Al cambio di luna di Paola Merolli

Luna del miele. Luna degli amanti.
La vita è nel pieno rigoglio: gonfia di succhi e linfa, può assumere imprevedibili aspetti.
***
Che giornata fantastica!
Inspiro ed espiro con forza: l’aria è tiepida.
Con le ginocchia ancora molli di sonno mi incammino per la solita strada. Ogni giorno lo stesso percorso da casa al lavoro e ogni volta mi riempie di gioia: alla fine del viaggio c’è la mia pentola colma d’oro.
Sollevo lo sguardo.
Il cielo, sopra i tetti color ruggine, è di un blu puro che si riflette sulle pietre della strada. Una vite americana dalle foglie vermiglie si arrampica con movenze sinuose su pareti ocra e miele. Un raggio di sole si rompe in mille colori tra gli zampilli d’acqua di una fontanella.
Anche le ombre si colorano in questa giornata di luce.
Un lieve venticello mi accarezza il viso, le narici fremono di piacere: dal bar all’angolo mi arriva il profumo dei cornetti appena sfornati. Forse, potrei… uno solo! Piccolo. Mignon. No! Mangio troppo, lo so. Ho una fame implacabile per qualunque cosa mi faccia sentire viva. Accelero il passo.
“Per questa volta ce l’ho fatta!” e sorrido alla mia immagine riflessa nell’azzurro cristallo di una vetrina.
Una foca tra i ghiacci dell’Antartide, un rimorchiatore che fende la nebbia. Una donna grassa, la pelle colore del latte. L’unica cosa che ho di dimensioni normali è il naso: un grazioso naso all’insù.
Grassa fin dalla nascita e, purtroppo, felice. La mia maledizione.
Da allora, dai quei primi sorrisi sdentati lanciati dalla culla ornata da un disegno di tondi cherubini, il mondo ha iniziato a cospirare contro di me. Sarei stata molto più aiutata, confortata e vezzeggiata se fossi stata una grassa infelice: sulla terra la felicità non si addice ad una persona grassa quanto una pulce ad una saponetta.
Il cellulare, rinchiuso nella borsa, inizia a suonare con sempre maggiore intensità, impaziente di uscire allo scoperto.
È sicuramente mia madre.
“Ciao, amore mio. Spero tu sia ben coperta…”
Mi chiama ogni mattina per informarmi su eventi familiari o internazionali, sempre e solo però a sfondo tragico.
Un aereo precipitato, zia Marta in preda a convulsioni…
“… il tempo sembra bello, ma è in arrivo un temporale!” Lei era stata il primo scoglio contro cui avrei potuto naufragare.
Ossessionata dal grasso, mi misurava, a giorni alterni, la circonferenza della vita, cercando di capire se ero una “mela” – grasso localizzato sulla pancia e sul petto – o una “pera” – grasso addossato intorno ai fianchi, alle cosce e al sedere.
“Non può essere!” ripeteva sconsolata “Sei tutte e due!”.
Passava ore a calcolare il mio peso forma ideale, a dividere i miei chili per i centimetri della mia altezza, portandoli al quadrato. Con lei ho provato qualsiasi dieta: era arrivata a farmi mangiare con i bastoncini… ma in poco tempo divenni più brava di un cinese. Il capezzolo che ci ha nutrito può anche affamarci!
Mio padre, sobillato da mia madre, affrontava il problema da uomo; decise che con il mio fisico sarei diventata una campionessa mondiale nel lancio del peso: ore interminabili per capire come bilanciarlo, come piegare il corpo all’indietro, roteare il braccio e lasciarlo andare al momento giusto.
E così ho passato la mia adolescenza con il cuore che mi batteva disordinatamente, ma senza arrendermi… e senza piangere.
Per protezione, sul comodino tenevo un sasso.
Era un sasso magico, grigio con delle venature simili a fiamme verdi; me lo aveva regalato la nonna e custodiva il segreto della mia immagine.
È vero, ogni tanto sbatto ancora contro gli spigoli e a volte, la sera, mi rigiro nel letto perché vorrei trovare un uomo esuberante, carnale, cordiale e rumoroso come me. Ma chissà? Forse un giorno…
Un uomo con una sciarpa giallo canarino svolazzante, accompagnato da un piccolo cane nero senza coda, mi sorpassa veloce lanciandomi un’occhiata d’apprezzamento.
Sorrido soddisfatta. Tutto quello che ricopre la mia carne burrosa è studiato per attirare l’attenzione, fin nei minimi dettagli. Io odio l’indifferenza:
posso resistere a tutto, ma non all’indifferenza. Così indosso vestiti leggeri, dai colori sgargianti. Sui miei capelli, lunghi e ricci, appoggio cappelli tempestati di strass. Le braccia rotondette sono ricoperte da centinaia di braccialetti, e spille vistose, a forma di mosca, scorpione, lupo o serpente, si aggrappano al collo e sul petto.
Quella che porto oggi, a forma di piovra, protende i tentacoli verso i ripiani ricolmi di dolci, tondi e soffici, allineati dietro la vetrina della pasticceria: la seconda tentazione sul mio cammino.
“Aspetta. Entra. Vorrei il tuo consiglio su un nuovo dolce di mia invenzione” mi saluta il pasticciere, tenendo aperta la porta.
Riuscirò a resistere? La mia volontà sarà più forte del desiderio? Ma, soprattutto, perché non cambio strada? L’ho fatto. Ma l’altra, con quell’odore pungente di amido ed ammoniaca di una lavanderia a secco e le lacrime che trasudano dai muri del negozio di serpenti esotici, imprigionati in teche di vetro in compagnia di topolini tremebondi, è così deprimente!
Arrivo al lavoro senza lo spirito giusto per premere il piccolo pulsante di lucido metallo, a lato della porta.
Prima un piede, poi l’altro e sono all’interno del mio castello, circondata da mura di mattoni dipinti di bianco, scale di pietra e lunghi corridoi.
Spazi aperti illuminati dal caldo splendore che si irradia dalle decine e decine di quadri appesi alle pareti, uno sull’altro, rinchiusi dentro le loro cornici: la vita esplode e il corpo, senza più peso, fluttua tra le pennellate sature di colori, vividi come banchi di pesce tropicali. Questa è la mia galleria d’arte.
“Hai uno sbruffo di crema sul mento!” la voce squillante di Mimma, la mia infaticabile e preziosa assistente e soprattutto amica, mi riporta alla realtà.
“E guarda le tue scarpe!” esclama accasciandosi su una poltroncina, mentre i capelli, colore del grano maturo e acconciati sulla sommità del capo, vibrano pericolosamente.
“Lo so ho due scarpe diverse. L’altra non ho fatto in tempo a ritirarla dal calzolaio.”
Quel brav’uomo è stato lasciato dalla moglie che ha preferito alle sue le mani del fisioterapista: ha ricevuto la notizia mentre inchiodava una suola. Da allora è diventato superstizioso: gira per il negozio in perizoma e indossa solo babbucce di stoffa. Come il genio della lampada di Aladino.
“E oggi hai anche appuntamento con quel commerciante d’arte tedesco.”
Mimma è una perfezionista, mentre io non sono sicura che la proporzione e la simmetria siano gli attributi della bellezza.
Per questa ragione ho sempre odiato il Principe Azzurro: mai un bottone mancante, una ciocca di capelli fuori posto o una staffa persa; rigido e perfetto sul suo cavallo bianco, anche lui mai sporco di fango. Che noia! Fin da piccola mi incuriosivano molto di più i rospi legati da incantesimi.
“Io amo le cose disordinate e selvagge!”
“Come puoi dire questo?” sospira, mentre io starnutisco: una sottile corrente d’aria, un rumore strano ha attraversato il pavimento.
“Hai sentito? ”
“Cosa?”
“Uno sbuffo d’aria… un suono per metà umano e per metà soprannaturale…”
“È il campanello. Vado io.”
E si allontana scuotendo la testa: è convinta che per me sarebbe di estrema importanza imparare a giocare a scacchi, o trascorrere un periodo dietro uno sportello di banca a dividere banconote di vari tagli.
Sostiene che la mia esistenza trascorsa quasi esclusivamente in una realtà fatta di colori e immagini mi provochi quella che lei chiama la ‘sindrome dell’albero’, cioè la perdita di ogni contatto con la realtà.
Io le rispondo, calma e sorridente, che restare appollaiati su di un albero è simbolo di rinascita spirituale. Non posso però dilungarmi perché ogni volta Mimma, dalla rabbia, si gonfia come una rana e le viene la bava alla bocca.
D’altra parte la scoperta di un mondo parallelo, di una diversa realtà, mi ha permesso di rimanere a galla: in un pomeriggio piovoso, rinchiusa in casa in preda ai primi dolori mestruali, è nata la mia unica, vera passione, violenta come il morso di un serpente. Sfogliavo distratta una rivista di moda, quando fui attratta da un articolo sul concetto di bellezza nel corso dei secoli: ‘…concetto complesso, nel quale convivono armonia e caos, in cui i canoni estetici non sono mai qualcosa di assoluto e immutabile…’ scriveva l’illuminata giornalista ‘dove la rarità di un carattere è particolarmente importante per definire ciò che è bello, dove l’esaltazione del volume è bellezza e sensualità…’
Da quel momento, incuriosita e preda di una crescente eccitazione, presi a seguire con attenzione il corso di storia dell’arte a scuola, a partecipare a convegni e a visitare mostre.
Con gli occhi sempre più sbarrati dallo stupore, il mio mondo fino ad allora scarno iniziò a popolarsi di donne.
Veneri paleolitiche obese con la pancia abbondante, i seni pesanti, i fianchi enormi; donne greche, scolpite nel marmo, eleganti ed opulente; dame formose dipinte da Goya, Velasquez, Tiziano, Tintoretto, Rubens, Botticelli.
Tutte loro erano come me: un trionfo di sensualità, di carne, un inno alla cellulite.
Finalmente avevo trovato la mia famiglia, la specie alla quale appartenevo, lo scopo della mia vita.
Un leggero, impercettibile scricchiolio si insinua tra i miei pensieri. Tendo l’orecchio come un cane da caccia.
Mimma non si è accorta di niente. La sua attenzione in questo momento è concentrata solo sul suo spasimante, un giovane biondo e sbarbato che arriva ogni mattina, con una pila di giornali. Addossato alla parete vicino alla porta, mi lancia un timido gesto di saluto.
Non so cosa trovi di così interessante in lui Mimma: io, se lo incontrassi svenuto per strada, con un gesto sontuoso solleverei la gonna e lo scavalcherei come un lampione abbattuto.
Ed ecco di nuovo quel suono leggero, dai toni maligni, che vorrebbe passare inosservato: una nube scura che copre per un attimo il sole.
“Noi andiamo un attimo al bar.”
“Per favore portami un pacchetto di patatine, uno di noccioline, uno di pistacchi e… e una centrifuga di latte e banana.”
“Ti prendo un succo di pompelmo.”
“Ma perché?” piagnucolo.
“Vuoi finire il resto dei tuoi giorni rinchiusa in una tuta di plastica?”
“No, lo sai che soffro di claustrofobia.”
“Bene” mi risponde, allontanandosi con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, seguita dal suo limone rinsecchito.
Ed io apro, premendo un pulsante nascosto sotto il piano della mia scrivania, lo sportello di un piccolo frigorifero segreto, ricolmo di cibo per i casi di emergenza.
Ma chi se ne frega! Si dice che dentro una persona grassa c’è una persona magra che lotta per uscire: dentro di me non c’è! Non c’è mai stata e mai ci sarà. Ho intenzione di comprarmi l’ultimo ritrovato della scienza: un carrello per la spesa versione fitness che mentre giri tra gli scaffali e lungo le corsie ti misura i battiti del cuore, ti conta le calorie perse, la velocità e la potenza con cui lo spingi… mai, comunque, con più forza di chi, in questo momento, sta bussando contro la porta della galleria.
“Chi è?” chiedo, avvicinandomi.
L’ombra tremolante al di là del vetro non risponde e continua a bussare con insistenza.
“Perché non suona il campanello?” gli urlo indispettita.
“Mi faccia entrare” un timbro di voce basso, possente, da uomo selvaggio.
Gli apro e davanti a me ecco apparire l’uomo con la sciarpa gialla. Il cane non c’è.
Mi fissa in silenzio e ho l’impressione di essere sfiorata da una bacchetta magica, mentre le narici fremono e si dilatano per la fragranza di legno di sandalo che emana dalla sua persona.
‘E la foresta di spine che circondava la torre svanì…’: se fosse una favola questo sarebbe l’inizio.
“L’ho spaventata. Mi dispiace, ma non amo suonare i campanelli: ho paura di rimanerci attaccato… una scossa elettrica… preferisco i vecchi batacchi di ferro o di legno.”
“Io” rispondo con aria sognante “ho paura delle porte automatiche degli ascensori: mi aspetto da un momento all’altro di rimanere schiacciata come una lumaca.” “Lei si domanderà perché sono qui: sono un pittore…” Mi piace sempre di più!
Un suono forte e impertinente senza un luogo preciso di origine e senza un posto di arrivo accompagna il mio pensiero come uno sberleffo.
Ma lui non sembra accorgersene, continua a parlare con il suo tono suadente.
Mi sta dicendo che gli è bastato uno sguardo al mio corpo voluttuoso per desiderare di poterlo dipingere, il biancore della mia pelle sconfigge il buio più spesso, le pieghe burrose del mio corpo annientano lo spazio e il tempo.
“Sto preparando una mostra personale al Museo di Arte Erotica di Amburgo. La prego… so che può sembrarle una richiesta un po’ stravagante, ma io ho bisogno di lei.” “Diamoci del tu.”
Sento le formiche corrermi tra le dita dei piedi, risucchiata indietro all’alba dei tempi, quando tutto quello che esisteva non aveva ancora assunto contorni reali e le parole dovevano ancora acquistare significato. E lui continua a parlare.
Mi vuole con veli di mussola bianca trasparente e con un gran cappello di paglia guarnito da un nastro arancio.
In mano un grosso e bitorzoluto marron glacé con la glassa sciropposa che cola lungo le cosce e cade in piccole gocce sul pavimento, dove c’è un uccello, ricoperto di piume morbide e leggere, con un becco lungo e appuntito come uno spillo: un uccello dispettoso e intrigante che ubbidisce solo a me.
“Ti voglio nuda.” e rimane in silenzio, imbronciato.
Un altro insolito scricchiolio serpeggia nei muri, tra le tavole del pavimento e mi penetra nelle ossa come una doccia fredda.
“Nuda? Non ho problemi!” gli rispondo guardandolo dritto negli occhi. È la verità. Può sembrare irreale, ma io nuda mi sento completamente a mio agio come una capra tra le rocce.
Chiudo gli occhi e allungo una mano: vorrei toccargli il viso, le guance tonde, i folti capelli ondulati, la leggera ombreggiatura della barba, ma qualcosa mi blocca, non lui, ma il solito sinistro scricchiolio; questa volta, però, molto più forte e accompagnato da tremiti e oscillazioni dei muri che fanno ondeggiare i quadri l’uno contro l’altro.
Anche il pavimento ha iniziato a tremare e, all’improv viso, sotto di noi si apre una profonda voragine che ci inghiotte.
Precipitiamo nel buio, il respiro bloccato in gola, gli occhi aperti sul niente. Precipitiamo senza inizio né fine.
Buio.
Silenzio.
Un mondo di tenebre, un senso di oppressione.
Sono morta e mi trovo nell’anticamera dell’aldilà.
Mi accorgo di avere gli occhi chiusi.
Li apro con fatica. Sono viva…
Una luce fioca cade dall’alto, da un grosso buco proprio sopra di me, e nell’aria veleggiano fogli colorati come stormi di uccelli; e fiocchi di calce bianchi come angeli scendono lentamente in una sorta di nebbia.
Mi sento come un vascello naufragato sul fondo del mare circondato da migliaia di molluschi e conchiglie schiacciati.
Pensieri polverosi. Forse c’è poco ossigeno qua sotto.
Devo stare tranquilla, non farmi prendere dal panico: dopotutto ho frequentato la “scuola del grasso”! Ero tra le allieve migliori. In nessun altra scuola si impara così bene ad avere padronanza del proprio corpo e delle proprie emozioni, a vivere senza niente di definito intorno a se, a restare per ore senza fare nulla, studiando le crepe nel soffitto, il volo delle mosche, i granelli di polvere illuminati dal sole. Non c’è maestra migliore per apprendere il rasserenante oblio di se
stessi. Io lo so.
Il respiro riprende il giusto ritmo, e ricordo: non sono sola!
Giro la testa di lato, lentamente, e lo vedo. È disteso poco lontano con la sciarpa gialla ancora morbidamente legata intorno al collo. Non si muove.
Lo chiamo con sussurri, versi di uccelli, miagolii e schiocchi di lingua. Niente. Continua a rimanere immobile, le gambe accavallate in una stramba posizione.
No, mio Dio, ti prego, fa che non sia morto. Ti prego. Non pretendo la felicità eterna ma ci siamo appena conosciuti… almeno qualche ora in più, qualche giorno, qualche mese.
Lo so che per te il tempo non esiste, ma per me potrebbe essere essenziale, attraverso i suoi quadri potrei diventare immortale come la Venere del Botticelli.
Ma che dico? È orribile! Sono un essere disgustoso, egoista ed egocentrico.
La verità è che potrei innamorarmi di lui: qualcosa nel suo sguardo mi ricorda il mio sasso magico, forse è il colore e sono quasi sicura che vicino a lui non avrei più
paura di passare attraverso le porte automatiche degli ascensori. Potrei amare questo canarino disteso poco lontano da me. Mi viene da piangere e non ho neanche il conforto di qualcosa da sbocconcellare.
Da qualche parte arriva il suono insistente di sirene, il rombo di motori e uno scalpiccio di passi che rimbombano come un esercito invasore e la luce si oscura.
“Mi senti?” è Mimma che chiama affacciata al buco del pavimento.
“Sì, tranquilla. Sto bene.”
“Non ti preoccupare, tra un attimo ti tiriamo su. Il pavimento ha ceduto, solo qui, però, niente di grave, lo sai
com’è in queste case vecchie.”
Niente di grave? Sarei stata d’accordo con lei se il pavimento avesse ceduto solo pochi minuti prima e proprio
dove si trovava il suo improbabile fidanzato… un altro pensiero di cui vergognarmi!
“Mimma, non sono sola.”
“Cosa?”
“C’è un uomo con me… era appena entrato in galleria.” “Un cliente?”
“No.”
Non risponde, ma ho la netta impressione che dalle sue labbra esca un sospiro di sollievo: è ossessionata dal buon andamento finanziario e la perdita di un cliente per lei sarebbe peggio di qualsiasi disastro.
“È morto?” mi chiede con un filo di voce.
Non posso risponderle. L’angoscia mi serra la gola. Non si muove, non apre gli occhi: e se fosse rimasto paralizzato? Devo fare qualcosa.
Striscio con fatica, un poco alla volta, verso di lui, allungo il braccio e lo tocco.
La sua mano è calda, dovrebbe essere un buon segno, forse è svenuto o forse ha una leggerissima commozione cerebrale. Lo guardo. Mi piace anche così disteso, inerme e impolverato.
Ti prego mio caro compagno di caduta, fammi sentire che sei ancora qui con me: alza un sopracciglio, increspa un labbro, muovi un orecchio, sbatti una palpebra. Qualunque segnale tu voglia mandare per quanto piccolo, infinitesimale io lo vedrò: tu sei la cellula ed io il microscopio. Se il caso ci ha fatto incontrare ci sarà pure uno scopo. Abbiamo così tanto da scoprire, da esplorare, da scavare insieme.
Ti prego, non farlo, non te ne andare: sei appena arrivato.
Ancora non hai assaggiato il mio piatto forte e ti prometto che rimarrò per sempre così: calda, burrosa, invitante e pronta ad accoglierti dentro di me.
Cos’è? Ho sentito un tremito… muove le dita… sta stringendo le mie.
Ho voglia di cantare e piangere allo stesso tempo.
“È vivo” urlo, con quanto fiato ho in gola.

***

Luna di fragola, racconto tratto dal libro Al cambio di luna di Paola Merolli, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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