
Fu quando mi lasciai alle spalle Notre-Dame, per accingermi a passare il ponte che mi avrebbe portato poco più avanti di Place Saint Michel, che avvertii nell’aria la sua presenza. Percorsi metà del ponte, poi spostai lateralmente lo sguardo, dal fiume al di là della strada, dove alcune insegne luminose indicavano la presenza di un bistrot o di un bar. Ella era là, seduta fuori di questo locale che capii essere un bar. Era sola, ma sembrava che aspettasse qualcuno. Aveva una fare nervoso, forse dettato dalla impazienza dell’attesa. Oppure forse aveva solo qualche questione personale da risolvere. Rallentai il passo perché non sapevo cosa fare. Avrei sì voluto precipitarmi verso di lei, ma mi sembrava un gesto troppo invadente. Avrei potuto infastidirla o semplicemente contrariarla. Attraversai lentamente la strada dirigendomi verso il bar. Giunto a pochi metri la fissai negli occhi e dopo qualche secondo la salutai.
«Bonsoir» dissi. «Bonsoir» mi rispose. Non credevo fossi capace di avere una tale decisione e determinazione. «Non crede che mi debba un minimo di spiegazione?», le dissi con voce dolce ma ferma.
Lei fu altrettanto ferma e decisa. «No» mi rispose. «Lei, delle domande che vorrebbe pormi, conosce già le risposte».
Ero interdetto. Ancora una volta mi aveva colto di sorpresa. «Aspetta qualcuno? Posso sedermi un attimo?» le chiesi con gentilezza.
«Certo che può. Prego, si accomodi», disse mentre con un gesto della mano accompagnava le parole.
Io continuai: «Che significa che conosco già le risposte? Lei, non più di due settimane fa, mi ha lasciato con un oscuro disegno su un cartoncino ed è letteralmente scomparsa. Non capisco il significato, il senso di tutto ciò». Ero stupito per quanto avessi osato essere così esplicito e diretto.
«Davvero, così crede?». Aveva un sorriso enigmatico, un po’ sornione e un po’ sorpreso. «Non sa che i significati e il senso delle cose deve cercarli solo dentro di lei? Nessuno potrà mai indicarglieli. Perché ciò che per alcuni è vero, per altri potrebbe esser falso, e viceversa. E a lei le cose false non piacciono. Lei cerca solo cose vere, le cose reali. O almeno … che appaiano tali, che si presentino con la loro veste di veridicità, salvo verificarle in seguito. Sbaglio?».
No che non sbagliava. Era proprio così. Ero sempre alla ricerca della verità, della comprensione della realtà, del senso da attribuire al reale. Ma … lei mi sembrava irreale. Come se appartenesse ad un’altra dimensione. Come se per caso avesse incrociato la mia “linea di universo” e proprio lì mi stesse facendo perdere, su quella linea che tracciava il mio percorso nello spazio e nel tempo di quest’universo, di questa dimensione.
«No, lei non sbaglia», risposi, «ma, vede, il punto è proprio questo. Tutto ciò che lei dice è sempre giusto. Così dannatamente giusto che sembra irreale. E io ho bisogno di capire quanto tutto ciò sia reale, e quanto no».
Mi resi conto solo allora che in realtà non volevo una risposta esplicita. Temevo la risposta esplicita, chiara in tutta la sua crudezza. Temevo che una risposta alla mia domanda ponesse fine a questi incontri. Anzi, ne ero certo. In realtà, forse, aveva ragione lei, io già conoscevo le risposte.
Mi resi conto, in quel preciso momento, mentre pensavo tutto ciò e parlavo, … che sapevo chi lei fosse. No! Assolutamente non volevo che fosse lei a dirmelo esplicitamente. Così aggiunsi: «No, non mi dica nulla. La realtà è quanto riusciamo a costruire interagendo con quanto ci è intorno. È quanto riusciamo a vedere e conoscere, e ad agire col frutto di questa conoscenza. La realtà è il patrimonio di esperienze che ci permettono di operare sul contesto che viviamo. Così, anche il sogno è realtà, perché ci permette di vivere e di agire, di mettere a frutto esperienze e idee, ci permette di passare dalle parole ai fatti. Se per poter sognare occorre affrontare la realtà, per governare la realtà bisogna poter sognare. Ora so chi è Lei. Ma, proprio per questo non ho intenzione di perderla. Ho bisogno di incontrarla altre volte, e, lei … lei me lo permetterà?».
Il suo viso era sereno, per nulla turbato dalle mie parole, anzi era interessata. Prontamente prese la parola e mi disse: «Ha visto che avevo ragione. Lei sa già tutto. Sa di me, sa di lei, sa di quello che vive intorno a lei. Potrebbe anche non incontrarmi più, ma saprebbe comunque come dare senso alla sua vita. L’ho capito dagli incontri avuti, quelli in cui ero fisicamente presente, e quelli in cui sembrava che non ci fossi.
Vede, i binari che la nostra mente e il nostro agire percorrono insieme, sono tre. Sì, sono proprio tre. E non tutti li sanno percorrere coniugandoli nel modo in cui dovrebbero. Ciascuno è portato a sbilanciare i percorsi, chi eccede nell’uno e chi nell’altro. Difficile è capire quanta importanza dare a ciascheduno, senza dimenticare anche gli altri.
Abbiamo il binario del pragmatismo. Questo serve a condurre le nostre azioni sempre verso uno scopo, un obiettivo che porti utilità a qualcuno. Senza uno scopo, una meta cui tendere, la nostra vita sarebbe noiosa oltre che inutile. Dobbiamo allora agire e lavorare per conquistare queste mete e dobbiamo essere pratici e immediati nelle decisioni, nelle scelte che quotidianamente ci accingiamo a compiere. Questo binario ci spinge ad usare la ragione per trovare le soluzioni pratiche da intraprendere. Ci spinge a conoscere metodi e pratiche per imparare a fare, a realizzare risultati. Ma da solo, questo binario potrebbe condurre all’aridità dei sentimenti, alla limitazione delle emozioni, a fare di noi una semplice macchina operatrice che lavora per un’utilità, un profitto che sarebbe fine a sé stesso se non fosse accompagnato dalla passione, dai sentimenti e dall’emozione. Ecco che allora esistono altri due binari.
Uno è il binario della fantasia. Capace di immaginare l’impossibile, l’irreale. Capace di inventare il sogno. Capace di trasportare un uomo tra le passioni e le emozioni portate ai livelli mai immaginati, nell’irreale. Pensi un po’ cosa saremmo se non avessimo la fantasia. Se non avessimo la capacità di immaginare l’inimmaginabile, quanto non può appartenere ancora al mondo reale, ma che, accoppiata al pragmatismo può portare a concretizzare realtà non ancora compiutesi, il possibile, dal presente non ancora realizzato, e spesso neanche ancora pensato. La fantasia spinge la ragione nel mondo delle idee, permette di catturarne qualcuna e di portarla nel reale e concretizzare, così, realtà nuove e inesplorate. Pensi che bello poter disporre del dono della fantasia. Lei può immaginare di comunicare gesticolando, oppure scrivendo, usando la posta, persino il tam-tam. Ma è solo con la fantasia che può far viaggiare la sua voce con le onde hertziane e inventare il telefono. Ma, anche qui ci sono dei limiti. La fantasia serve per immaginare e creare nuove realtà, ma essa, da sola, sarebbe totalmente evanescente e inutile, non porterebbe mai verso un risultato concreto, quantificabile e misurabile. Un uomo che percorresse testardamente solo questo binario, potrebbe perdersi nei meandri della pazzia. Perderebbe ogni riferimento con la realtà, o, peggio ancora, potrebbe confondere fantasia e realtà e compiere azioni inutili, se non totalmente inconsulte.
Ecco che allora c’è anche il terzo binario, quello dell’immaginario. Questo è simile alla fantasia, ma si limita a immaginare il possibile, aggregando frammenti di realtà possibili, di cose conosciute, imparate, viste, sentite. L’immaginario permette di uscire dalla propria realtà alla ricerca di altre realtà possibili, ma non vola alto come la fantasia. L’immaginario può condurre nei sogni che immaginano un reale mai realizzato, ancora da compiere. Anche qui, però, un uomo capace solo di immaginare, resterebbe incapace di agire verso obiettivi concreti. Si trastullerebbe solo nelle sue teorie mai verificabili e mai convergenti verso un risultato tangibile. Ecco perché i binari sono tre e devono essere percorsi con sapienza e con buonsenso, mettendoci sempre passione e sentimento, mai facendosi possedere unicamente e completamente solo da uno di essi».
Mi diceva questo e mi affascinava sempre più. Sembrava essere sapienza e saggezza fuse in un corpo umano affascinante e seducente quanto misterioso e ignoto. La sua voce era mite e amabile e aveva una musicalità tipica delle donne dell’Europa centrale che usano modulare il suono della voce sfruttando le caratteristiche peculiari della loro madrelingua. Indubbiamente era una donna che aveva una straordinaria capacità di rappresentare l’esperienza racchiudendone il significato in una sintesi di estrema efficacia. Era quasi una immagine iconografica del come vivere le esperienze dando ad esse valore, e racchiudendone le qualità in una espressione densa di significato e di valore umano.
Il suo fascino mi aveva completamente ammaliato. Mi rendevo conto solo in quel momento che io ero abituato a percorrere i tre binari quasi sempre separatamente. Difficilmente li intrecciavo insieme in un connubio costruttivo ed evolutivo. Al pragmatismo spesso accoppiavo l’immaginario, ma la fantasia la usavo quasi esclusivamente come via di fuga. Sì, essa rappresentava per me quasi esclusivamente il modo di rifuggire la realtà quando essa mi appariva amara o ingiusta, quando non appagava i meriti che credevo mi spettassero. La fuga sulla mia linea di confine era spesso il modo per accostarmi all’immaginario e alla fantasia. Amavo percorrere quella linea, ma non ero quasi mai stato capace di rubare da uno dei territori di confine, qualche idea o spunto da portare nella mia realtà per fare una nuova realtà, o semplicemente per arricchirla di cose mie. Possedere un’emozione e darle fisionomia, darle vita, scrivendo una poesia, o facendo un disegno. Dando realtà ad una fantasia, a un’emozione, a un’idea. Mi rendevo solo ora conto di quanto, questo, fosse un mio grosso limite. Dovevo invece imparare a fecondare la realtà con la mia fantasia e con la mia immaginazione. Dovevo avere il coraggio di osare, non solo di pensare l’improbabile o l’impossibile, ma anche di provare a rendere probabile e possibile quanto per me poteva essere solo un sogno, una fantasia o una realtà improbabile. Dovevo almeno provare a rendere visibile quanto, in maniera invisibile, covava solo sulla mia linea di confine. Essere capace di portare nel mio mondo reale, un disegno come quello che mi aveva porto la misteriosa fanciulla. Perché esso era là, sulla mia linea di confine e io, dovevo solo imparare a cercarlo, a renderlo a me visibile, superare quel confine, scantonare in uno di quei territori quasi vergini e portar via qualcosa per farne poi realtà.
«Ha ragione» le dissi, «devo imparare a percorrere in modo intrecciato i tre binari che lei mi ha indicato. Perché, se è vero che li percorro tutti e tre, è altrettanto vero che lo faccio quasi sempre, per ciascuno, in modo indipendente dagli altri due. Ho letto un bellissimo libro del biologo Henry Laborit chiamato “Elogio della Fuga” che inizia con queste parole:
“Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte dalle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.”
Ecco, vede, io ho imparato a rifuggire la realtà amara, scappando con la mia barca sulla mia linea di confine. È lì che incontro fantasia immaginario e quant’altro non sia riconducibile a schemi noti e consueti, inflazionati dall’ovvio della realtà e inquinati dalla logica del solo profitto e dalla sola utilità personale o di pochi. E uso la forza del Desiderio come propellente».
Lei mi guardava diritto negli occhi. Era interessata a quanto dicevo nonostante, oramai ne ero convinto, mi conoscesse meglio di quanto io conoscessi me stesso. Con la mano prese il bicchiere che aveva sul tavolino, lo guardò, poi lo portò alle labbra e ne sorseggiò il contenuto. Ero incantato da quelle labbra sottili ed espressive. Poi, mentre io continuavo a fissarle le labbra che si muovevano e modulavano l’aria coi suoni della sua voce, ammaliato dal suo fascino, riprese a parlarmi:
«Non basta fuggire. La fuga aiuta, ma non può risolvere. Quando la lotta è impari può anche andar bene che si fugga. Ma poi, occorre essere costruttivi e portare al di qua della linea di confine ciò che si riesce a rubare al proprio immaginario e alla propria fantasia e darne corpo e volume. Occorre esser capaci di dare forma e vigore all’idea e poi condividerla, socializzarla col proprio contesto. Lei deve imparare a materializzare il sogno, farne realtà o di utilità o di emozione, ma farne qualcosa che non rimanga solo sogno o passione incompiuta, desiderio inespresso, oppure espresso solo a metà. Solo quando avrà imparato a materializzare quanto vede nei diversi territori attraversati dalla sua linea di confine, allora avrà in parte il controllo di essa».
Mi resi conto che quando sarei riuscito in tale intento, allora non l’avrei più rivista. Avrei raggiunto un nuovo stato di equilibrio dinamico in cui lei sarebbe stata un’immagine passata che si sarebbe attualizzata, poi, in una nuova forma espressiva del mio vivere. Sarebbe stata una realtà trasformatasi da idea a espressione di vita nuova, di pensiero e di comportamento. Ma ero angosciato dall’idea di perderla dalla forma in cui l’avevo conosciuta. L’avrei rincontrata forse sotto altra forma, ma non ero certo che ne sarei stato più gratificato.
Chissà se anche ogni linea di confine ha un propria e diversa linea di confine dove potersi rifugiare quando si è in difficoltà. Come un rifugio su di un valico di montagna dove potersi riparare dai disagi della tempesta. Quella interiore che ti sconvolge e che ti impedisce di mantenere lucidità e serenità di valutazione e di pensiero. Ecco, io ero proprio come in una tempesta, e non potevo scappare sulla mia linea di confine, perché vi ero proprio sopra. Ne avrei avuto bisogno di un’altra ancora. Lei aveva però ragione. Non si può solo fuggire. Dovevo riuscire a coniugare i miei binari in modo costruttivo. Non bastava la semplice fuga. Troppo facile. Avrei dovuto provare a materializzare un embrione di idea, a trasformarla, darle una fisionomia, e poi farne cosa reale, o di emozione o di utilità. Mentre riflettevo su come trasformare un’idea, lei, come sempre aveva già fatto, mi anticipò e riprese a parlarmi:
«Io so come lei avrebbe trasformato un embrione di idea, in idea, e poi in qualcosa che potrebbe essere reale, se fosse stato avvezzo a intrecciare i binari nel modo giusto. Ma può riuscirci, e ci riuscirà. Ora le mostro cosa avrebbe disegnato se avesse trovato nel suo immaginario di artista, la giusta vena per toccare la sua fantasia nei punti giusti. Per portarla a rappresentare su carta le trasformazioni dell’idea verso una figura irreale ma plausibile. Per consacrare essa nel reale. Rappresentata dall’iconografia che lei ha della trasformazione dell’idea verso il reale plausibile».
Mi aveva completamente confuso. “… Per consacrare essa nel reale. Rappresentata dall’iconografia che lei ha della trasformazione dell’idea verso il reale plausibile”, … che cosa diamine voleva dire? Certo, era davvero cosa complicata capirne il senso. Ma, mentre cercavo di districarmi nello scioglilingua mentale dei possibili significati, … ecco che mi porge un altro disegno. Ero curioso di vederlo e di capirne il senso.
«Si chiama Trasformazione», mi disse, «… la trasformazione delle sue idee. Quello che lei avrebbe disegnato se fosse stato capace di mettere insieme quanto vede dalla sua linea di confine riguardo alla “idea” e alla sua trasposizione nell’immaginario e nel reale».
Era un disegno che aveva …
Tratto dal romanzo dell’Autore “Linea di Confine” pubblicato da ARACNE Editore


