E’ una singolare giornata, quella di oggi, prosieguo e forse conclusione di un periodo di piogge miti ma costanti, primizie di primavera. A metà mattina, poi, si è diffusa un’insolita nebbiolina, nascente direttamente dal mare. Il suo umore vischioso si è posato a terra e ha reso in breve tempo viscidi e scivolosi i gradini dell’ammattonato che scende dal Capo di Santa Chiara verso la strada.
Eppure Giovanni, che aveva deciso fino da ieri di uscire, ha mantenuto il suo programma e sta chiudendo il portone dietro di sé. Sottobraccio ha una busta di medie dimensioni e di forma rettangolare. Esaltato dall’umidità dell’aria, un intenso profumo di glicine, che esala dagli azzurrati, lussureggianti grappoli a cascata sopra il muro di cinta, giunge alle narici con forza dirompente. Ma Giovanni ha un volto chiuso, dove il reticolo delle rughe appare come una siepe di protezione del suo giardino interiore. Sembra avere una lunga dimestichezza col silenzio, quello verso il modo, però, perché nel suo sguardo passa come in uno specchio tutta la folla dei pensieri incessanti, che da giorni gridano dentro di lui e non lo abbandonano un attimo.
Le sue gambe lunghe e ossute di vecchio, sulle quali i pantaloni oscillano come una bandiera, lo stanno conducendo in modo del tutto autonomo e abitudinario. I piedi, malgrado l’età, battono rapidi l’ammattonato in discesa. Ma oggi c’è stata quella nebbia infida e lui non ne ha tenuto conto, anzi non se ne è neppure accorto. Allora diventa quasi fatale che le suole scivolino sul fondo vischioso. Un attimo, e il piede destro perde il contatto col terreno mentre il sinistro non è abbastanza rapido a supportarlo, sorretto come non è dall’attenzione della mente. Così Giovanni cade. Lentamente, gli pare, ma cade, cade inesorabilmente. Il tempo, mentre scivola verso terra, sembra di colpo fermarsi, in modo che l’uomo ha ( questa è la sua sensazione) una quantità enorme di attimi per pensare.
La sua prima reazione è, per così dire, animale, pratica: “Accidenti, non faccio più in tempo a raddrizzarmi! Sto cadendo di lato! Mi farò male a una spalla!”
La seconda è di autocommiserazione: “Ecco, questo sarà un ottimo pretesto per mio figlio per tirare di nuovo fuori la storia di una badante!”
La terza è la più complessa e dolorosa. Per Giovanni questa caduta, che lui già intuisce non sarà senza conseguenze, causerà l’allontanarsi nel tempo e nello spazio (“ANCORA UNA VOLTA!”, grida dentro di sé sgomento) di quella che era la sua unica ragione di vita, il suo ultimo riscatto, la sua infinita, estrema speranza. Perché (e già capisce che sarà inevitabile) dovrà mancare all’appuntamento con tutto quello che era ed è la somma del suo passato e del suo presente, il suo unico futuro possibile.
Poi, la sospensione del tempo bruscamente cessa e mentre i secondi riprendono a scorrere rapidi e inesorabili, Giovanni lancia un grido e il suo corpo colpisce in modo scomposto e disordinato la terra.
Ha ripreso a piovere, una pioggia decisa, fitta e chiusa come un cancello, che ancora più isola il vecchio dal mondo.

***

da “Contagio d’amore”, Appendice poetica a “Lettera a Bianca”

L’amore non ha contorni,
non assomiglia a nulla,
splende di una luce tutta sua,
più inafferrabile del lampo,
non si volta a rimirasi nello specchio,
non si assomiglia mai,
i suoi abiti traspaiono più del vetro,
i suoi capelli né scialle di seta,
né onda del mare,
non ha ombra il suo corpo,
non fa rumore il suo passo,
la sua voce non si ode,
non si spande nell’aria il suo profumo.
L’amore non si vede e non si sente
perché più grande sia la sorpresa
quando entra in te
e ti prende tutto e ti possiede
accendendosi di colpo,
come fiamma.

***
Dal libro Lettera a Bianca di Gabriella Tabbò
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con dedica autografa dell’autore

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6 thoughts on “Lettera a Bianca di Gabriella Tabbò

  1. Gent.ma Gabriella,
    le poche parole tratte dal suo libro mi hanno portato alla mente i paesaggi della costiera amalfitana (mia terra d’origine) con i paesini arrampicati sulle rocce ed ho bene in mente i luoghi e i profumi che lei ha descritto oltre che la pericolosità di quelle stradine a misura d’uomo che si arrampicano verso il cielo. Desiderei leggere il resto per sapere il pover’uomo cos’ha da fare.
    Cordiali saluti.
    Sabato P.

  2. Gentile Gabriella,
    che gradita sorpresa ricevere il Suo libro!
    Sono contentissima che tutte le copie de “Il naufrago del bosco” siano state vendute: segno che c’è ancora amore per la lettura nell’aria!
    Grazie mille per il libro!
    A presto,
    M.Grazia P.

  3. Quanti pensieri attraversano la mente negli istanti interminabii che precedono l’ “atterraggio” dopo una banale caduta! Come cambiano i programmi , le speranze, il futuro, la vita! Tutto per una nebbiolina vischiosa di cui il povero Giovanni non si è curato, preso dall’ ansia dell’ appuntamento che doveva essere il suo riscatto!
    Era Bianca , la sua ultima speranza?
    Era Bianca, il suo amore?
    Come proseguirà questo romanzo?
    Spero che l’ amore prevarrà sull’indifferenza e sull’insofferenza del mondo che non si cura della solitudine e dei sentimenti delle persone anziane difendono a spada tratta la loro dignità ed indipendenza!

  4. Lettera a Bianca e’ un dispaccio alla vita: E’ una missiva ad ogni cuore, perche’ , attraverso sofferenze e gioie, affermi il primato dell’ Essere. Gabriella affresca cosi’ bene di contenuti le pagine del romanzo da intervallare in esse stupende liriche dagli orizzonti mistici.
    Un libro da gustare. Magari sulle rive del nostro torrente quotidiano.

    Gaetano

  5. Tra queste righe, uno spaccato di vita che puo’ far riflettere sui problemi dell’esistenza, sui rapporti generazionali e sulle emozioni, non sempre comprese fino in fondo da chi ci circonda.
    Complimenti per il brano estratto, fa davvero venir voglia di continuare nella lettura!

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