
Renzo, un bell’uomo sui quarant’anni, stava passando un momentaccio, un periodo cupo in cui si intensificavano in lui dolorose meditazioni e altrettanti dolorosi pentimenti: un consuntivo in rosso della sua non certo irreprensibile vita.
Quel piccolo albergo vicino alla stazione di Vicenza non poteva considera si il posto ideale per sollevare il morale, ma l’aveva scelto come rifugio provvisorio, dal momento in cui la moglie Elena l’aveva sbattuto fuori di casa. Una sera, rincasando dal lavoro, aveva trovato accanto all’uscio due valigie già bell’e fatte, tutto ciò che gli rimaneva del suo disgraziato matrimonio. Non aveva nulla da recriminare, riconoscendo di aver mille volte torto nei confronti della moglie; nemmeno quando questa lo liquidò con una frase che doveva rimanergli stampata nel cervello a lungo: «Cresci, bastardo».
Renzo era titolare di una ditta di import-export ereditata dal padre, con sede a Padova, che professionalmente sapeva ben dirigere. Ma la passione per le belle donne e l’azzardo in borsa l’avevano scaraventato a terra, dalla quale è assai difficile rialzarsi, se non a costo di enormi sacrifici. Il diretto più devastante glielo aveva assestato con la precisione di un peso massimo l’avvenente segretaria, che non s’accontentava certo del mazzo di fiori, e che, intascando ciò che aveva saputo accumulare con la sua arte, abbandonò la nave allorché si rese conto che questa iniziava ad imbarcare acqua. Se all’imprudenza e a questi, diciamo così, capricci del protagonista della nostra storia si aggiunge l’immane tragedia dell’11 settembre si può ben immaginare la precaria situazione economica del povero Renzo.
Ma siccome ci sono momenti in cui le disgrazie non vengono mai sole, il tocco finale glielo affibbiò un vigile urbano che gli ritirò la patente perché guidava in stato di ebbrezza. Un amico aveva dato l’addio al celibato e a Renzo sembrò più che giustificato alzare il gomito. Una giustificazione comunque che non convinse né commosse il tutore dell’ordine.
Tuttavia, al di là dei dispiaceri materiali, il dolore più grande glielo procurò il distacco dalla sua Gigliola, l’adorata figlia di sette anni, alla quale voleva sicuramente un gran bene, ma che non era bastata a farlo desistere dalle sue debolezze.
Accantonate giocoforza le tristi vicende, Renzo dovette affrontare una vita in salita: dal conto in profondo rosso all’obbligo di dover raggiungere in treno, fra i comuni pendolari, la sede della ditta, di cui era titolare, segretario e fattorino.
«Non mollare, è un momento duro per tutti» era il ritornello del suo amico Giorgio, concessionario di motociclette.
«Sai, nell’economia ci sono gli alti e i bassi, vedi?» e disegnava nell’aria con il dito le curve, i trend come li chiamano gli economisti. A letto, con la luce accesa, Renzo fissava il soffitto e cercava di immaginare la curva che cominciava ad impennarsi.
Non potendo alloggiare eternamente in albergo, cercò un buco dove vivere; e lo trovò in periferia, all’ultimo piano di un grande condominio di cinque piani. Si trattava di un complesso di tre fabbricati, disposti a ferro di cavallo, così da racchiudere – tenendo conto che una grande inferriata munita di cancello era posta sul quarto lato – un ampio cortile, al centro del quale svettavano tre grandi magnolie. I fabbricati, contrassegnati con le prime tre lettere dell’alfabeto, erano stati ridipinti di recente con colori vivaci.
Al piano rialzato del caseggiato A c’era un appartamentino in cui viveva Giovanni, ex portinaio del condominio, assieme alla moglie Clara. Ex perché quand’era alle dipendenze, a furia di conquiste sindacali, era venuto a costare più di un ingegnere del Comune. Perciò lo liquidarono e gli lasciarono l’appartamentino – per il quale pagava un affitto modesto – composto da soggiorno con angolo di cottura, camera matrimoniale e bagno. Al centro del soggiorno troneggiava un grande tavolo, dove Clara, per molte ore del giorno, s’arrangiava a fare qualche lavoretto da sarta o stirava. Nei pomeriggi, quand’era libero da impegni, Giovanni, sprofondato in una vecchia poltrona di pelle marrone, faceva compagnia alla moglie, leggendo un libro dopo l’altro.
Benché non avessero obblighi né incombenze nell’ambito condominiale, Giovanni e Clara si prestavano a svolgere alcuni servizi, che gli inquilini affidavano loro. E così avevano modo di arrotondare la modesta pensione dell’uomo. La coppia era dotata di apprezzabili qualità e ben disposta ad interessate premure. Lui, sulla sessantina, era di statura media, segaligno, dal naso adunco e dagli occhietti vispi, ai quali nulla sfuggiva. Dotato di sorprendente energia, nonostante la complessione non certo erculea, si spostava da una parte all’altra del condominio con non comune rapidità, portando a termine i lavori affidatigli con discreta perizia e solerzia.
D’altra parte non c’era da meravigliarsi, visto che la moglie lo pungolava continuamente con frasi del tipo: «Prima finisci e prima riscuoti; già son lenti a pagare, se poi ci dormi sopra anche tu…».
Clara, due anni in meno del marito, dal carattere autoritario o docile a seconda delle circostanze, non aveva alcun motivo di invidiare le donne prosperose, dato che la natura con lei era stata piuttosto generosa, a cominciare dal seno che poteva fare il pari con quello di certe balie da latte. Le braccia, lasciate in bella vista tutto il tempo dell’anno, in considerazione della sua indifferenza al freddo, e il resto del corpo, davano l’impressione di buona vigoria fisica. Aveva un bel viso pienotto e rubicondo, privo di una benché minima traccia di rughe; ciò che le donava un aspetto di sana floridezza.
Il piacere e la ragione di Antonio Zanchet – Albatros, 2012 – pag. 259
Il commento di NICLA MORLETTI
Dopo i libri “Vaghe stelle e altri racconti” e “L’amore accanto”, Antonio Zanchet, con il suo inconfondibile stile, ci offre la lettura di un nuovo romanzo avvincente e coinvolgente dal titolo: “Il piacere e la ragione”, una storia che descrive in chiave moderna un rapporto amoroso, dove il conflitto tra ragione e sentimento mette il protagonista in condizione di dover fare delle scelte determinanti nella sua vita.
Amore e passione si amalgamano, attrazione e ragione penetrano nell’anima come fanno con le nubi i raggi del sole. Le storie si intrecciano, palpitano, emozionano, fanno suscitare ricordi e sentimenti.
Antonio Zanchet, in uno stile narrativo sobrio, elegante e ben comprensibile, riesce a tutto tondo a dare vita ad un romanzo dalle mille sfaccettature, con i personaggi ben caratterizzati attraverso uno scavo psicologico che rende grande un autore. Egli riesce a rendere accattivante la lettura e ad esprimere compiutamente le emozioni ed i fermenti del suo territorio interiore, in una pacata sintesi espressiva in cui sfocia una sotterranea depurazione della composizione, che nasce, si tempra e si esprime attraverso il sentimento e le situazioni vissute nei giorni. Un bel romanzo di vita e d’amore di cui consiglio vivamente la lettura.

Dopo i libri “Vaghe stelle e altri racconti” e “L’amore accanto”, Antonio Zanchet, con il suo inconfondibile stile, ci offre la lettura di un nuovo romanzo avvincente e coinvolgente dal titolo: “Il piacere e la ragione”, una storia che descrive in chiave moderna un rapporto amoroso, dove il conflitto tra ragione e sentimento mette il protagonista in condizione di dover fare delle scelte determinanti nella sua vita.
