tempo. Ora è il tempo di ricominciare, soprattutto per chi non c’è più. Rivoglio il mio posto com’era. Non posso immaginare di volgere lo sguardo e non vedere l’incanto delle mie chiese, delle mie case, delle mie strade. Non c’è altra immagine nella mia mente che quella del luogo dove sono nata, dove ho imparato ad amare. Giovanni la incoraggia: – Andremo avanti – le dice.

E’ vita

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nelcampodifiori-monet

La vita è come una primavera
dove mi corri sempre incontro
allargando le tue braccia per abbracciarmi
e il tuo profumo si mescola
a quello delle margherite.
La vita è come un’estate
dove camminiamo coi fianchi aderenti
e le braccia allacciate al corpo
quando il sole si confonde con la luna
e il cielo si tinge d’arancio.
La vita è come un autunno
dove percorriamo i sentieri nei boschi
e infuocati baci tra il giallo e il vermiglio
infiammano l’utima aria tiepida
tra ottobre e novembre.
La vita è come un inverno
dove ci teniamo davanti al camino
mentre fuori la neve ricopre la campagna
e la guardiamo scendere come fossimo ancora bambini.

***
Immagine: Nel campo di fiori di Claude Monet, particolare

Padre

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E ti rivedo, padre,
sicuro e dritto sull’impalcatura,
la mestola in mano,
sporche le vesti di calcina, o nei campi,
intento alla zappa o alla vanga
secondo le stagioni.

Adesso, padre,
c’è nebbia nei tuoi occhi
e melagrana amara a sgranare
é l’amarezza dei tuoi giorni a venire.
Un terribile morbo ti fiacca l’anima.

Ben lo sapevi, padre che non c’è premio al fine
in questa nostra umana avventura
e solo vecchiaia e morte saran la ricompensa.
E’ nel sogno l’unico senso della vita,
l’unica gioia che ci è data, quando la mente pensa
e la mano esegue il suo progetto, incurante della stanchezza.

Di te, padre, mi rimarrà il ricordo
di uomo forte e buono che realizzò molti sogni.
Di te parleranno le tue opere di mattoni e pietre.

C’è una crepa nel muro da riprendere, sai
e nell’orto l’ortica di nuovo insidia il solco.

Ma altre mani eseguiranno, padre,
ciò che la tua mente
ancora confusamente insegue.
Riposa adesso, e attendi
il meritato riposo fra le stelle.

Immagine: La raccolta delle olive di Andre Deymonaz

Alzheimer e dintorni

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Una casa padronale
una residenza nobile
un tempo
una corte interna

dita scorrono sulle tastiere
sfiorano note
polka, mazurka, valzer
mantici come ventagli

arti circolari si muovono a comando
a sopperire un’assenza senza speranza

qualcuno balla seguendo il ritmo
i passi, le giravolte
ricordi della giovinezza

dimenticato è il loro nome
la loro età
il numero dei figli
il loro passato remoto confuso con l’imperfetto ed il prossimo

si vedono sorrisi
c’è chi dice che è felice
la non presenza degli affetti non si fa sentire

c’è chi si incupisce
occhi velati da lacrime in uno sprazzo di lucidità
prima di piombare nuovamente nel caos.

Lovaria, maggio 2005

Immagine: Erwartung di Marianne Korbien-Braun

Fiori per Selly

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La vita non era stata facile per Selly da quando aveva voluto la verità a tutti i costi.
La sua nascita aveva segnato in quel momento il suo destino.
Nasceva orfana di sua madre ed assassina, ed andava chiedendo quanto aveva pianto in quel momento, quando era venuta al mondo, quando era morta sua madre mentre lei nasceva. Voleva che le dicessero che aveva pianto più di qualsiasi bambino, che aveva urlato e  bestemmiato anche se aveva un minuto, che aveva rifiutato di vedere quella vita che la aveva resa colpevole di una colpa  troppo grossa, che  in nessuna maniera riusciva a concepire. Una bambina grande poco più di lei la aveva stretta sempre al petto quando era fagottino e un uomo col viso stanco e solcato da rughe che erano profonde più degli anni che aveva e delle ferite. Quella bambina era sua sorella e l’uomo il padre ed era cresciuta circondata da un infinito affetto, che a lei nascondeva tutto, e faceva vedere sorrisi dietro a tristezze camuffate. Quando era diventata un poco grande aveva cominciato a chiedere. Perché non aveva la sua mamma e perché non la conosceva. Le foto gliele avevano tenute nascoste nella speranza che lei non domandasse, poi le avevano tirate fuori piano piano alle sue richieste. Era troppo bella la sua mamma giovane e sorridente e Selly non si rassegnava a quella spiegazione che era andata in cielo, non capiva quando né perché, perché non aveva aspettato che lei crescesse. Tutte le mamme stavano con i loro figli, lei le vedeva che portavano a scuola i suoi compagni.
Si era fatta dare tutte le foto che erano riusciti a trovare e le aveva messe in un cassetto chiuse in uno scatolino. Nella sua stanza adesso si appartava spesso e le guardava e non sapeva quello che provava. Le lacrime le rigavano ogni volta il viso, provava rabbia e le sembrava di odiare quella donna egoista che viveva solo sulla carta, che la aveva abbandonata, che se ne era andata. Nella sua casa mai si faceva neppure un accenno a quello che era successo. Passavano gli anni e lei non si convinceva, e aveva cominciato a chiedere,  voleva sapere. La sorella adesso era grande, aveva amiche e amici, preparava esami per l’università; il padre lavorava, lei li vedeva tranquilli e non voleva vedere all’improvviso sul loro volto la tristezza, quando lei chiedeva della mamma, ma non poteva farne a meno. [Continua...]

Scatti d’immenso, festa di fine estate

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21 settembre 2008 – Partecipa a
Scatti d’immenso, festa di fine estate
Iniziativa letteraria organizzata con
il Portale Manuale di Mari e Nicla Morletti
in occasione della Quindicesima Giornata Mondiale Alzheimer.

Gli autori delle opere più belle riceveranno dei doni.
Per saperne di più e partecipare clicca qui o sull’immagine!

Il bacio dell'Hotel De Ville di Robert Doisneau

Ho chiuso le finestre
per non udire
i suoni
per non sentire
il chiasso
la fretta
ho chiuso le finestre
sul mondo
per ascoltare
solo te.

Nicla Morletti