La porta si richiude con uno scatto alle nostre spalle. Il resto del mondo è rimasto fuori.
Siamo nel nostro locale, nel nostro Cafè. Un rituale saluto appena entrati.
Appena uno scambio di battute in tante lingue, quasi una babele, e a stento riusciamo a comprenderei, ma ci conosciamo da così tanto tempo che basta un’occhiata, anche fugace, per capirsi al volo.
Tutti seduti lì al solito tavolo. Le risposte sono varie e riflettono le diverse personalità degli amici già incontratisi da un po’ di tempo, in un misto di lingue e loro deformazioni.
Non ci vediamo da molti mesi, ma il mio arrivo non sembra sconvolgere più di tanto i soliti volti. Peter, Monika, Dutch, Andreas, Dorothy.
Anche qui, i gesti, gli usi sono uguali a quelli di altri angoli del pianeta, dove il primo gesto di ospitalità consiste proprio nell’invito a sedere e bere qualcosa insieme.
Sorrisi, abbracci, pacche sulle spalle.
Mi è sempre piaciuta l’idea di incontrare persone, amici, colleghi in un bar.
Sedere magari ad uno dei tavolo all’aperto, e, sorseggiando un Martini dry, riconciliarsi con la vita mentre i raggi del sole giocano con le figure che attraversano la piazza.
Anche al chiuso l’atmosfera è ideale per l’incontro, per parlare, discutere.
È incredibile come certi luoghi nella mia mente si associno automaticamente all’idea di donna e di amicizia.
Abbiamo fatto discussioni interminabili su come cambiare il mondo, abbiamo litigato su questioni di letteratura e di politica. Parlato di arte, di amore, di viaggi fatti e da fare. Abbiamo parlato degli amori impossibili, delle conquiste reali o semplicemente immaginate, abbiamo sezionato ogni capello, ogni centimetro di pelle intravista sotto la gonna svolazzante di quella che “chissà se … “, incontrando ci nel “nostro” locale, mentre il luogo, la città, il paesino di provincia hanno sempre avuto un interesse relativo.

II

Parlare, confrontarsi. Sto pensando a questo e a come sia meglio tarlo.
Siamo seduti ad un tavolo del solito cafè, io e Natham.
Ci siamo incontrati da poche ore, giusto il tempo di arrivare a casa dall’aeroporto, poche frasi scambiate lungo il tragitto percorso a velocità da circuito, per informarci a vicenda sulle nostre famiglie, sul lavoro, salutare Hanna e scappare a rifugiarci nel “nostro” cafè.
È una buona, quasi necessaria abitudine quando sono qui, a Monaco, trascorrere qualche pomeriggio in questa atmosfera d’altri tempi, sorseggiando una birra o uno dei tanti tipi di caffè.
Pareti piene di stampe, locandine di eventi teatrali recenti e datati, annunci di conferenze su argomenti a volte improbabili, foto di avventori a me sconosciuti, la luce fioca, quasi una penombra che invita a riflettere, a parlare sottovoce, diffusa da lampade giallognole perennemente accese, mi sono diventate familiari.
Leopold il padrone non c’è più, ma quasi non si nota la sua assenza, è rimasta sua moglie Renate, che va incontro a tutti i clienti che entrano riservando ad ognuno una battuta, un saluto.
È sempre stata lei l’anima del locale, conosce tutto e tutti, presenta i nuovi clienti a coloro che sono già seduti ai tavoli, chiedendo di fare posto ai nuovi venuti.
«Amico mio» mi dice Natham «ti rendi conto che viviamo una fase eccezionale nella storia dell’umanità, che viviamo la fine delle ideologie, dei grandi disegni?»
Un sorso di caffè, mi serve per riflettere.
«Sicuramente» lo fisso, «Ed una parte di noi ha reagito nella disperazione, altri nell’ arricchimento personale, altri nell’ansia del potere, altri ancora nella ricerca del fatuo» rispondo.
Natham continua: «Abbiamo attraversato periodi importanti, di grandi cambiamenti. Siamo nati nel dopoguerra, abbiamo vissuto il boom economico, vissuto il ’68, attraversato il ’77. Siamo stati presenti alla caduta del Muro di Berlino.
Adesso io ho un’unica grande ambizione: osservare, con tutta la lentezza necessaria. Poter osservare quello che avviene nel mondo, intorno a me.
Capire, o anche semplicemente tentare di capire».

***
Dal libro Il dubbio di Nuccio Pepe – TORRI DEL VENTO EDIZIONI, 2010 – p. 92

Il commento di NICLA MORLETTI

Un libro intenso e vero, che ci riporta ai tempi in cui il partito nazional-socialista prese il potere. In dodici anni della dittatura nazista morte e terrore regnarono nei campi di concentramento. Dachau. La prigionia. Forni crematori che vomitavano fumo biancastro. In quei luoghi pare che nessuno ricordi più ciò che è accaduto. Nemmeno le montagne di scarpe e capelli. Nemmeno le camere a gas. In questo libro scritto con chiarezza e competenza di causa quello che colpisce di più sono i numeri: più di 200.000 i prigionieri internati a Dachau. Di questi, circa 30.000 furono uccisi, migliaia e migliaia morirono di fame. Tra loro c’erano anche bambini. “Il dubbio è un omaggio alla speranza” ha scritto Isidore Ducasse de Lautreamont. Una storia vera, questa narrata da Nuccio Pepe. Tanto vera e crudele come le altre tracciate sui fogli ingialliti dal tempo che risalgono all’Olocausto. Questa è anche la storia di Natham e di altro ancora.

© 2011 – 2014, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

7 thoughts on “Il dubbio di Nuccio Pepe

  1. Numerosi libri sono stati scritti sulla follia nazista, in questa ennesima storia ritroviamo i drammi e le vicende che coinvolgono personaggi in un turbine di sentimenti. Una pagina di storia che aiuta a ricordare i crimini di cui si può macchiare l animo umano.

  2. Una triste pagina di storia, una storia vera, uno spaccato della realta’ che ci ha toccato cosi’ da vicino… vorrei che mi fosse data la possibilita’ di leggere per intero questo libro, per arricchire i molti testi che ho letto su questo periodo, per non dimenticare mai, per non fare dimenticare ai miei flgli!!!

  3. Storie di orrori. Storie di ordinaria follia ideologica.
    Nicola Pepe ne ” Il dubbio ” dettaglia un periodo nerissimo della vita europea degli anni Quaranta.
    I lager ( come i gulag, d’ altronde) testimoniano l’ azione malefica dello spirito delle tenebre, presente in alcuni uomini invasati.
    Mediatiomo su questo e preghiamo che Dio ci salvi dai nipotini degli stragisti.

    Gaetano

  4. Ho diversi libri nella mia “ricca” biblioteca che narrano dell’Olocausto. Tutti letti e riletti e conservati con cura. Ognuno di essi mi ha dato un’emozione unica. Sono storie che fanno rabbrividire, come i brividi che ho provato leggendo del tuo libro ma sono brividi che vorrei poter rivivere, fino all’ultima pagina, fino in fondo. Nessuno di noi dovrebbe dimenticare! Mai!

  5. Queste poche righe racchiudono una profondità di sentimenti. L’attenzione all’animo umano sembra porsi in primo piano con i pensieri e il dialogo che scava dentro lo spirito degli attori principali coinvolti nel dialogo presente e con uno sguardo al passato, sempre presente. Sembra coinvolgente nella lettura e se i presupposti sono tali, la lettura del libro sarà tutta d’un fiato.

  6. davvero sorprendente come la mente scelga di lasciare la realtà e cadere a strapiombo in queste emozionanti sensazioni! Mi ritrovo nell’incontro con Natham a parlare del senso della vita e della crisi economica che stiamo subendo e di come oggi ,alle porte dell’anno 2012, speri di ritrovare presto quegli anni perduti…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 Togli la spunta se non vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento in questo articolo
Aggiungi una immagine