Sogni tra i fiori di Mariagrazia Buonauro

Napoli, cinque anni prima.
C’era brutto tempo quella mattina. Il cielo cosparso da una nuvolaglia grigia s’inabissava, con una cappa livida, sulla città. La pioggia cadeva obliqua e violenta sui vetri tremanti delle finestre; tamburellava rabbiosamente sulla ghiaia del vialetto con un acciottolio stridente. La ringhiera del balcone e i telai delle finestre, verniciati da gocce, erano fili lucenti.
Seguivo la scia dei ricordi che riemergeva dal fondo del cuore. La storia con Antonio si srotolava, un po’ sfocata, dal cassetto della mente come la lunga sequenza di un film. Il nostro amore nato sui banchi di scuola era giunto alla fine.
Lui aveva sfondato il limite della mia sopportazione. Non era rimasto in me neppure un filo di speranza che mi avrebbe consentito di rimanergli accanto. Non accettavo più di essere “ l’altra”, l’amante trasgressiva. Il mio amor proprio ne usciva a pezzi. Dovevo dare un taglio a quella relazione; ci avevo sbattuto il naso contro per troppo tempo. Ne andava della mia vita.
Gli telefonai quella mattina, chiedendo di incontrarlo.
«Dove ci vediamo?» mi chiese.
«In quel bar del centro.»
«Okay.»
L’avrei lasciato. Ne ero sicura. Le parole di mia madre mi risuonarono in testa:
“Quel tipo non mi piace, è un nullafacente e ti spezzerà il cuore. Questa storia sarà una batosta per te.” Io le tenevo banco: “Tu vuoi che frequenti solo laureati e figli di papà? Lo amo e me lo prendo.” incalzavo acida e spavalda.
“ Perché te ne sei incapricciata? Non è giusto per te. Siete troppo diversi, non avete interessi comuni e poi … il mondo è zeppo di uomini.”

Antonio e io eravamo stati innamoratissimi all’inizio della nostra storia. Mi ero fatta tante illusioni. Quando mi fece delle avances, ero già cotta di lui. I primi anni furono una cannonata. Poi, col passar del tempo, il nostro rapporto, logorato da troppe tensioni, cominciò a imbarcare acqua da tutte le parti. Lui aveva una storia parallela alla nostra. Diventò paranoico, pessimista, disfattista; e mi teneva troppo sulla corda.
Pian piano, mi resi conto che Antonio voleva vivere alla giornata, godendosi l’avventura allegramente e spensieratamente, senza progetti e implicazioni sentimentali. Teneva due piedi in una scarpa; insomma mi dava tutto e niente. N’avevo fin sopra i capelli; ero arcistufa delle sue balle. Per lui era normalissimo avere due donne. Il sultano si sentiva potente nel suo harem. Avrebbe continuato a tenere tutto: la moglie e l’amante. A volte mi diceva:
«Tu da questa storia ti aspetti chissà che. »
«Io vorrei un futuro.» urlavo aggressiva.
Una sera gli dissi: «Abbiamo fatto l’amore, ma non pensavi a me. »
«Da quando sai leggere nel pensiero?» mi rispose con malcelata ironia, accendendosi una sigaretta, aspirandone il fumo lentamente. Lo sentivo distante, con la testa correva altrove, chissà dove… Una volta mi lanciò degli insulti che mi ferirono profondamente. Quelle parole le scrissi nel mio cuore. Pensai di lasciarlo e fu l’inizio della fine.
Quando lui si sposò, la nostra relazione continuò per altri sei mesi durante i quali cercai disperatamente di uscirne in qualche modo. Come avrei voluto che, alcuni mesi dopo, mi vedesse assieme a Sergio, stretta a lui, felice tra le sue braccia. Un moto di gioia selvaggia, vendicativa mi avvolgeva.
«Alla faccia tua. » gli avrei gridato, con perfida soddisfazione.
Era la mia rivincita per quando, sola, satura di gelosia, mi rifugiavo lontano dal centro, sulle scale del quartiere, a pensare a lui che non aveva nostalgia di me.
La sera si distendeva piano. Nugoli di tenere stellucce bucavano un cielo blu notte. Il piazzale era calmo davanti a me; c’erano solo due o tre persone sedute ai tavoli del caffè. Porte e finestre già accostate. Vedevo solo un viavai di figure indistinte, evanescenti e leggere come spiriti, sotto i portici. I rumori stagnavano nel cuore della città, là dove le fitte abitazioni assorbivano tutto il traffico concitato. Dalla vicina panetteria un delizioso profumo di pane si diffondeva nel vento fresco della sera e mi riempiva lo stomaco. Non avevo più fame.
Uscii per incontrarlo. C’era una temperatura da ibernazione. I muri delle case, fasciati dal freddo, scossi da brividi di ghiaccio, apparivano lividi e tetri. Era una giornata di pioggia con un ventaccio che spalancava le porte e diffondeva nella strada il fumo dei comignoli. L’erba patita si accasciava nei prati; le case invecchiate scricchiolavano di continuo. Il freddo era pungente, navigava sotto i vestiti, entrava dal collo e sgusciava via dalle maniche, dopo averti aggricciato la pelle. C’era pochissima gente per strada.
Le imposte serrate provocavano una stretta al cuore.
Con gli occhi colmi di vento, il naso gelato, entrai nel bar fumoso ma caldo e accogliente. Antonio se ne stava in un angolo con la schiena appoggiata alla parete, le mani affondate nelle tasche. Indossava un completo scuro.
Quando lo vidi la prima volta, mi catturarono i suoi occhi neri, profondi, enigmatici e il suo sorriso ammaliatore. Tutte le mie difese caddero davanti a quello sguardo inquietante. Me ne innamorai a volo, all’istante. Fu un vero colpo di fulmine. La seconda volta, con Sergio, pure fu amore a prima vista, ma lui, con quel suo savoir-faire congiunto a carisma e magnetismo, mi legò per sempre.
Si avvicinò: «Ti offro un caffè? Ti va? » esordì.
«Sì.» risposi con una certa riluttanza. Cercava d’essere gentile; forse aveva intuito la fine di tutto. Era più nervoso di quanto voleva dare a vedere.
Più della metà dei tavoli erano occupati; ne prendemmo uno un po’ defilato, nell’angolo più buio e silenzioso della sala, ma un po’ troppo vicino alla porta del bagno. Una donna grassa armeggiava dietro al banco. Stava preparando il caffè. Alle sue spalle, gli scaffali sciorinavano una miriade di bottiglie di liquore. Due giovani, appoggiati al bancone, chiacchieravano discretamente.
A destra, contro il muro, stava un tavolo da biliardo con stecche e palle, ma nessuno vi giocava. Quella tazzina ristretta e fumante mi diede un colpo di energia. Sarebbe stato piacevole ascoltare un po’ di musica alla radio; avevo un argomento urgente e ben altro per la testa.
«Allora? » mi domandò a bruciapelo.
«Tra noi è finita; non chiamarmi più. Avrei dovuto lasciarti il giorno in cui ti sei sposato. » Mi sforzavo di trovare un tono pacato, mentre lo guardavo di sottecchi.
All’improvviso mi afferrò il braccio, strattonandomi con forza. «Perché hai un altro?» sbottò inviperito.

***
Dal libro Sogni tra i fiori di Mariagrazia Buonauro

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