Il mio presepe

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Paesino in legno sughero e cartone,
luci soffuse fra alberi e pastori
con animali, doni e tanta gioia,
verso la grotta e la mangiatoia.
Madonna, San Giuseppe e bambinello
e dietro a loro il bue e l’asinello.
Io non ho più riavuto quel presepe,
io non ho avuto più gli occhi incantati,
della mia infanzia nel luogo abbandonato.
E quel presepe adesso lo rivedo,
con gli occhi della mente e, nel ricordo,
mi sembra di sentir le ciaramelle
venir dalle stradine del passato,
mamma, papà, le voci ricordate
risento in questa sera di Natale
in cui vorrei un presepe tale e quale
e tutto il resto che è scappato via
insieme agli anni della vita mia.

Per chi arriva la Befana?

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Amatissima dai piccoli, la Befana, da  epifania, cioè manifestazione, è una favolosa vecchietta che distribuisce doni ai bambini buoni, ma cenere e carbone a quelli disubbidienti, nella notte fra il cinque e il sei gennaio. L’iconografia la rappresenta in ciabatte, lunga gonna scura e rattoppata, grembiulone, scialle e ampio cappello. E, soprattutto, mentre vola sui tetti a cavallo di una scopa.  
La nascita di questa tradizione popolare, antichissima, magica e pagana ha, come tante feste, un’origine agricola, come allegoria di una natura consunta che, immolandosi a una nuova primavera, vuole lasciare un bel ricordo ai più meritevoli, augurando un prossimo ciclo di prosperità.  Il folclore si fuse poi con elementi cristiani e la Befana portò doni come i Magi a Gesù Bambino. La leggenda narra che i tre Re, essendosi smarriti sulla strada per Betlemme, chiesero a una vecchia di accompagnarli. Ma questa non poté. In seguito, se ne rammaricò così tanto da mettersi a cercare il piccolo Gesù in ogni casa, recando strenne a tutti i bimbi nella speranza di trovare il Redentore. A Gesù i Magi portarono oro, incenso e mirra, simboliche offerte del mondo reale per adorare il neonato Salvatore dell’umanità. Essi consegnano regali, regali materiali. Ma, in questi giorni dell’apparizione di Gesù, quanto di più può essere regalato ai tanti bisognosi della terra, specie ai bambini malati, a quelli poveri, a quelli senza genitori o senza patria, senza casa, senza ospedali, senza medicine. Se solo l’Epifania servirà a diminuire, non certo a sconfiggere – sarebbe un’utopia – le tante piaghe del mondo, avremo celebrato nel modo più giusto e generoso lo spirito dell’evento natalizio, quello di tendere una mano a chi soffre. E, come non ricordare i versi di Giovanni Pascoli che, nella sua poesia “La Befana”, rivolge un pensiero alle diversità sociali e alle miserie umane, attenuate solo dalla fede e dalla speranza: ”…La Befana vede e sente;/ fugge al monte, ch’è l’aurora./ Quella mamma piange ancora/ su quei bimbi senza niente./ La Befana vede e sente./ La Befana sta sul monte./ Ciò che vede è ciò che vide:/ c’è chi piange, c’è chi ride:/ essa ha nuvoli alla fronte,/ mentre sta sul bianco monte.”

Il Natale è la speranza

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Arriva il Natale, la ricorrenza più importante dell’anno. Sono, per milioni di persone, giorni di semplice festa, di doni e di consumi, di musica e di viaggi. Tutto ciò generalizzando, ovviamente. Il che è sbagliato perché, a mio parere, esistono tanti natali, ognuno diverso per quanti sono  gli esseri del mondo che credono nel mistero della Natività. Quello più appariscente è fatto di vetrine addobbate, di shopping, di luci e di colori, di regali, di pranzi e cene al limite della congestione. La stragrande maggioranza della gente è per strada o, ancor più, nei centri commerciali a riempire carrelli di roba da mangiare o cianfrusaglie inutili. E la spiritualità del Natale? Relegata nelle chiese, nelle omelie dei parroci, nella suggestione dei cori e delle carole! Mi trovavo a Roma, anni fa, in questi giorni di vigilia e camminavo a zig - zag in mezzo a signore e signori eleganti carichi di pacchi, fra luminarie e tappeti rossi davanti ai negozi. Quasi tutti i locali esibivano alberi di Natale dalle decorazioni più improbabili. Pochi presepi, quasi tutti “moderni”, eccentrici. Mi ritrovai, quasi per caso, in piazza della Minerva e, passando davanti alla chiesa, udii un suono angelico provenire dall’interno. Entrai. Mi avviai verso l’altare. C’erano circa cinquanta fedeli, perlopiù anziani che ascoltavano Gazzelloni che suonava il suo flauto d’oro. Era una musica struggente, erano note che ti riscaldavano l’animo, che ti liberavano la mente dai pensieri. Era musica…divina. Era lo spirito natalizio che si faceva armonia. C’erano, in quei suoni, i rosari recitati la sera nelle case di paese intorno al camino. C’erano le messe di mezzanotte nelle piccole chiese dei borghi montani, le mense dei poveri, le corsie degli ammalati, la solitudine delle prigioni, la lontananza delle persone care, le perdite irreparabili. Eppure c’era anche la speranza, la fine delle guerre, delle malattie, delle persecuzioni, della fame, degli sfollati, della povertà assoluta. Nei quadri che intravedevo nella penombra della cattedrale c’erano immagini della vita di Gesù, della Madonna, dei Santi, della fuga in Egitto. Tenue, poco illuminato, discreto, c’era un presepe tradizionale, con tutte le figurine, la cometa, i re magi, le pecore. Quel presepe esprimeva semplicità, onestà, valori, sofferenza, purezza. Quella notte magica della Natività era un sogno fatto da svegli, un rifiuto alla rassegnazione, un richiamo alle coscienze, un invito a non avere paura. Quando sono uscita dalla chiesa mi sono sentita, per un po’, più sollevata, più libera. Forse ho dormito anche meglio, quella notte, non lo ricordo. Una cosa è certa, non volevo lasciarmi coinvolgere nella sarabanda del Natale commerciale, volevo, invece, pensare di più al messaggio evangelico. Avevo bisogno di profumo d’incenso e non di aromi griffati. Comunque…auguri a tutti!

Natale speciale

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Sogno muto
di voce
lontana
saccheggia
luce
di sole
tramontato
di ciò
che non è
stato
di un bacio
d’amore
non dato.
Un’ansia
frantuma
il cuore
dolore
riannoda
memorie
di un Natale
speciale
cometa
ancora
su grotta
fiamma
d’eternità
breve
di un giorno
che muore
d’ombra.

Dalla silloge  ”Uno squarcio di sogno“  di Daniela Quieti – Ed. Tracce 2010

Rimescolo i sogni

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Rimescolo i sogni

Stasera rimescolo nella mia mente i sogni con i giochi della vita,
quando diventavano sempre più pericolosi,
e m’incammino per mete sconosciute,
in mezzo alla neve che gela le mie lacrime.
Ho rimosso il nome di quel posto,
ma ricordo un volto amico vicino alla pensilina,
un odore di intensi pensieri,
rimasti lì in fondo a quel viale,
una siepe complice delle mie paure,
il mare vicino che risucchiava la mia allegria,
il tintinnio della pioggia  sulla mia pelle,
e quel volto che amico non era più.

Continuo a camminare verso mete dove la vita ha altri colori.

The return

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I have returned
from a distant land
to my home
silent for too long
I have returned
to my village
it has been told
countless times.
But how blue
this sky is
how clear
this water is
how white
this bread is
like the stone
on which I lay flowers
where I rediscover
my heart.

Da “The colours of the park” di Daniela Quieti -  Inedito

(Traduzione)

Ritorno

Sono tornato
da una terra lontana
alla mia casa
troppo a lungo
senza voce
sono tornato
al mio paese
tante volte raccontato.
Ma quanto
è più chiaro
questo cielo
quanto più limpida
questa acqua
quanto più bianco
questo pane
come la pietra
su cui depongo fiori
dove ritrovo
tutto il mio coraggio.

Pane per l’anima di Anna Laura Cittadino

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La luce filtrava appena da sotto l’imposta chiusa, quel poco che bastava a farmi capire che era ora di alzarmi.
Non ne avevo voglia.
Sentivo invece il bisogno di continuare a crogiolarmi sotto le coperte lasciando liberi i pensieri.
Mi sono girata verso di te e ti ho guardato, a te il mio sorriso e il primo buongiorno, poi mi sono ricordata ed ho aggiunto:”Auguri papà”.
Diciannove marzo, festa del papà,una data che avrei voluto cancellare dal calendario perché per me oramai priva di significato.
Ci ho provato sai, ho provato ha sedare quel dolore che sentivo ancor di più crescere dentro, non ci sono riuscita  perché tornava prepotente a urlare con tutta la sua forza.
Ho trovato rifugio nei ricordi, un balsamo per quel dolore che nulla voleva capire.
Mi aveva svegliato la tua voce al telefono, quello che credevo fosse il cuore della notte era in realtà la mattina.
Che fai ancora dormi? Mi hai chiesto.
No, ero già sveglia da un po’, ti ho risposto.
Vergognandomi della mia pigrizia perché tu, dopo sei ore di lavoro notturno, eri già pronto a viverti la tua giornata.
Se non hai da fare andiamo alla fiera di San Giuseppe, mi hai detto.
Acconsentii e venni a prenderti.
Durante il tragitto ascoltavo il tuo racconto sulla fiera dei tuoi tempi, fiera del dopo guerra dove la merce esposta per lo più proveniva dall’America, la fiera degli anni cinquanta, del bianco e del nero,dove gli unici colori  che riuscivi a portare a casa erano quelli delle arance e dei mostaccioli al miele di fichi,così duri che prima di riuscire a mandarli giù dovevi tenerli in bocca almeno per mezz’ora.
Nella fiera d’oggi tornavi ad essere il bambino di ieri.
Io a far da genitore, tu da figlio,per tener fede a quegli occhi da bambino di allora, che aveva mangiato solo con lo sguardo il mondo della fiera che lo circondava.
Nei miei c’era l’approvazione per poter comprare un panino con la salsiccia alla griglia.
In fiera ha un altro sapore mi hai detto.
Quello che oggi ti concedevano le tue tasche non ti era più concesso dalla tua salute.
Girovagammo per ore tra i banchi dei venditori, un pensiero per tutti da portare a casa in ricordo di quel giorno vissuto in piena libertà, senza orari, né diete,per tornare a casa con le tasche vuote ma con il cuore pieno.
Stavamo tornando quando Giammy mi chiese di comprare una paperetta,al mio rifiuto ti sei fatto avanti tu: “Ma dai compriamola,una volta cresciuta un po’ la porti da me in campagna, se Giammy non la uccide prima!”.Scoppiamo a ridere e la comprammo.
In macchina con lo schiamazzo della papera mezza chiusa in un sacchetto di plastica, passavamo a rassegna i minuti di quel giorno, ad ogni racconto buffo che ci tornava in mente scoppiavamo a ridere.
Avrò pensato solo per un istante che non avrei più consumato altri passi insieme a te per quelle vie?
Che non avrei più condiviso un’altra risata rincorrendo il palloncino che il vento ci aveva strappato dalle mani? Che non avrei più gioito nel sole di marzo insieme a te?
No, non ci ho pensato neanche per un istante.
Raccoglievo quei momenti e li tenevo chiusi nello scrigno che racchiude i ricordi più belli della memoria. Oggi l’ho aperto, anche se fa male.

***

Leggiamo e commentiamo insieme questo brano tratto dal libro Pane per l’anima di Anna Laura Cittadino, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

La cava abbandonata

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Poppy field di Steve Thoms

È un caldo pomeriggio di giugno. L’aria è quieta, il cielo terso come un cristallo. Da lontano, tra le bionde spighe, si allargano purpuree macchie di papaveri, mentre nell’aria si perde il profumo delle erbe aromatiche: mentuccia, nepitella, lentischio.
Sola, tra i caldi colori della campagna, ascolto il loro bisbiglìo incessante.
Coccinelle dalle elitre rosse si posano sui petali delle rose. Piccoli uccelli di bosco, dalla testolina nera e il  becco sottile, svolazzano tra i fili d’erba.
Ad un tratto, s’innalza il  loro canto: dolce, armonioso, soave, a tratti velato di malinconia. Le note si propagano per la campagna. Il vento cala. Tutto è calmo. Sembra che la natura  si sia fermata ad ascoltare. Anch’io.
La capinera canta, canta ancora. Tendo l’orecchio: è un melodia  disperata. Sembra voler dire: “Ascoltate la mia canzone,  canto per voi!”
Ma chi altro può udire, se non io e le piccole creature del bosco! Se non io e gli abeti e le pietre della cava abbandonata che si apre davanti ai miei occhi tra cespugli di rovi?
I rovi oggi ricoprono la cava.
Là sotto, tra blocchi di travertino, ora navigano anatre su acque stagnanti. Un tempo, schiere di operai  lavoravano senza sosta, dall’alba al tramonto. Sotto il sole cocente o con la pioggia. D’inverno o d’estate. Con il cuore colmo di tristezza o con un sorriso sulle labbra. Ma forse non c’era tempo neppure per provare emozioni… E i loro volti, pian piano, divenivano duri come la pietra che strappavano alla terra.
Eppure, a sera, quando tornavano a casa,  prendevano di nuovo lo scalpello. Dal travertino ricavavano statue, anfore, capitelli, oggetti d’arte. Anche mio padre. Ed era una luce particolare quella che brillava nei suoi occhi in quei momenti.
Hanno costruito un intero paese con solide case, circondate da giardini con sculture di marmo, colonne, fontane e muretti di cinta di travertino.
Li ho visti, un giorno, tanti anni fa.
Li ho visti lavorare in cava, con le mani immerse nell’acqua gelida e i piedi nel fango.
Ho visto rughe fonde solcare i loro volti. Ho stretto le loro mani screpolate e forti.
Li ho chiamati, ma non mi hanno sentito. Il rumore delle macchine era assordante.
C’era là anche mio padre. Mentre lavorava cantava e nessuno poteva udirlo. Certe volte avrebbe voluto parlare, ma nessuno poteva ascoltarlo. Il suo era un canto melodioso, a tratti disperato, come quello della capinera…
Una folata di vento più forte pare risvegliare la campagna intera.
La capinera tace. I fili d’erba si muovono di nuovo. I fiori di campo piegano le loro bianche corolle. Il bosco vicino riprende il suo chiacchierìo di foglie, pettegole e gaie. Garriscono, stridule, le rondini intrecciando voli sui blocchi di pietra corrosi dalla ruggine. Si posano sui fili anneriti dal tempo, per poi volare alte verso le verdi chiome degli alberi.
Non odo più il canto della capinera.
Se n’è andata a deliziare altri con le sue note armoniose… Oppure riposa, silenziosa, nella pace del suo piccolo cuore, tra i rami di un albero, o tra quei massi secolari…
Mi guardo intorno. In lontananza altre cave, abbandonate, immerse nella quiete della campagna.
Ho l’impressione di percepire suoni, rumori, echi lontani… O è solo il sibilo del vento?
Fa caldo. M’asciugo la fronte madida di sudore. Con il dorso della mano, come erano soliti fare gli uomini della mia terra.
Rivedo i loro volti abbronzati. Odo le loro voci e il suono di una sirena…
Ed a coloro che mi hanno chiesto da chi avessi imparato a scrivere versi d’amore, ho risposto:
“Da mio padre, un uomo che scolpiva volti di pietra.”

Racconto tratto dal libro “Vento d’estate” di Nicla Morletti

Immagine: Poppy field di Steve Thoms, particolare

Padre

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E ti rivedo, padre,
sicuro e dritto sull’impalcatura,
la mestola in mano,
sporche le vesti di calcina, o nei campi,
intento alla zappa o alla vanga
secondo le stagioni.

Adesso, padre,
c’è nebbia nei tuoi occhi
e melagrana amara a sgranare
é l’amarezza dei tuoi giorni a venire.
Un terribile morbo ti fiacca l’anima.

Ben lo sapevi, padre che non c’è premio al fine
in questa nostra umana avventura
e solo vecchiaia e morte saran la ricompensa.
E’ nel sogno l’unico senso della vita,
l’unica gioia che ci è data, quando la mente pensa
e la mano esegue il suo progetto, incurante della stanchezza.

Di te, padre, mi rimarrà il ricordo
di uomo forte e buono che realizzò molti sogni.
Di te parleranno le tue opere di mattoni e pietre.

C’è una crepa nel muro da riprendere, sai
e nell’orto l’ortica di nuovo insidia il solco.

Ma altre mani eseguiranno, padre,
ciò che la tua mente
ancora confusamente insegue.
Riposa adesso, e attendi
il meritato riposo fra le stelle.

Immagine: La raccolta delle olive di Andre Deymonaz

Scatti d’immenso, festa di fine estate

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21 settembre 2008 – Partecipa a
Scatti d’immenso, festa di fine estate
Iniziativa letteraria organizzata con
il Portale Manuale di Mari e Nicla Morletti
in occasione della Quindicesima Giornata Mondiale Alzheimer.

Gli autori delle opere più belle riceveranno dei doni.
Per saperne di più e partecipare clicca qui o sull’immagine!

Il bacio dell'Hotel De Ville di Robert Doisneau

Ho chiuso le finestre
per non udire
i suoni
per non sentire
il chiasso
la fretta
ho chiuso le finestre
sul mondo
per ascoltare
solo te.

Nicla Morletti