Semi di senape di Angela Ambrosini

I segnali luminosi sopra i posti numerati si accesero evidenziando il divieto di fumo e l’obbligo di allacciarsi le cinture di sicurezza. L’impianto d’aria condizionata cominciò a emettere un lieve sibilo, presto inghiottito dal rombo crescente dei motori e dallo sferragliare delle ruote sulla pista. Dal finestrino poteva vedere solo le luci dell’aeroporto fibrillare a sciami geometrici in senso ora orizzontale ora verticale nel buio di quella notte inoltrata d’ottobre. Il ticchettio prodotto a intervalli dal chiudersi delle fibbie delle cinture di sicurezza accomunava i passeggeri di diverse lingue e nazionalità, rigidamente appoggiati allo schienale dei sedili. Aveva appena scambiato qualche breve parola con il suo compagno di viaggio, amico di vecchia data, e non solo collega di lavoro. Le innumerevoli trasferte intraprese insieme avevano consolidato ancor di più l’intesa professionale che li vedeva entrambi militare nella stessa testata giornalistica. Non uno screzio, non una divergenza; un’amicizia collaudata da dieci anni di frequentazione e dalle affinità di carattere.
L’hostess si avvicinò leggera per offrirgli il quotidiano fresco di stampa. Un rapido sguardo al suo articolo gli confermò l’efficace impatto del titolo e dell’occhiello. L’intuito critico, unito a una solida cultura e a quella che si chiama acquisizione del mestiere, aveva fatto di lui un analista politico di prestigio internazionale, stimato anche dai suoi avversari. Si soffermò pochi secondi sull’articolo di fondo del direttore e sulle notizie in prima pagina, rimandando come sempre, quando viaggiava in aereo, l’apertura del quotidiano a dopo il decollo, al momento in cui si sarebbe sentito più rilassato. Non era paura di volare, no, ormai si era assuefatto alla sensazione del volo, ma il decollo a volte gli procurava piccoli problemi di perdita d’equilibrio, di compressione ai timpani, di crampi allo stomaco. Ordinaria amministrazione, ma proprio per questo riservava la lettura del giornale alla successiva fase di benessere che sperimentava ad alta quota. Ripiegò quindi con cura il tabloid posandolo sulle ginocchia e, nel fare ciò, ebbe la percezione, guardando involontariamente con la coda dell’occhio, che il suo amico non occupasse più il proprio posto e che quindi il sedile accanto al suo fosse vuoto. Strano momento per andare alla toilette, pensò pigramente mentre chiudeva gli occhi in preda a un sonno improvviso, aspettando di sentire da un momento all’altro la rapida perdita di contatto delle ruote col terreno. Poteva sentire l’aereo rullare ancora sulla pista, simile a un uccello al quale avessero spezzato le ali. Poteva sentire la forza di gravità esercitare ancora per poco l’effetto calamità sulla sagoma metallica del velivolo. Entro una manciata di secondi avrebbe visto le segnalazioni luminose della pista allontanarsi contemporaneamente in formazione d’attacco verso chi sa quale missione. Se fosse stato giorno, avrebbe visto inclinarsi l’orizzonte sulla terra come il liquido sorseggiato da un bicchiere.
Allungò leggermente le gambe aspirando il fiotto d’aria fresca che proveniva dalla bocchetta del sistema di ventilazione e, nello stesso momento, aprendo gli occhi, notò che le teste dei passeggeri seduti davanti erano sparite dietro gli schienali, forse in cerca di una posizione di riposo che agevolasse il sonno.
In fin dei conti era ancora notte. Egli stesso tornò ad abbassare le palpebre, pregustando il momento del rientro a casa dopo quattro settimane di assenza che l’avevano visto impegnato in un master nel ruolo di formatore.
La sua famiglia, i suoi amici di sempre, il suo analista. Già, avrebbe dovuto riprendere la terapia, non ne aveva sentito affatto la mancanza; pensò al suo analista quasi per caso, distrattamente, come si pensa a un vicino di casa che ci torna in mente per associazione involontaria di idee. Adesso stava molto meglio, ammesso che fosse stato mai davvero un malato grave: con il lavoro che faceva non poteva certo permettersi crisi d’ansia o turbe simili. Ma quella certa sensazione strisciante che aveva avvertito per qualche mese fino a pochi giorni prima era scomparsa nel nulla, ed era scomparsa senza che lui ne prendesse piena coscienza.
Come a volte accade, la guarigione avviene in sordina, talmente in sordina da lasciare persino dubbi sul pregresso stato di sofferenza, specie quando questa non sia stata virulenta o inabilitante. Era il suo caso. Pensò quasi con indifferenza allo stato di benessere in cui si trovava, ma, quantunque il ricordo di quella certa sensazione fosse indelebile, ormai non gli apparteneva più, anzi era come se l’avesse appresa dal resoconto di un estraneo. L’indomani sarebbe tornato alla sua redazione, ai suoi colleghi, alla sistematica stesura giornaliera dei suoi articoli nei quali il mordente della critica, scevro dall’invettiva tanto in voga nell’ambiente, si sposava all’acribia della interpretazione politica.
Il suo amico forse era già tornato, ammesso che si fosse mai allontanato. La toilette era solo due file dietro; stava per voltare la testa verso il sedile accanto quando la schermata di bordo che moltiplica per ogni fila dei sedili il tracciato luminoso della rotta, richiamò come sempre la sua attenzione.
Gli piaceva visualizzare l’itinerario da percorrere e ponderare il risparmio di ore che l’aereo comporta specie nei voli a lungo raggio. Prese a riflettere su come sia precaria, di conseguenza, la percezione del tempo, soprattutto se associata a quella dello spazio e quasi si assopì sui punti luminosi dello schermo che duellavano con quelli della pista di decollo, fino a che non lo scosse dal torpore la voce del comandante che invitava i passeggeri a rimanere seduti con le cinture allacciate e a mantenere inattivo qualsiasi dispositivo elettronico.
Finalmente il rombo dei motori assunse il tono di un sibilo sempre più acuto, sempre più insistente e nell’impasto di luci e suoni avvertì il peso del corpo balzare verso l’alto, risucchiato da quel ciclo nero che l’avrebbe riaccompagnato a casa come attraverso un prodigioso tunnel. Nell’atmosfera immobile l’aereo s’impennò, simile a una lancia in resta scagliata durante una battaglia invisibile, poi, a poco a poco, cominciò a perdere l’inclinazione del decollo guadagnando lentamente la posizione orizzontale del volo di crociera. I carrelli delle ruote rientrarono con un tonfo secco negli alloggiamenti.
Fra breve avrebbe riaperto il giornale e scambiato qualche parola con il suo immancabile compagno di viaggio. Tornò a ricordarsi di lui e questa volta si girò alla sua destra. Effettivamente il sedile era vuoto. Fu allora che venne assalito dal timore che fosse accaduto qualcosa. Istintivamente cercò il posto più vicino dove sedeva l’hostess, dietro di sé, a due o tre file al massimo di distanza. Ma lei, la ragazza del giornale, non c’era. Non solo, poté rendersi conto in quel momento di come i sedili dietro al suo, che credeva occupati, fossero tutti vuoti. Strano, un volo poco affollato, forse perché era un lunedì notte, forse perché era bassa stagione, forse perché i feroci attentati del mese prima avevano dissuaso molti viaggiatori dall’uso di quel mezzo di trasporto. In effetti le compagnie aeree registravano un preoccupante calo di presenze, ma quella rotta era fra le più sicure, certo, sempre ammesso che esistano rotte sicure.
Si sollevò dallo schienale per indagare con lo sguardo davanti a sé, in cima al corridoio; il suo collega poteva trovarsi davanti, poteva essersi rivolto a un’altra hostess. Ricordava che in cima all’aereo ne aveva viste sedersi due. Ma il tormento che l’assalì allora fu ben più insopportabile di quanto provato nei mesi precedenti allorquando, cominciando ad avere la sensazione persistente di essere seguito, aveva avuto bisogno di trovarsi un bravo medico.
L’aereo era vuoto. Desolatamente, inesplicabilmente vuoto. Era rimasto solo. Nessuno con cui scambiare una parola, nessuna hostess alla quale chiedere aiuto, forse, pensò con terrore, neppure un pilota a cui rivolgersi.
Non ebbe il coraggio di alzarsi per avvicinarsi alla cabina di comando. Tornò a chiudere gli occhi nella speranza di riaprirli svegliandosi da un brutto incubo, ma l’incubo era lì, intorno a sé, dentro di sé. Non c’era nessuno in quell’aereo per salire sul quale aveva dovuto pazientemente aspettare il suo turno sulla scaletta. Non c’era nessuno seduto accanto ai finestrini quando ricordava con chiarezza che due bambini avevano cambiato di posto con i genitori per poter osservare più da vicino le ali dell’apparecchio.
Si sentì inondare da un sudore freddo che gli fece temere di avere la febbre; il cuore, dopo un parossistico tumultuare, parve arrestarsi, schizzato in gola per la spinta di un rantolo e nello stesso tempo un tremore incontrollabile cominciò a scuoterlo dalla testa ai piedi mentre un crescente ronzio alle orecchie copriva, annientandolo, il rombo dei motori.
Quando riprese i sensi nulla era cambiato intorno a sé ma, sobbalzando d’una gioia fugace, vide che “qualcuno” gli aveva premurosamente sistemato un bicchiere d’acqua sul tavolino reclinabile di fronte al sedile. Bevve avidamente roteando gli occhi in ogni direzione, desiderando vedere comparire un’hostess, un passeggero, il suo amico. Ma il desiderio non si avverò. Fuori, il buio martellava i vetri. Dentro, la paura gli martellava la mente. Avrebbe voluto gridare aiuto, dimenarsi sul sedile, imprecare, piangere come un bambino abbandonato, ma non un suono, non un gesto scomposero il suo aspetto signorile incapsulato, pur senza lusso né affettazione, in un completo giacca e cravatta.
Ricordò che da piccolo rifugiava le sue paure in dialoghi torrenziali con il suo amico invisibile, fedele ombra che lo avrebbe accompagnato fino alle soglie della pubertà. Provò una nostalgia cocente per quella benevola presenza dalla quale si era dovuto separare per diventare adulto e, per associazione metaforica, sentì ancor più forte la mancanza del suo collega e compagno di viaggio. Se fosse stato lì con lui avrebbe forse saputo come affrontare l’orrore di quella situazione e scoprire le cause di quella clamorosa solitudine. Ma il bicchiere che teneva stretto fra le mani come fa un bambino con il suo peluche, gli rammentò di nuovo che non era solo, che qualcuno si celava da qualche parte in quel maledetto aereo, spiandolo, perché no, magari con sollecitudine. E se questo qualcuno fosse stato proprio lui, il suo amico? Ma perché nascondersi? E tutti gli altri dove erano? E se fosse successo qualcosa di grave, un atto terroristico, magari durante un altro suo svenimento improvviso?
In fin dei conti negli ultimi mesi aveva perso conoscenza già tre volte e i medici avevano avviato delle indagini cliniche, sì, era vero, ma, a parte questa considerazione, nell’aereo non c’era segno alcuno di disordine o di irruzione violenta. E poi, anche se di atto terroristico si fosse trattato, perché risparmiare solo lui? Perché proprio lui? E gli altri, che fine avevano fatto?
Chiuse gli occhi, respirò profondamente, concentrando tutte le forze della sua disperazione per visualizzare un’immagine come faceva quando era sotto terapia, ed ecco che immaginò di sentirsi soffocare di nuovo tra la folla di passeggeri, immaginò di sentire il fastidio che ogni volta gli procuravano le petulanti osservazioni dei soliti turisti vogliosi di rendere noti a tutti i mirabolanti servizi goduti in alberghi di lusso in lontane latitudini. La diversità culturale appiattita dalla paccottiglia finto-etnica di una finta-vacanza finto-alternativa (e che reclama le sue vittime ammaestrate a puntino dalle usanze occidentali), era stata spesso oggetto dei suoi strali di giornalista rigoroso e coerente e riuscì a provare, nonostante la tragicità del momento, la stessa rabbia.
Riaprì di colpo gli occhi e si girò nuovamente verso il finestrino, nell’assurda speranza di veder passare qualcuno fuori, come dal finestrino dell’auto. Quello che vide, invece, fu lo spettacolo, sempre nuovo e sempre indelebile per chi viaggia in aereo, della linea che separa la notte dal giorno.
La fusoliera stava perforando la zona d’ombra, violando la luminosità incontaminata che il sole, senza più nuvole né orizzonti, distilla nella geografia algida della volta celeste. Cominciò a sentire, allora, qualcosa che somigliava a un sottile sollievo percorrergli il corpo come una tenia taumaturgica e risalire dall’addome in su, verso il torace, poi più su ancora verso la gola, fino a lambirgli la lingua e titillargli il palato, per divampare infine nella mente, nei pensieri, nei ricordi.
Era come se lo schiaffo irruente del giorno fosse accorso a liberarlo dall’angosciosa paralisi di quelle assenze inesplicabili. Continuava a essere solo, sì, ma in modo diverso. Continuava ad avere paura, sì, ma era una paura gravida di progetti. La sua mente dilatata provò a immaginare se stesso chino sulla scrivania della sua redazione, solo, totalmente solo, ma in un silenzio confortevole e stimolante.
La concentrazione, sempre inseguita e subito dopo sempre barattata con missioni all’estero, con affannose corse per la stesura dei pezzi, quella concentrazione che da sempre sognava che fosse per sempre, sarebbe stata lì, a portata di mano. Non avrebbe più dovuto subire bulimici resoconti né cimentarsi come un gladiatore in fameliche tenzoni dialettiche davanti alle telecamere. Il pensiero, solo il pensiero nella grandiosa purezza della disamina a tutto campo, solo il nobile esercizio della retorica protesa nell’arte dell’apte dicere: questi sarebbero stati gli unici pilastri della sua professione, finalmente libera.
E, arrovellandosi in una febbre di progetti a lungo termine, lasciò che la solitudine dilagasse in un sentimento di trionfo onnipotente.

Il paziente, noto politologo, è calmo e concentrato, non manifesta segni esteriori di sofferenza psichica, ma reagisce unicamente a stimoli verbali scritti. La sua mente seleziona solo oggetti e segni grafici. Qualsiasi tentativo teso alla visualizzazione di volti umani o alla percezione uditiva del linguaggio è finora fallito. È quindi possibile comunicare con lui solo attraverso testi scritti o per mezzo del computer, compreso Internet. Infaticabile e di notevole acume argomentativo è la sua produzione di articoli e saggi, capace di interpretare con chiarezza e a volte persino con sconcertante chiaroveggenza, accadimenti e risvolti dello scenario politico internazionale.
Il protocollo terapeutico si muove nella direzione, pionieristica per la psichiatria, di un colloquio mentale a partire unicamente da caratteri grafici. Nostro obiettivo primario è di segno opposto a quello intrapreso un anno fa circa quando, in accordo ai canoni consolidati della psichiatria, la nostra equipe ritenne di doverlo disancorare dalla figura dell’amico immaginario, del quale egli era del tutto inconsapevole, avendogli conferito, da dieci anni, dati anagrafici, volto, professione, carattere e comportamenti assolutamente reali.
Ora, alla luce degli ultimi eventi clinici, scopo basilare di ogni presidio terapeutico da noi attuato consiste nel far riaffiorare in lui il ricordo dell’amico immaginario, unico ponte percettivo verso la dimensione umana della realtà.

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Dal libro Semi di senape di Angela Ambrosini, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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