Marcello Cambi era un ispettore investigativo di primo grado, fiorentino di adozione e trasferito proprio a Firenze dopo aver fatto la gavetta al nord nel biellese.
Con l’aiuto di colleghi della Questura aveva trovato un piccolo appartamento in affitto in via Niccolini, a una distanza plausibile per andare al lavoro a piedi.
Non aveva la macchina e al limite usava, se necessario e per servizio, le macchine messe a disposizione dalla Questura.
Dipendeva dal commissario Beraldi, ormai prossimo alla pensione, e collaborava con tre agenti con i quali aveva ben presto fatto squadra.
Uno di essi, Valerio Magli, era sposato e aveva già due figli ancora piccoli, gli altri due invece, Gianni e Dario, erano sposati da poco o convivevano, non sapeva bene, ma non pensavano per il momento ad aumentare il proprio nucleo familiare.
Facevano sporadiche uscite insieme, salvo quando il servizio li costringeva, e si vedevano di tanto in tanto al bar Flora per una bevuta in compagnia.
Marcello era stato invitato più volte a cena dall’uno o dall’altro ma la sua innata ritrosia lo aveva tenuto a disagio per tutta la serata.
Sua madre lo aveva sempre appellato “il mio orso buono” e non aveva affatto sbagliato.
Se non altro il trasferimento a Firenze gli aveva fatto ritrovare tre amici d’infanzia con i quali aveva frequentato le scuole elementari, le medie e anche parte delle superiori.
Marco infatti a metà del liceo aveva sentito il “richiamo di Dio”, così amava dire lui, e aveva dirottato i suoi studi in seminario, facendosi prete.
Era stata una folgorazione, sempre diceva lui, quando sua mamma l’aveva portato a visitare un’anziana malata. La donna in quell’occasione riuscì a trasmettergli una immagine di pace e serenità e, in quel mentre, una voce nascosta nel suo “io” gli aveva sussurrato, sempre secondo lui: «Se conoscessi il mistero immenso del cielo, ora mi seguiresti».
Così si era fatto prete e dopo un lungo girovagare era ritornato in città, dove prestava servizio nella chiesa di sant’Ambrogio come viceparroco.
Era stato cappellano a Vicchio, a Barberino e a Gattaia, poi il vescovo lo aveva richiamato in città perché era esperto e appassionato di informatica e proprio in quegli anni la diocesi stava computerizzando tutte le parrocchie, per cui occorreva qualcuno che facesse dei corsi di istruzione per usare quelle “macchine infernali”, così le definiva Marcello.
Franco invece era riuscito a laurearsi brillantemente in Medicina e dopo un lungo tirocinio in Sardegna era riuscito a entrare a Careggi, ospedale principale di Firenze, ove stava facendo una importante carriera come medico cardiologo.
Mentre Marcello chiamava don Marco “guaritore delle anime”, chiamava Franco “guaritore dei corpi”.
E infine vi era Saverio, che dopo lunghe peripezie era riuscito a strappare un 100 e laurearsi avvocato. Marcello lo chiamava “guaritore delle coscienze”.
Essendo appunto nel ramo penale riusciva in qualche modo a “ripulirle” mettendo in libertà i delinquenti che lui e i suoi colleghi assicuravano alla giustizia.
Ma qual era la giustizia?
Quella sancita dai cavilli legali e dalla burocrazia o quella che scaturiva dalla propria coscienza, che separava il buono dal cattivo salvando l’uno e colpendo l’altro a prescindere da qualsiasi editto giudiziale?

Quando arrivò in Questura, Valerio lo accolse preoccupato.
«Marcello il commissario ti ha cercato più volte».
Il commissario Beraldi aveva sessant’anni ben portati, sempre il volto abbronzato e i capelli composti, grigio-argento.
Era un ottimo poliziotto che godeva della piena fiducia delle alte sfere e anche di quella dei suoi subalterni.
Marcello ne era ammirato e non si tirava mai indietro qualora si manifestasse l’occasione di agire insieme come più volte era avvenuto nel passato.
Bussò alla porta e il commissario, alzatosi, lo accolse sorridente.
«Marcello, vieni ti devo dare una gatta da pelare … ».
«Non sarebbe la prima volta».
«Guarda queste fotografie: ti dicono niente?».
Ma Marcello non ne aveva idea.
«Eppure c’è stata una segnalazione al riguardo. È quell’uomo trovato morto nella macchina sfasciata contro il muro della casa vecchia, su alle rampe … ».
Ora si ricordava.
«Ma è un affare già risolto dalla stradale; che c’entriamo noi? ».
«Era da stradale, ma si dà il caso che il tuo amico dottor Crescenzi abbia trovato una pallottola nel cranio dell’uomo! Quindi il caso è tuo ora!».
E porgendogli tutto l’incartamento gli dette una pacca sulle spalle.
«Datti da fare, Marcello».
Dal rapporto steso dalla stradale risultava trattarsi di certo Carlos Debeira, originario cileno e residente a Firenze in via dei Melograni.
Il rapporto descriveva come doveva essere avvenuto l’incidente: la macchina aveva urtato un albero, si notava l’ammaccatura sul parafango ancora segnata dal tronco dell’albero, aveva fatto un testa coda e rimbalzando si era schiantata contro la casa vecchia.
Aveva preso fuoco ma alcuni passanti erano riusciti a spegnere le fiamme evitando che si propagassero al serbatoio della benzina.
L’uomo era stato proiettato fuori dall’abitacolo ed era morto sul colpo.
Marcello rilesse ancora una volta quel rapporto e, presa la macchina, si diresse a Careggi, all’Istituto di Medicina Legale.
Entrato nello “scannatoio”, così lo definiva tutte le volte che aveva la necessità di recarvisi, cercò il dottor Crescenzi.
«Salve, cuore danzante» lo apostrofò lui.
«Ciao Cresce, sei tu che hai sparato a quest’uomo?».
«Già, mi sono divertito al tiro al segno: ho vinto un pesce rosso».

***
Dal libro Luna che corre di Maurizio Micheli – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2011 – p. 68

Il commento di NICLA MORLETTI

Questo romanzo dall’originale titolo “Luna che corre” con in copertina la suggestiva “Notte stellata” di Van Gogh, attrae il lettore sin dal suo incipit. L’autore Maurizio Micheli scrive in maniera accattivante, con ritmo moderno, serrato, e pur morbido e dolce. Mentre scorrono le pagine si rimane avvolti dal profumo di ninfee di Miù e dalla tenerezza che suscita in lei Marcello. Ma poi subito riprendono a scorrere le vicende e con abile maestria l’autore ci dipinge un’alba fiorentina, mentre il protagonista Marcello Cambi, ispettore investigativo non più giovanissimo, continua a combattere contro la criminalità che si è impadronita del capoluogo toscano.

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6 thoughts on “Luna che corre di Maurizio Micheli

  1. Un libro misterioso e affascinante, che credo si leggerebbe davvero tutto d’un fiato… sarei davvero felicissima di poterlo leggere per intero!!

  2. Troppo poco per potere giudicare ma la narrazione sembrerebbe veloce e assolutamente di facile intuizione.
    Dovendo fare un piccolo appunto, é un po’ strano che un commissario investigativo definisca un computer una macchina infernale….
    Complimenti per il suo libro e le sarei grato di darmi l’opportunità di potere proseguire nel racconto.
    buona giornata.

    Fabio Favari

  3. Gent.le Maurizio,
    sembra di leggere una storia ambiantata nella cronaca attuale e che lascia quella traccia di modernità nel racconto che la distacca un pò da quello che è il classico narrato.
    Da umile lettore sembra un bel libro destinato a viaggiare molto.
    In bocca al lupo.
    Sabato P.

  4. Un libro secondo me molto intrigante, un giallo non scontato che lascia con il fiato sospeso…

    mi piacerebbe leggerlo tutto…

    Sara

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