Il precipizio della scogliera * –

Trovare le parole per raccontare chi sono non è facile, ma oggi che mi sento particolarmente giù d’umore mi garba, forse è un pretesto per farmi compagnia, la solitudine è ciò che mi lascia orfano nella marea di esseri che ci circondano.
Provengo dalla lontana terra di Dower, la mia famiglia medio borghese era molto cattolica e a noi tre figli (un maschio e due femmine) aveva elargito buoni principi educativi. Il mio carattere timido e vergognoso mi portava spesso ad isolarmi ed invece di correre dietro le gonnelline corte, torturavo la mente con interrogativi esistenziali.
Mi spaventava la morte, eppure avevo solo ventidue anni, ero reduce dalla maturità classica e mi accingevo ad iscrivermi all’università nella facoltà di giurisprudenza.
Spesso e volentieri mi ritrovavo tra i sentieri delle verdi colline d’Irlanda, con il vento che sibilava misteriosi canti, scompigliandomi i lunghi capelli biondo castano mentre il mare con foga s’infrangeva violento sulle scogliere, formando una meravigliosa schiuma, dondolio carezzevole che attirava il mio sguardo e seguendo l’armonioso ritmo che alleggeriva i tormentosi pensieri.
Giorno dopo giorno durante le passeggiate, senza accorgermene la mia pelle si coloriva di un bronzo chiaro molto delicato mettendo in risalto gli occhi azzurri colore dell’oceano.
Durante una delle solite passeggiate incontrai un gruppo di turisti indiani, scattavano tante fotografie, era evidente che il suggestivo scenario della nostra terra li aveva incantati.  Tra loro mi colpì la rara bellezza di una ragazza dalla pelle olivastra con occhi a mandorla neri come fuliggine, un‘intrigante creatura che suscitò in me il desiderio di incontrarla ancora, adeguai così gli orari delle mie passeggiate alle loro escursioni.
Anch’ella mi rivolgeva sguardi caldi e ammirati, ma la timidezza lambiva le sue gote.
Un pomeriggio la ragazza si presentò sola davanti a me. Parlava perfettamente la lingua inglese, disse di chiamarsi Azira. D’improvviso cessò di parlare e voltandomi le spalle s’incamminò con ritmo lesto e nervoso in direzione del mare. Stupidamente, come un cagnolino, senza alcuna domanda la seguii con lo stesso ritmato passo.
Non ebbi una chiara spiegazione di ciò che mi accadeva: sembrava una magica e piacevole favola.
Io, William ragazzo pudico e solitario, inseguivo una ragazza sconosciuta che attraeva la mia attenzione ed il mio corpo, annullando come per incanto le tristezze che la vita mi offriva.
Dopo un lungo tragitto ed in rigoroso silenzio Azira, di scatto, si fermò e, voltandosi, afferrò energicamente i miei avambracci e, con occhi lucidi, mi disse: ”Ti pare giusto che debba finire così precocemente la mia vita?”.
Le mie labbra non emisero alcuna sillaba, la fissavo esterrefatto per quell’inaspettata dichiarazione. Il sangue nelle vene si gelò, seguito da un brivido che mi risalì su per la schiena.
Superato quel primo momento di smarrimento e di meraviglia, tentai di continuare il dialogo con disinvoltura. Delicatamente poggiai la mano sul suo viso, accarezzandola con tanta dolcezza al punto che mi meravigliavo di tale atteggiamento.
Ci sedemmo sul prato, pianse a lungo, attorno a noi i gabbiani volavano bassi con vivaci fischi, parevano farci compagnia.
Le porsi alcune domande per inquadrare ancor meglio la situazione, ma ella faticava nel lasciarsi andare; quel segreto era sfuggito per sbaglio dal suo cuore in un attimo di sconforto e non voleva comunicarlo più a nessuno.
Passammo alcune ore in silenzio e l’imbrunire ci raggiunse, allora il suo animo rincuorato le permise di raccontare: “Da circa tre mesi mi hanno riscontrato una rara forma tumorale che mi concedeva solo pochi mesi di vita. I medici mi hanno praticato tutte le cure necessarie ma purtroppo la malattia non è regredita”.
Azira aveva scelto la scogliera dalla bianca schiuma per spegnere i migliori attimi della sua giovane vita, un luogo magico dove sentiva di poter continuare spiritualmente a vivere.  Non esitai nell’abbracciarla e con tutta la passione la baciai. Gesto mai esternato ad occhi indiscreti.
Dopo quella rivelazione, tra noi esplose un amore travolgente, inspiegabile quanto profondo ed intenso; oserei dire irreale, perché inaspettato e fiabesco.
Azira aveva deciso di abitare in una piccola casetta in affitto, attigua alla bianca scogliera, fino al termine dei suoi giorni.
Furono momenti indimenticabili, rubai il tempo, rincorrendo quell’esile ed armonioso corpo che tanto mi faceva impazzire d’ardore.
Azira era una ragazza molto bella, terribilmente fragile e la sua dolcezza rubava l’anima.
Con il trascorrere dei giorni le sue forze rapidamente si affievolirono tanto da decidere che ogni mattina mi sarei recato da lei. Tenevo con me un plaid e portavo tra le braccia Azira sul punto più alto della scogliera, adagiandola sul prato. Il cielo era limpido come una valle distesa dove si poteva ascoltare i sussurri del vento, per poi volare insieme liberi come aquiloni, sordi al dolore e vivi per un intenso appassionato amore.
Seguirono giorni intensi, i pori dei nostri corpi parlavano d’amore. Parole, storie e segreti: i nostri cuori avevano raccolto in una manciata di tempo le più intime e profonde emozioni delle nostre giovani vite.
Eppure assistere a quella lenta agonia di un fiore puro e fragile mi dilaniava, ora che la mia vita sembrava incentivata da quell’amore inaspettato e meraviglioso, dovevo forzatamente rinunciarvi.
Piangevo per intere notti, non mi davo pace, ma dovevo essere assolutamente forte per dare il giusto coraggio ad Azira.
Quel giorno che mai volli, giunse puntuale, impudico e spietato, ciò che per anni mi aveva terrorizzato mi colpì profondamente al cuore senza pietà. Quel dolore esorcizzò le mie terribili fobie ed esaudii l’ultimo desiderio che Azira mi chiese: “William, promettimi che quando non sarò più, farai cremare il mio corpo e le mie ceneri spargerai sul punto più alto e frastagliato delle scogliere incantate”.
Erano le cinque di un fresco mattino di settembre, tutt’attorno silenzio, si udivano prepotenti le onde del mare che infrangevano sulla roccia. Presi tra le mani l’urna di Azira e m’incamminai nel luogo indicato. Giunsi stanco ed emozionato, tolsi il coperchio e con gesto d’inchino feci il segno della croce, alzai gli occhi al cielo dedicando un’umile preghiera e lentamente feci scivolare le ceneri sul mare, sospinte dal vento, urlando tra le lacrime “A presto amore mio!”
Non rispettai soltanto un piccolo dettaglio, trattenni dentro l’urna un po’ di cenere che posai a fianco alla sua foto, posta sul mio comodino, così potevo ancora sentire il fluido magico di Azira accanto a me e per sempre.
L’estate è terminata, mi sono iscritto all’università, ma ho cambiato il corso di studi. Ho scelto la facoltà di medicina con l’obiettivo di specializzarmi nella ricerca scientifica ed in particolare sui tumori rari, in memoria di colei che trasformò positivamente il senso della mia melanconica esistenza, ma soprattutto per coloro che ancora oggi attendono con speranza e fede la nuova grande scoperta.
Stimolo nel combattere quell’oscuro male, missione che coltiverò fino a quando avrò vita e forza per il bene dell’umanità.
Grazie, Azira, per aver illuminato la mia vita!

***
* Racconto vincitore del 3° Premio al Concorso Nazionale Letterario AVIS 2011 Capannoli – (PI), dalla raccolta Rosso Porpora, racconti inediti di Laura Ficco

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