
“A che cosa pensi?”
Quante volte vi sarà capitato di rivolgevi questa domanda? Quando si sta insieme uno vorrebbe sempre scrutare nella mente dell’altro, cercare di capirlo, di comprendere preoccupazioni o semplicemente condividere. Quando affiora dal silenzio questa domanda mi sento come seduto davanti a un pianoforte, ogni tasto corrisponde a un pensiero, uno dei tanti che mi sfiora la mente lo premo, e dico “non mi ricordo se ho chiuso il gas”. Può succedere invece che si componga un vero e proprio accordo composto da tanti pensieri, e dopo qualche attimo di silenzio dico,”non avrei mai pensato come potesse essere bello stare vicino a te, sentire il calore del tuo corpo, immergermi nel battito del tuo cuore, accarezzarti come una lenta piroga scivola sull’acqua ferma. Non avrei mai pensato di leggere nei tuoi occhi, nel profondo mille minuscoli disegni e colori”. Ma sappiamo tutti che non sempre succede così, spesso si pensa a se stessi ai propri malesseri interiori, alle bollette che stanno per scadere, agli anni che passano, e ai passi incerti che ancora si compiono per affrontare la vita. Allora il più delle volte si risponde “a niente”, e tutto rimane lì fermo, immobile. Ma anche il silenzio ha un rumore, a volte serve per trovare pace, altre perché si è talmente appagati di un momento che qualsiasi cosa si dice diventa inevitabilmente stonata. I pensieri della mente me li immagino come tanti cunicoli di una grotta che scende sempre di più in profondità, a volte ci si deve sdraiare per poter andare avanti, ma poi ci si ritrova sempre in ampio spazio dove ogni parola rimbalza, si sentono gocce che cadono e credo che quelle sono l’essenza della nostra memoria che col tempo si dissolve.
Immagine: All that can Be Done di John Meyer


