I treni di Alina di Olga Karasso


Superba invenzione! La migliore in assoluto. Il popolo delle automobili e degli aerei non sa che cosa si perde!

Ad Alina piaceva viaggiare in treno. Le era sempre piaciuto. Punta di snobismo. Professava che il lieve ritmico sballottamento dei treni, pur rotto da veri e propri scossoni, le funzionava da perfetto ipnotico. Come quando da piccoli qualcuno ti cullava per farti smettere di strillare. Nei casi favoriti. Era seriamente convinta che il corpo dovesse averne profonda memoria e nostalgia per accettare, così volentieri, persino lo stridore delle ruote sferraglianti contro i binari.

Sistema formidabile per rilassarsi senza sensi di colpa per una natura essenzialmente indolente. Pigra. Alina si divertiva a raccontare che era oltremodo felice di pagare qualcuno che le trasportasse in giro la carcassa, permettendole di spiare gli altri senza sforzi sovraumani. Treni di lusso. Su treni sgangherati. Faceva lo stesso. Su quelli lerci che secondo lei pizzicavano di vita più degli altri. Minimo una doccia al giorno? Poco salutare. Come se la modernità del lavarsi troppo togliesse energia e anticorpi. Buonumore. Riteneva che lo scampanellio annunciante il sospirato carrello con bevande e panini, altro non fosse che il segnale di un imminente apporto magico da altra dimensione. …Il buon profumo dei panini fumanti con enormi würstel e senape della sua infanzia, sugli infiniti treni diretti a Vienna. Carrozza di prima classe. Indissolubilmente legati al tenero ricordo del padre che si tranquillizzava soltanto dopo averla vista mangiare. Fisime delle precedenti generazioni. Il resto aveva relativa importanza. La vita era stata spudoratamente scorretta nel servire loro la più trucida delle guerre. Le persecuzioni. Non mi fare arrabbiare! Finiscilo senza ulteriori capricci! Su, Alina, un ultimo piccolo sforzo per fare contento il tuo papà! Ancora questo pezzettino e poi basta. Te lo prometto. Se farai la brava, appena arriveremo ti compererò…

La seconda classe con inevitabilmente qualcuno che, chino su un borsone per nascondersi agli sguardi indiscreti, tirava fuori impacciato panini gonfi di salame e formaggio. Coca Cola. Aranciata. Vino. Molto meglio, mi creda, portarli da casa. Si spende di meno e sono, ci potrebbe giurare, migliori. Sai almeno che cosa mangi. Gradisce? …No davvero? Non faccia complimenti! Ho la borsa piena. …Mi fa piacere che accetti. Come lo preferisce? Lo vuole con…
L’odore acre del ferro e delle leghe che il sudore umano si illudeva, si illude di avere ammansito.

Non conveniva. Né troppo gentile né distratto. Se le allungavi la corda avrebbe subito aggiunto che i treni erano dei meravigliosi teatri ambulanti che sfrecciavano in lungo e in largo per il pianeta senza copioni fissi. Atti magistralmente recitati da comuni mortali che si erano appena incontrati per la prima volta. E a gratis! Pretesto l’inaspettata oscurità di una galleria… non era fantastico potersi scambiare confidenze oggettivamente scriteriate con qualcuno che sapevi non avresti mai rivisto? Come se all’improvviso ci fosse la piena coscienza del destino che incolla insieme i viaggiatori di un convoglio, e quanto sia la ripetizione di un atto troglodita farsi la guerra giusto per farla. Soci nell’avventura della vita. L’avventura senza risposte spontanee.

(…)

In un soffio quarant’anni a dividermi. Il soffio successivo saranno cinquanta. A torto o a ragione, non riesco a togliermi dalla testa che i solenni proclami del corpo scientifico e di quello para- scientifico sulle latenti mostruose capacità della materia grigia siano illusori. Senza l’intervento straordinario di altre sfere, l’attuale memoria umana non è in grado di registrare né tanto meno stivare l’enormità di dati che ininterrottamente la colpiscono a raffiche. Scoppierebbe. Ancor meno mi convince la tesi del supposto numero infinito di zone buie o reparti del cervello che dalla nascita, persino allo stato di feto, ospiterebbero una conoscenza pressoché universale. E se anche fosse, ci sarebbero inaccessibili. Personalmente opto per una più realistica indagine sull’esistenza assai probabile di gigantesche sacche collettive di memoria – tipo quelle per la moderna raccolta differenziata delle immondizie – fluttuanti nello spazio come mongolfiere e consultabili su richiesta. …Avvicinandosi e allontanandosi a velocità supersonica, si fanno un baffo di tutte le memorie soggettive il cui compito consisterebbe nell’aspirare a sé più frammenti possibile dell’impasto delle sacche per riciclarli, un attimo dopo, come creazioni originali. …Nessuno che possa contestarmi.

…Tronfio di autostima mi rivedo camminare sui marciapiedi della Praga di Alexander Dubček. Privilegio che mi sono concesso per esserci nel luogo e al momento giusto. Miracolo della sincronicità. Dopo l’invito dei bulgari a un simposio, le date dei miei impegni si sono magicamente incastrate permettendo di inserirvi una breve visita a Praga che non conosco. Da gennaio la Cecoslovacchia è nell’occhio del ciclone: avviato il processo di liberalizzazione politica e disgelo culturale. Pietanza succulenta che i bene informati pregustavano. La stampa internazionale ha di che riempire intere colonne di articoli. L’intellighenzia occidentale, nera grigia rossa rosa, vorrebbe essere idealmente partecipe dell’avvenimento epocale. …Mi piace immaginare l’invidia degli amici. Sono stato bravo a inventarmi l’opportunità di toccare con le mani un pezzettino di storia dei più ambiti. Non avrò bisogno di leggere né di ascoltare le versioni dei colleghi seduti alla macchina da scrivere con vicino un posacenere colmo di mozziconi di sigarette. Vissuto sulla propria pelle. …Sarebbe bastato per uccidere l’utopia?

***

Dal libro I treni di Alina di Olga Karasso, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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