Agosto 2003 –

“Blek! Blek!” ripeti come in un delirio.
Chi è Blek?
Chi stai chiamando tanto accoratamente?
Ci guardiamo negli occhi, tua moglie, le tue figlie ed io, interrogandoci in silenzio. Senza capire.
Blek. Da dove affiora questo nome a noi del tutto sconosciuto?
Le medicine antalgiche che sei costretto a prendere, affrancandoti per qualche ora dagli spasimi violenti della malattia, ti sprofondano in uno stato di semi-incoscienza penosissimo per chi ti sta accanto. Maledetti farmaci! Rubano ragione e lucidità a cervelli di prim’ordine, peggio di un veleno.
Ettore, devi sapere che non voglio più né pregare né mercanteggiare col Padreterno per la tua guarigione, ma soltanto supplicarlo perché tu non soffra ancora. Non ce la faccio più a vedere la tua bella intelligenza mortificata e il tuo corpo offeso. L’impotenza che provo in questi momenti mi fa sentire inutile. Sto male anch’io. Ho bisogno di uscire, andare all’aperto, concedermi una boccata d’aria.
È piena estate, il giardino è una magnificenza ed è solo merito tuo, perché con la maestria di un giardiniere di corte e la passione di un dilettante hai saputo progettare, curare, ingentilire.
Le petunie, le zinnie e le dalie colorano il prato formando piccole, imprecise aiuole che si alternano a rilassanti macchie verdi in un insieme armonioso che dà pace anche a chi non ne ha.
Non ho mai capito l’esigenza comune a migliaia di persone di trasferirsi, nei mesi estivi, in residenze amene al mare o in montagna con l’ottimistica illusione di svagarsi o di riposare. La sola idea di villeggiatura mi appare ridicola se me la pongono come una tappa ineluttabile quasi fosse un pellegrinaggio alla Mecca.
Ma la tua casa qui nel Cilento è bella davvero, devo riconoscerlo.
Simili a ombrelli multicolori, cespugli di lantana si aprono su entrambi i lati del vialetto principale. Arrampicandosi socievolmente, la buganvillea tappezza il muro di recinzione con le sue brattee brillanti e precipita come una cascata purpurea sul cancello d’ingresso. Te l’ho sempre invidiata, perché la mia non è altrettanto rigogliosa, anzi fiorisce stentatamente, a macchia di leopardo, ogni tanto un balenio violetto tra le piccole foglie ovali.
“È colpa dello smog. Le piante crescono meglio vicino al mare dove l’aria è pulita” hai osservato quando ti ho confessato il mio cruccio. Deve essere vero perché, a dispetto delle cure e delle attenzioni, non sono mai stata gratificata con un’abbondante fioritura.
Il pollice verde ce l’ha trasmesso nostro padre.
Quando, anni fa, sono tornata a stare nell’appartamento che avevamo abitato da ragazzi insieme ai nostri genitori, un lungo periodo di incuria aveva ridotto il terrazzo a una piattaforma delimitata da un muretto di cemento e soffocata da parallelepipedi grigi. Solo il vecchio gelsomino era sopravvissuto all’abbandono. In un crescente bisogno di verde e d’affetto, iniziai a colmarlo di piante e fioriere, dapprima alla rinfusa e poi perseguendo un obiettivo ben preciso. Giorno dopo giorno, quello spazio desolato ha cambiato aspetto. È diventato un terrazzo colorato, ammirato in tutto il quartiere, che attira le farfalle e nel quale spunta ogni tanto un geco bianco che pare gradisca addentrarsi nel fogliame fresco.
Le piante vanno coltivate con amore, devono sentire che ogni minimo gesto, come innaffiare o eliminare le sterpaglie, equivale a una carezza. A proposito di giardinaggio, di recente ho letto un libro che ho trovato davvero divertente oltre che istruttivo. L’autore, un botanico americano, descrive ironicamente l’impollinazione come se si trattasse di un atto di lussuria. Partendo dal presupposto che anche le piante sono dotate di organi di riproduzione, parla dell’eros nel regno vegetale: dagli iniziali platonici corteggiamenti – nei parchi, lungo i sentieri, sui balconi – fino ai congiungimenti che generano, a nostra insaputa, tanti figli dei fiori. Te lo regalerò. Ti è sempre piaciuto leggere e ora ne hai di tempo da dedicare alla lettura. Ma che mi succede? Tu stai male ed io penso alle piante. La mente, quando non è in grado di gestire il dolore, si allontana per non soccombere, si rifugia in pensieri futili e allora spuntano, che so, le tende da lavare, i chilometri fatti con l’automobile, quello che si è mangiato ieri sera, e altre cose prive di importanza. Dovrei concentrarmi su di te, ma i pensieri non sono governabili.
Dalla casa accanto arrivano voci gioiose di bambini. Mi avvicino alla siepe di separazione. C’è una piccola piscina davanti al patio, poco più grande di una vasca da bagno. I bambini si tuffano, si schizzano, schiamazzano nell’acqua.
Poi escono vociando e inseguono un cagnolino che sguscia tra piedi e gambe. Uno di loro riesce ad acchiapparlo e, accarezzandolo teneramente tra le orecchie, lo porta a fare il bagno. L’immagine del bambino e del cagnolino che, abbracciati, sguazzano nell’acqua mi richiama di colpo un’immagine e un nome dal passato.
Blek! Il nostro primo amico a quattro zampe!
Blek! È lui che stavi chiamando! Non il mansueto Sugar, non l’irruente King e nemmeno il selvatico Pepe, i cani dell’ età adulta, ma Blek, il compagno di giochi della nostra infanzia. Ora i ricordi irrompono, lontanissimi. Rivedo la sera in cui nostro padre rientrò a casa e in braccio aveva un batuffolo di pelo scuro con gli occhi spaventati, soffice come la panna. Per me, che avevo solo tre anni, quel cucciolo fu poco più di un peluche mentre tu, che già eri un ragazzino, lo prendesti subito a cuore. In pochi giorni diventaste inseparabili.
Blek, che ti scortava quando andavi a scuola e le suore dovevano faticare non poco per impedirgli di entrare in classe e sistemarsi accanto a te!
Blek, che si lanciava di corsa per le scale, come un forsennato, appena udiva il tuo fischio, e ti correva incontro festante e ti sfiorava il viso per l’incontenibile gioia di vederti!
Blek, che solo da te si lasciava insaponare nella vasca da bagno con l’acqua che sprizzava dappertutto!
Blek, che improvvisamente non vedemmo più.
Ci dissero che si era ammalato, che lo avevano portato dal veterinario e che ci sarebbe rimasto a lungo. Tu piangesti tanto.
Sono commossa. Rientro in casa. Se è a lui che stavi pensando, voglio starti vicino e condividere l’antica pena.
Ho il passo affrettato quando Lena, tua moglie, mi viene incontro e mi dice che ti sei appena addormentato.
Come sempre, alla sedazione indotta dalla morfina segue un sonno profondo. E noi ti lasciamo riposare. Per non disturbarti, anzi, parliamo tutti sottovoce, spegniamo i cellulari e stiamo attenti a non far rumore. Veniamo a spiare il tuo riposo. Hai bisogno di recuperare energie.
Domani rientreremo a Napoli.
Tra qualche giorno inizierai un altro ciclo di terapia.

***
Dal libro Pazienti smarriti di Maria Rosaria Pugliese – ROBIN EDIZIONI, 2010 – p. 185

Il commento di NICLA MORLETTI

“Pazienti smarriti” è un libro che suscita una profonda commozione. L’autrice, con grande capacità espressiva, riesce ad immettere nell’animo del lettore sentimenti pieni di pathos. Protagonista maschile del romanzo è Ettore, uomo affascinante e imprenditore affermato. La moglie, le due figlie e la sorella lo adorano. Ma, ironia della sorte, Ettore si ammala gravemente di una malattia senza rimedio. E inizia il calvario. Il ruolo dell’io narrante del romanzo è assunto dalla sorella e, attraverso i suoi occhi, si segue l’odissea della malattia fino alla morte. Affiorano dolci e nello stesso tempo dolorosi i ricordi di Ettore bambino, poi adolescente, infine uomo. Brava l’autrice anche nella beffarda descrizione delle disfunzioni degli ospedali. Tanto realistica e vera è la narrazione dei fatti che sale un groppo in gola, soprattutto quando Ettore chiude gli occhi per sempre. Sul comodino un libro sfogliato appena, regalo di un’amica medico, con una dedica: “Al mio paziente più paziente”.

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5 thoughts on “Pazienti smarriti di Maria Rosaria Pugliese

  1. Grazie Amici per le belle parole!
    Sono a disposizione per inviare a tre di voi “Pazienti Smarriti” con la dedica… e buona lettura!
    Maria Rosaria

  2. Ah, quanti ricordi, Maria Rosaria!
    L’incipit del Suo romanzo potrebbe intitolarsi “Il profumo del tempo”…
    Raccoglie in una sola pagina un fiume di verità e sfocia nel mare
    dell’inesorabilità di ogni storia…
    Lei analizza il dolore con l’occhio di bue puntato sul passato , sul nome di quel
    cane , che è stato compagno di viaggio delle vostre infanzie…
    E afferma qualcosa di tragicamente vero: la mente , di fronte alle sofferenze
    troppo forti da reggere, sceglie di ritagliarsi una zona d’ombra, un’isola nella
    quale esistono le cose quotidiane, le storie di sempre.
    L’unico argine possibile è questa forma di esorcismo. Breve, quasi comico,
    ma indispensabile per andare avanti, per continuare ad assistere impotenti
    alla fine di un amore.
    Scoprendo che in fondo è così che si muore, un pò per volta… uno spasmo
    l’attimo, una lacerazione il palpito, una fine di sè nella fine dell’altro….
    Universale e struggente la Sua storia, mia cara… scritta con potenza narrativa
    e con stile che, nonostante il dramma, riesce a distillare linfa dalla poesia.
    Le sono infinitamente grata per questo Dono… che induce a riflettere, a ricordare,
    a sentirci uniti nel viaggio dolce-amaro dell’esistenza!

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