Forse era stato il fascino del tatami o la magia delle notti madrilene che avviluppavano sotto un cielo scuro a mantello, o ancora la tristezza delle cançoas do fado a cui Max l’aveva pian piano introdotta. Oppure era stato tutto questo. C’era, di fatto, che Rossella era restata a Madrid. Non ci restò per soli tre o sei mesi, questa volta. Il signor Déseado le aveva fatto firmare un regolare contratto di assunzione a tempo indeterminato mentre suo figlio, senza farle firmare nulla, l’aveva incatenata ad un amore che rispondeva pienamente a tutti i clichè dell’amore romantico, con le piccole follie reciproche che ne intensificavano l’unicità.
Si erano ripromessi di non vincolarsi con stupide catene amorose, si erano dichiarati moderni e ribelli, si erano giurati che nulla sarebbe cambiato nelle loro vite libere di un tempo, nulla che potesse ledere le loro ambizioni.
Poi si erano cercati sempre più spesso, l’ossessione l’uno dell’altra nella mente e, ogni volta, finivano su quel tatami che aveva sconvolto le loro vite come uno tsunami.
“Rimani qui con me, stanotte. Non ho voglia di restare solo” le aveva chiesto, infine, una sera di dicembre. Natale era alle porte, le illuminazioni della grande festa guadagnavano giorno dopo giorno nuovi quartieri, giravano i primi zampognari dei Pirenei a diffondere canti d’avventi e di pastori, e il freddo era giunto tagliente una mattina più grigia delle altre. Era il primo inverno a Madrid per Rossella, e un dolce sentimento nostalgico s’era insinuato nel suo cuore. Non ebbe alcuna esitazione. Non voleva restare nemmeno lei da sola nella stanza fredda e troppo squadrata della pensione dove soggiornava. Un lungo bacio, un preambolo a una notte d’amore dolce e appassionata, sostituì quel sì, quella sillaba che non fece in tempo a pronunciare. Era troppo felice. Era l’eroina dei suoi romanzi rosa e Max non era il pilota di quelle storie, ma era bello e sensuale e innamorato e imprevedibile proprio come uno di loro.
“Te quiero” le disse.
Lo guardò negli occhi, fisso, non ridevano, non beffavano. Occhi sinceri come quelli di un bimbo, anzi del bimbo del video che avevano visto il giorno prima seduti sul tatami. Lì un bimbo si aggrappava alla madre per dissetarsi al suo amore, il bimbo era Max. Ora i suoi occhi imploravano lei.
Quanti ti amo si dissero quella notte, da non contarli, una litania che preludeva a sensazioni, emozioni, progetti sempre diversi. Dov’era andato a finire il suo frasario ricco e ricercato, come avrebbe potuto rendere a parole le sfumature di un sentimento che la derubava del razionale, del programmabile, del conforto della routinarietà della vita.
Ola, mi amor. Vamonos a bailar esta noche. Aquì, allì, arriba, abajo. Imprevedibile, Max. E lei non riusciva più a resistergli, a dirgli di no, non ce la faceva a sopportare quel muso imbronciato di quando gli rispondeva che no, che non poteva uscire, che aveva un mucchio di cose da fare, di traduzioni, di documenti da leggersi per il lavoro d’ufficio.
E la domanda di rito “resta con me anche stanotte, non andare via. Ho bisogno di te. Mi sento solo” si faceva via via più incalzante.
“Perché non vieni a vivere da me?” le chiese infine una sera, la voce querula della preghiera, calda come una promessa. Era il giorno di Santo Stefano. Carmen li aveva invitati a casa. C’era anche Jorge Déseado, naturalmente. L’appartamento di Carmen era terribilmente chic come la padrona di casa. Rigorosamente bianco, con sedute in velluto morbide e avvolgenti e sapienti pennellate d’oro e d’argento negli elementi d’arredo. Una grande tela a soggetto mitologico, probabilmente del settecento, mostrava figure femminili morbide e sinuose. Avevano una sensualità severa, lungi dall’essere laida o peccaminosa. Una seduzione sottile che sottaceva una femminilità archetipa.
“Lei non lo dice, ma sono le antenate di zia Carmen. Le streghe di Salem” le soffiò Max in un orecchio, mimandone il ghigno.
Rossella trattenne a stento una risata che soffocò in una specie di grugnito. Finse di tossire. La permalosità di Carmen era proverbiale quanto la sua perfezione. Perfezione assoluta in qualsiasi cosa facesse. Segretaria, padrona di casa, cuoca, donna perfetta. Chissà se era perfetta anche come amante. Invidiò la perfezione delle donne della sua età, della generazione di sua madre. Non avrebbe mai saputo interpretare quel ruolo, lei che avrebbe voluto recidere gran parte di quel passato e che andava incontro al futuro con idee ancora confuse.
Nell’appartamento di Carmen avevano brindato tutti insieme al nuovo anno, alla salute di Carmen, alle ambizioni dei giovani, ad un anno più prospero ma meno movimentato per Jorge che era stato assorbito da troppi viaggi e preoccupazioni durante quello che stava per chiudersi.
A sera, sull’ampia terrazza rivolta al Prado, lontano dall’ascolto di Carmen e suo padre che conversavano allegri in salotto al luccichio delle lucine del grande albero di Natale, Max le chiese di spostarsi a vivere da lui e lei, senza pensarci due volte, il giorno dopo impacchettò quel poco che si era portata dietro e si trasferì in quell’appartamento minuscolo dove si sfioravano mille volte al giorno, dove gli spazi sovraffollati aumentavano la loro vicinanza. In quel piccolo paradiso, a raso di terra, il cielo sembrava più distante e per questo più magico. Lo guardavano da laggiù, abbracciati sul tatami, dopo l’amore, prima dell’amore, attraverso i vetri senza scuri e senza tende.

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One thought on “Il tatami di Max

  1. Sempre abile a cimentarti in prose ariose e di ampio respiro, sebbene di assoluta precisione linguistica. L’ambientazione durante le festività nella Spagna contemporanea, e le variegate sfaccettature caratteriali dei personaggi, completano il quadro frizzante in un racconto intensamente romantico.

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