La legge di un addio

Non era bastato un addio per quell’amore. Scoppiato come un uragano, con tutta la passione, sembrava unico e per sempre tanto da progettare mille progetti.
Era stato suggellato da un ministro del Signore e da un anello perché si stava per guastare.
Il bimbo nato da quel letto ufficiale era biondo e molto bello, la casa nuova e linda, gli sforzi si ripetevano ogni giorno, ed anche i diritti ed i doveri.
E lentamente quella gabbia diventava stretta, si sentivano compromessi i sogni, finite le illusioni.
Nuovi giorni senza spazi per il cuore, nuove notti consumate nell’abitudine e nell’indifferenza.
Scoppiava colpendo tutti quanti quella rabbia e il letto del dovere diventava angusto quanto quello di una cella di prigione. Il vento aveva spento tutto il fuoco. Di mondi sconosciuti non era rimasta che una leggera scia, di occhi che si guardavano ammirati, ora si vedevano solo dei difetti.
Non bastava più un addio per quell’amore che oramai era solo rancore. Adesso disprezzo e risentimento.
Era finita la poesia e al posto di prati in fiore c’erano foglie spezzate dal vento.
Di mille giuramenti non erano rimasti neppure pallidi rimpianti.
Non esistevano che cocci da recuperare, restava solo il frutto di un impossibile accordo.
Il bimbo era cresciuto ed era sempre bello, ma andava malvolentieri a scuola, era piccolo ma ogni giorno capiva più di un poco.
Attendeva in un’attesa dolorosa. Un uomo in toga avrebbe deciso adesso il suo futuro. Quanti alimenti e quanto amore gli toccava a giorni alterni, per quanto doveva ancora essere una palla.
Quante ripicche avrebbe dovuto sopportare e quante case ancora da cambiare. Senza sapere se aveva avuto lui pure qualche colpa, sarebbe diventato un uomo ma forse, finalmente, avrebbe deciso lui come doveva finire un amore.

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