How fortunate the man Joanna Zjawinska

E’ una sera strana, questa.
Una sera impalpabile e muta del tuo primo Dicembre fiorentino, in cui i confini del tempo e dello spazio si perdono tra mille fili, e la memoria sfuma nel reale.
Ed è così che, dopo tanta attesa, le tue mani afferrano la penna e, quasi dotate di vita propria, gli scrivono.
Gli scrivono una lettera che non leggerà mai.

“Ti ho sognato stanotte, sai?
Eravamo al Mare, seduti sul bagnasciuga, l’uno accanto all’altra.
Un silenzioso pomeriggio d’Inverno, la spiaggia umida e deserta, solo il volo basso dei gabbiani a farci compagnia.”

E parlavate, pacati e lenti – come a voler essere parte di tutta quella quiete – vi raccontavate guardandovi di tanto in tanto negli occhi, vi annusavate, vi sfioravate appena.
E mentre le onde si rincorrevano festose proprio davanti ai vostri piedi, sorridevate.
Sì, sorridevate – questo lo ricordi bene – come due naviganti stanchi e fieri, con addosso l’odore delle acque e delle rotte attraversate. Ma sereni. Sereni per essersi ritrovati lì, dopo tanti viaggi, porti, mappe, cieli e maree.
Dopo chissà quanti diversi sguardi, dita, corpi, voci, parole. Dopo chissà quanta strada percorsa lontani e mai condivisa. Dopo chissà quanti fogli scritti senza che l’altro potesse più farne parte.
Sorridevate come due bambini un po’ cresciuti, con in bocca il sapore delle favole ascoltate e poi dissolte.
Ma felici. Felici di esserlo voi, forse, una Favola.
Voi che eravate di nuovo e ancora insieme, per terminare le frasi lasciate a metà, pitturare le tele incompiute, sciogliere i nodi e ricomporre i ricami. Voi che avevate di nuovo e ancora il tempo, il fiato e la voglia per essere voi e basta, come una volta, come forse sarà sempre.
Quando ti sei svegliata non saprei dire esattamente che cosa hai provato.
Malinconia? Nostalgia? O smarrimento?

“Non lo so, Piccolo Principe – per quanto tempo ti ho chiamato così – non lo so, come non so adesso dove sei, con chi sei, come stai. Se, da qualche parte, ancora, ci sei.”

Sono passati all’incirca due anni dall’ultima volta in cui avete avuto un contatto, poi è scivolato via ovattato come neve, e, di lui, tu non hai saputo più nulla. Il cellulare costantemente spento, la lettera che non ha avuto mai risposta.
A volte hai avuto paura. Una paura matta che gli fosse capitato qualcosa, pensieri terribili che hai cercato di scacciare non appena ti assalivano.

“E mai, proprio mai, ti ho dimenticato. Non potrei farlo, mi piacerebbe che tu lo sapessi.
O magari, in qualche modo, lo sai?”

Facile e scontato dirlo adesso, ma era tutto più limpido quando c’era lui.
Era più semplice prendere le matite e i pastelli a cera e costruirci il mondo.
Era più semplice meravigliarsi rimanendo a bocca aperta e spegnere la luce senza sentire la paura.
Era più semplice non fare caso ai battiti del tempo e aspettare ogni domani disegnandone i contorni.
Era più semplice affrontare tutto con la leggerezza di un’infinita danza.

“Dimmi, ti ricordi ancora? Ti ricordi ancora, di noi?”

E’ buffo. Tu delle prime parole che vi siete scambiati quel lontano Agosto di sedici anni fa non ne hai mai avuto memoria. Non che avesse poi molta importanza, era un po’ come credere che non ci fosse stato inizio e che ogni cosa fosse, da sempre, così. Simpatia immediata, pulita e insieme timida e impulsiva, e voi sempre avvinti, sempre appiccicati, senza che nessuno riuscisse a staccarvi né a insinuarsi in mezzo a quello che eravate.

“Ma che cosa eravamo? Te lo sei mai chiesto?
Soltanto due bambini, Piccolo Principe, soltanto due bambini, che si incontravano d’Estate, pochi giorni l’anno, se l’orco delle ferie degli adulti ci accordava il suo consenso.”

Ma vi volevate bene con la purezza e la spontaneità di cui solo un bambino può essere capace.
Tu che sceglievi ogni sera il vestitino più carino da indossare, lui che voleva solo te sulle sue spalle per farti fare i tuffi.
Tu che conoscevi mille giochi con le carte e le leggevi a tutti, lui che chiamava sempre te come compagna nelle sue partite.
Tu che non resistevi più di due minuti stesa al sole, lui che metteva puntualmente il suo asciugamano accanto al tuo.
Tu che per lui risvegliavi l’invidia di tutte le bambine, lui che ti diceva serio: Fregatene, loro non sono come te.
Tu che eri l’emblema del maschiaccio e ne inventavi sempre una e correvi chiacchieravi ridevi senza fermarti un attimo, lui che non si stancava di inseguirti e di ripeterti che era quello ciò che gli piaceva e cercava in altre senza trovarlo mai.
Tu che lo sentivi tuo e amavi immaginarvi grandi.
Lui che sua ti considerava, e grande ti sapeva far sentire anche a dieci anni.
E’ incredibile pensare che riusciste a far entrare ogni cosa in quel lasso di tempo così ristretto, così freneticamente limitato. Poi, una chiassosa comitiva di lettere, cartoline, pacchetti e qualche telefonata si snodava lungo gli altri mesi e la vita dell’uno prendeva forma e fiato davanti agli occhi dell’altra senza lasciare posto al vuoto, senza interruzione alcuna.

“Conservo ancora tutto, sai. E in te, c’è ancora il loro posto?”

E pian piano siete cresciuti, mentre l’adolescenza plasmava il vostro quadro in un gioco più sottile di ambiguità e malizie, e vi siete feriti, allontanati, riavvicinati e ritrovati, ma non vi siete persi mai.
E’ stato solo dopo che, senza chiedersi come né perché, il cammino ha cambiato direzione, e non vi siete accorti,
o non avete ammesso, che i chilometri si erano trasformati in irraggiungibili distanze, i prati in lande troppo vaste, i piedi in grandi paia d’ali.
E forse sei stata più tu, di lui, a ritirare l’ancora e ad andare via, a relegarlo decisa in una stiva troppo stretta, tu che per lui eri sempre la sua stessa Principessa.
Finché, quella sera di quattro anni fa, l’equilibrio precario crollò. In un attimo.
E crollarono i vasi con tutto ciò che eravate stati, un tonfo sordo a terra, e miriadi di cocci e schegge a tagliare la pelle e insudiciare il tappeto. Un litigio terribile. Parole come lame.
Il timore di averlo perso sul serio, per aver scelto L’Altro, rifiutando lui.
Lui che era venuto da te apposta, con quel preciso intento, condurti fuori dal giardino evanescente in cui eravate stati fino allora, cercare la passione fra i gesti, sull’amaranto delle tue labbra e conoscere quel tuo essere donna come mai aveva visto prima, far camminare i tuoi piedi accanto ai suoi fuori dal sogno e, come creta morbida, rendere tangibile la Favola lontano dall’infanzia e verso il mondo degli adulti.
Ma era troppo tardi. Troppo tardi.
Il Re era arrivato, e ti aveva portata con sé.
Eppure riusciste a resistere e superare anche quello, perché dodici anni non si buttano nel cesso, non si poteva rovinare tutto, distruggere tutto, perdere tutto. E non lo faceste, anche se da quella sera non vi siete visti più.

“Soltanto adesso mi rendo conto di quanto deve esserti costato, sentirsi dire quello che ti dissi, ingoiare quel boccone avvelenato, e poi prendere a morsi anche l’orgoglio, così che lui non avvelenasse noi.”

Ancora due anni di messaggi, chiamate, promesse di rivedersi presto e ti voglio bene.. Finché è andato via. Volatilizzato, sparito in un soffio – impercettibile alito di vento – come quando era arrivato.
Certe notti ti è capitato di sognarlo ed era comunque un modo per sentirlo più vicino.

“Ma quanto mi sei mancato, quanto mi manchi adesso.
Chissà come sei. Che taglio di capelli hai, che profumo porti, come sei cambiato. Chissà com’è ora la tua voce o come sono le tue mani le tue braccia i tuoi sorrisi. Chissà se da grande sei l’uomo che immaginavo io.”

Ti accorgi che fai fatica a focalizzarlo, a recuperare il suo viso nel passato, e soltanto i suoi occhi di muschio restano fermi come un faro sulle pieghe sconnesse del tempo. Per tutte quelle volte in cui li hai afferrati e solcati affondati graffiati accarezzati. Per tutte quelle volte in cui li hai attraversati.

“E tu, mi ricordi ancora? Pensi mai a me? E tornerai mai, Piccolo Principe? Tornerai mai da me?”

E’ una sera strana, questa.
Una sera impalpabile e muta del tuo primo Dicembre fiorentino, in cui i confini del tempo e dello spazio si perdono tra mille fili, e la memoria sfuma nel reale.

“Dimmi che lo sarai di nuovo anche tu. Reale. Come tanto tempo fa.”

14/12/04

***
Immagine: How fortunate the man Joanna Zjawinska, particolare

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7 thoughts on “Come Un’Infinita danza

  1. Un finale e un libro davvero tutto da leggere.
    Non preoccuparti per il ritardo. Quelle righe che ho scritto erano particolarmente “sentite”.

  2. Un tuffo nel passato. Sono ricordi quelli che affiorano, forse difficili da rivivere anche nel presente. Un passaggio, una tappa della vita dei due protagonisti. Che deve essere ancora vissuta. In qualche modo dovranno incontrarsi, perchè come dici tu stessa, non si sono persi mai.

    1. Cara Valeria,
      scusami tanto, ma leggo solo adesso il tuo commento.
      Il lieto fine c’è, perchè ora il Piccolo Principe è felice con la sua Vera Principessa, e chi scrisse queste parole ha accanto il suo Vero Re.
      E i due protagonisti, tutt’ora, non si sono persi.
      Grazie di cuore per le tue parole, grazie per avermi letta.
      E scusami ancora se me ne sono accorta solamente adesso.

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