L’ombra della madre di Imperia Tognacci

(…) Marco Bellettani era conosciuto negli ambienti mondani di Lucca. La ricchezza di cui disponeva non lo obbligava a lavorare; l’amore per le arti lo faceva essere un po’ musicista, un po’ pittore, un po’ poeta, senza, in realtà, eccellere in alcuna in alcuna di queste discipline. Era un modo per occupare tempo. La musica lo faceva assiduo al teatro, sempre in compagnia di donne dell’aristocrazia. Era presente nei salotti, circondato da donne eleganti, e non gli passava neppure per la mente di legarsi in matrimonio con una di loro. Diceva, scherzando agli amici:
“Di ogni donna amo qualcosa, la bellezza, l’intelligenza, la grazia, la bontà, la sensualità, la curva di certe forme. Mi piace cercare in loro le caratteristiche meno evidenti. E non è necessariamente tutto nobile ciò che di loro mi attira. Le avvicino solo quando ho la certezza che possono cedermi una parte, anche piccola, che ho scovato in loro e che non ho trovato in nessun’altra. Quando le ho frequentate per un po’ di tempo, mi accorgo che ciò che di raro mi pareva di aver trovato in loro, non è ancora sufficiente. E’ quello che a loro manca che, in definitiva, finisce con lo sbiadire e cancellare la primizia che vi avevo scovato. Amano interpretare, quando la storia finisce, la parte di Giulietta che ama in maniera assoluta e totalizzante. La loro voce cambia, diventa stridula, poi lamentevole. Mettono il panico addosso e il consiglio che do a me stesso è una rapida ritirata. Non è viltà. Non è forse ogni stretto legame la minaccia più grave alla libertà, e il matrimonio non è forse il luogo ideale per il compromesso e la menzogna?”.
Il suo amico Paolo ribatteva ridendo:
“Il tuo animo cerca l’armonia di un tratto del volto, delle mani, del corpo che non sfugge all’animo di un pittore, ma vuole l’ardore della passione che serve ai musicisti per comporre lo loro opera, la profondità dei sentimenti che serve ai poeti per comporre le loro poesie. Poi ti allontani dall’oggetto che ha suscitato in te l’emozione, hai aggiunto un altro tocco di pennello ai colori delle passioni vissute e fai diventare astratto, purificandolo nell’arte, anche l’oggetto della tua passione. Così non ti poni il problema di aver utilizzato poi abbandonato quella che fino a poco tempo prima avevi eletto a tua musa ispiratrice. Non è, forse, come un’ostrica che, privata della perla, si può gettare, non serve più? Ma non ti sentire in colpa, hai sacrificato una creatura, il fine, in questo caso l’arte, giustifica ampiamente il mezzo. Non credi?”.
“Quanto sarcasmo, Paolo! La monotonia non è forse una cosa da evitare? Non ti nascondo che più le donne mi sfuggono e più suscitano il mio interesse. E più la relazione va per le lunghe, quando ogni interesse si è spento, e più provo repulsione. Provo un disgusto tale, a volte, per l’animalità del corpo, e mi ribello a dover sottostare ai ricatti della carne che, spesso, predomina e al cui richiamo non so resistere. E più m’immergo dentro la volgarità e più la repulsione mi spinge a cercare forme sempre più complesse di pensiero che, in definitiva, è l’unico prodotto umano in grado di riscattarci. Per quello che riguarda la femminilità, ogni qualità che riconosco fuori del comune, diventa il nuovo tratto che, unendosi agli altri, mi permetterà di delineare il volto perfetto dell’amore. Il distillato del ragionamento umano è la forma più alta del pensiero. Solo chi più sa e conosce è in grado di giudicare, di non essere colto alla sprovvista in certe situazione e, quindi, di non doverle subire. Chi è consapevole, può vivere, se crede, certe esperienze, ma sapendo cosa rischia e valutandone il male minore. Il perbenismo, il buon senso sono, spesso, figli dell’ipocrisia, della paura, limitano le esperienze che aiutano a crescere, le dividono in buone, cattive, accettabili, da cancellare, da ripudiare”.
Paolo taceva, conoscendolo bene sapeva che una lezione di moralismo l’avrebbe mandato su tutte le furie e sarebbe stato subito tacciato di ipocrisia, e accusato di essere uguale a quelli che predicano bene e finiscono di razzolare peggio degli altri.
Il mondo eterogeneo degli artisti, di estrazioni sociali diverse, aveva su Marco un certo fascino. Era stato visto in compagnie equivoche che avevano finito di influenzarlo, e i bassifondi ripugnanti erano i luoghi in cui cercava nuovi sfoghi, e più saziava le passioni, più ne era dominato, più non ne vedeva il fondo.
“E’ cinico – rifletteva Paolo- perdona tutto a se stesso, ma nulla agli altri. Non conosce il passo biblico che parla della pagliuzza e del trave”.
Da qualche tempo un pensiero aveva cominciato a ronzare in testa di Marco. Aveva più volte afferrato lo sguardo di Margherita, pieno di desiderio che, incrociando il suo, subito lo sfuggiva.
La falda del cappello metteva in evidenza lineamenti puri, nobili, un profilo angelico che attirava, ma nascondeva, accuratamente, l’altra parte, come ognuno nasconde le perversioni di pensieri e di passioni, che si agitano nell’animo. E ciò che è nascosto, come sempre lo incuriosiva. Riuscire a vedere, in definitiva, l’angelo e il demone che vivono in ognuno di noi, stampati sullo stesso viso, avversi e litigiosi nell’animo, era una tentazione troppo grande per lui sempre alla ricerca di nuove emozioni.
“Guarda la natura – gli aveva detto una volta Paolo- ha un percorso e una fine, un limite insomma. E’ un esempio per noi, che dovremmo stabilire, con la nostra volontà, un confine alle nostre esperienze, perché il male non ha fondo”. E, riflettendo, aveva riconosciuto che Paolo non aveva, poi, tutti i torti. Ma Margherita era per lui come una foresta in cui s’era avventurato richiamato dal canto degli uccelli, dalla musica del vento tra i rami, da profumi inebrianti, da sentieri al cui invito era impossibile resistere. Una malia strana, che lo spingeva ad andare avanti, a conoscere di più, a giungere al cuore della selva, dove neppure i raggi del sole potevano penetrare. E più avanzava nel groviglio della foresta e più questa si faceva buia, e più c’era il rischio di smarrirsi, di imboccare un sentiero che lo allontanasse dalla meta che si era prefissato, e farsi sfuggire così la preda che stava inseguendo. Chiamava i battitori con i loro tamburi, affinché spingessero la desiderata preda in spazi sempre più ristretti. Essi avanzavano cauti, e battevano, battevano. Braccata, la preda fuggiva spaventata, eppure la musica della selva era sempre là, ma sopraffatta dai tamburi che incalzavano, che non avrebbero smesso di essere percossi, martellanti nelle tempie dell’animale in cerca di nascondiglio, di una via di scampo, sospinta, incastrata in uno spazio sempre minore. I battitori venivano ormai da tutte le parti; il cerchio si stringeva, irrimediabilmente, attorno a lei che cercava, smarrita, un ultimo possibile sentiero in cui potersi dileguare. Ed eccola nella rete. Ora, i tamburi tacevano. Tornava il vento a sibilare tra i rami e si riudiva il canto degli uccelli, come se nulla fosse accaduto. Così Marco non aveva dato scampo a Margherita, aveva tolto quei veli con cui, lei, nascondeva quella parte di sé. Aveva sentito quel corpo, flessibile giunco, tremare e dimenarsi sotto l’implacabilità del suo sguardo, poi costretto ad abbandonarsi, come una desiderata condanna, alla sua forte stretta.
Marco non aveva lasciato alla sua preda la possibilità di trattenere nulla di se stessa, se non l’umiliazione che ogni volta le infliggeva. Aveva raggiunto il suo scopo, e ciò che, celato lo incuriosiva, ora gli si manifestava in tutto il suo raccapricciante orrore. S’era placata la sua morbosa curiosità, e la vista di quelle due parti del viso suscitavano in lui sentimenti diversi e contrastanti.. Trattava Margherita con tutta la violenza e la brutalità che una parte del viso di lei gli smuoveva nell’anima, poi diventava delicato e dolce, ispirato dalla parte migliore di Margherita, che la nobiltà dei lineamenti metteva in luce, ed era capace di parole e gesti che lei conservava nel cuore, cercando di scacciare tutti i ricordi che la coprivano di vergogna. Nei momenti in cui Marco, con una forza bruta e malvagia le toglieva ogni possibilità di rispetto verso se stessa, era l’odio verso di lui a prevalere, ma erano i momenti in cui lui le faceva provare sensazioni indescrivibili, che finivano per toglierle ogni scampo. Era un’attrazione a cui le sembrava impossibile sfuggire. Marco sentiva di possederla, di averla in pugno, e di questa sua nuova esperienza si vantava con Paolo. Si erano incontrati una sera in casa di amici, e poiché la serata era all’insegna della noia, avevano preferito dileguarsi e andare in un angolo tranquillo di un bar dove potere chiacchierare con tranquillità.
“Non credevo di trovare tanta resistenza in una ragazza alla sua prima esperienza, devo dire che ha carattere e le sue resistenze non sono solo un atteggiarsi, ma hanno motivazioni profonde”.
“Dovresti ricordare, Marco, che la sua, pur essendo una famiglia semplice, è di buoni principi, e non c’è nulla da eccepire sul comportamento delle sorelle. Questa tua tresca con Margherita potrebbe danneggiare il buon nome della famiglia, che per la sua agiatezza economica e per i comportamenti delle figlie è riuscita ad inserirsi nell’ambiente bene di Lucca. Non è giusto far soffrire per la sua disgrazia quella ragazza e, assieme a lei, la sua famiglia”.
“Credo, Paolo, di averle, in verità, reso un servizio, tutta quella disponibilità affettiva, sarebbe stata sprecata. Margherita avrebbe per sempre soffocato tutto ciò che, con me, l’ha fatta sentire donna. Non avrebbe mai superato la paura di ciò che si può scoprire attraverso la folle passione. E la deprecabile disgrazia che ha sfigurato una parte di quel bellissimo viso, sarebbe stata ancora più odiosa, insopportabile da accettare”.
“Sì, può essere vero, ma hai pensato alle conseguenze, quando stanco della novità l’abbandonerai? E la sua famiglia, se la cosa si venisse a sapere, non pensi a quanto ne soffrirebbe?”.
“Per il momento siamo nel pieno dell’attrazione. E, visto che sei in procinto di farmi una paternale, ti farò una confidenza. C’è ancora dell’imperscrutabile in Margherita, non è come le altre, c’è ancora qualcosa che mi sfugge, non è completamente in mio potere. E’ intelligente, una dote non molto frequente nelle frivole dame. Credo che quando, prima o poi, mi stancherò, sarà in gradi di capire che avere avuto il coraggio di sperimentare e, diciamo pure, di sbagliare, l’ha in qualche modo accresciuta come donna. Non si diventa persone se non ci si mette in qualche modo in gioco”.
Paolo pensava: “In realtà è lui che non si mette mai in discussione per l’eccessiva considerazione che ha di se stesso. Il suo super-io, anche in questo caso, prende energie mentali ed affettive dalla persona che lo attrae. E’ come impossessarsi dell’anima dell’altro, e questo è peggiore e più distruttivo del possesso del corpo”.
E si azzardò ad affrontare l’argomento.
“Il pericolo, mio caro Marco, è quando si porta una donna a perdere ogni possibilità di gestire una passione. E’il possesso dell’altro, e non intendo del corpo, che può essere drammatico, annebbia la razionalità, la capacità di gestirsi e porta all’annientamento di sé. Non spingerti oltre con lei”.
Marco ribatteva con aria seccata:
“Credo che per lei la cosa peggiore sarebbe stata intravedere la passione e ricacciarla, a forza, indietro. Immagini quanti rimpianti quando il ricordo di quel forte vento di passione si fosse presentato alla soglia della sua coscienza? Odio verso se stessa per essere stata vile, non avere avuto il coraggio di affrontare e vivere fino in fondo una storia d’amore. Ne sarebbe stata perseguitata per sempre”.
Un’espressione d’ira si andava disegnando sul suo viso, mentre pronunciava queste parole.
“E’ meglio rimandare ad un altro momento le disquisizioni sulla diversa psicologia maschile e femminile. Margherita non è una donna qualunque. I buoni principi con cui è cresciuta l’aiuteranno. Essi sono come un fiume che scorre in profondità, ma che infine riemerge”. Concluse Paolo mentre si alzava per accomiatarsi.
“Mi sono trattenuto più a lungo del previsto, Marco, dimenticando che domattina devo alzarmi di buon’ora, per un impegno. A presto”.
E si allontanò nel chiarore di quella notte in cui si era appena affacciata la luna piena.

***

Dal libro L’ombra della madre di Imperia Tognacci, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.
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