Il sorriso di Pierrot

Le marionette di carnevale eran tutte lì, pronte per lo spettacolo dei bimbi.
Da giorni il burattinaio Nestore provava e riprovava l’alternarsi delle scene con il suo compare di lavoro spagnolo Pachito, il quale, con grande entusiasmo, alla fine aveva esclamato: “Bien, bien! Muy bien!” intendendo compiacersi con quell’espressione per la realizzazione del loro operato.
Controllate le luci e l’uscita dei suoni, tutto era ormai pronto per il grande spettacolo dell’indomani.
Anche le marionette erano fuori di testa per l’avvenimento. Eh sì, perchè, anche se non sembra, i burattini hanno anche loro un’anima ed un cuore che palpita, così come quello dei bimbi.
Fra di loro c’era anche Pierrot, la bellissima marionetta che il suo creatore aveva ideato con due grossi lacrimoni che, costantemente, gli rigavano il viso delicato e bianchissimo.
Per anni ed anni aveva accettato di essere una maschera malinconica e triste, ma adesso non ce la faceva proprio più!
Tutti i suoi compagni, da Colombina ad Arlecchino, dal dottor Balanzone a Meneghino, da Brighella al Capitan Spaventa, da Coviello a Gianduia, da Meneghino a Pantalone, da Beppe Nappa a Pulcinella, da Rugantino a Stenterello, tutti, ma proprio tutti, sorridevano di gran voglia eccetto lui, il triste Pierrot.
Tra una prova e l’altra, le marionette eran solite scherzare tra di loro, rincorrersi dietro le “quinte” ed amarsi anche, come Arlecchino e Colombina, innamorati da sempre!
Solo il bel Pierrot non si divertiva come gli altri, ma si rintanava fra le splendide stoffe damascate degli sfondi del teatro.
Il dottor Balanzone, sempre pronto a guarire ogni male, se ne accorse ed appropinquatosi, piano, quasi in punta di piedi a quel malato di malinconia cronica, gli domandò: Beh, ma allora…? E’ Carnevale, ciò! Perché non vieni a divertirti con noi? Te ne stai sempre così tutto solo!”
Il goffo dottore delle marionette mise dunque a frutto i suoi studi di erudita medicina: gli sentì il calore della fronte ed il battito del polso poi, con il fonendoscopio, gli ascoltò i polmoni. In seguito, con lo sfigmomanometro, gli misurò la pressione sanguigna e così via, ma niente. Sembrava davvero che il giovane Pierrot scoppiasse di salute… “Ohibò, Sorbole! Ma te, mio caro Pierrot, scoppi proprio di salute! Hai più vigoria te, di tutti noi messi assieme! Datti una dritta, dunque, e smettila di frignare!”
Alla vista della scena del dottor Balanzone che visitava il presumibile malato, tutte le altre maschere si avvicinarono ed un gran vocio si sentì aleggiare per il piccolo teatro.
“Aria, aria!” Il piccolo Pierrot sta bene, ve l’assicuro io dall’alto della mia scienza, ma così, per la miseriaccia, rischiate di soffocarlo!” esclamò il medico grassone.
“La verità… la verità…” singhiozzò Pierrot “è che io vorrei sorridere come tutti voi, ma questa maschera me lo impedisce da secoli! Queste lacrime sul viso non le voglio più! No, no, e poi ancora no! Oh!”
I burattini si guardarono l’un con l’altro, non privi di un certo imbarazzo.
Ad un tratto, Arlecchino, il più povero ma anche il più sensibile delle maschere, si avvicinò al dimesso Pierrot ed accarezzandogli lievemente il bellissimo viso, esordì: “Pierrot, nessuno di noi possiede la tua espressione dolcissima! Il tuo creatore ti ha concepito nella poesia più pura! Guardati allo specchio ed ammira la perfezione dei tuoi lineamenti e la loro delicatezza. Se tu cambiassi espressione tradiresti per sempre il canto creativo di chi ti ha disegnato! Ognuno di noi è bello e sublime per quello che è. Non desiderare di modificare te stesso!
Il giorno dopo si aprirono i battenti del teatrino e il nostro Pierrot, illuminato da una luce lunare, salutò i bimbi presenti con una rosa in mano. Le sue lacrime erano ancora lì, sul suo bel volto e brillavano più dell’argento, ma ancor di più brillava il sorriso del suo cuore ormai felice…


Immagine: Pierrot and Harlequin di Paul Cezanne

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