Si viveva la prima guerra mondiale tra il 1914 e il 1918, combattuta da ventotto nazioni, raggruppate negli opposti schieramenti delle Potenze alleate e degli Imperi Centrali.
Guerra, questa, naturalmente figlia del “nazionalismo imperialistico” che da quarant’anni e più dettava le leggi dell’economia europea.
La guerra durò quattro anni, tre mesi e quattordici giorni di combattimenti.
Uno dei problemi più difficili per i nostri comandi militari fu quello di mantenere, fra i rigori dell’inverno, ad altitudini elevatissime, centinaia di migliaia di soldati. Ogni cima divenne il simbolo di una guerra nella quale la lotta non infuriava solo tra uomini e materiali bellici, bensì tra uomini e l’ostilità della natura.
Una prova cui si sottoposero non solo gli alpinisti, ma notevoli masse di militari: ed alcuni in vita loro non avevano mai visto un ambiente similmente ostile.
Le trincee furono rese salde, imprendibili e protette dalle intemperie, per procurare sufficiente riparo alle truppe che a turno le occupavano. Le pareti vennero ricoperte di stuoie, il fondo provvisto di tavolato.
Lungo le trincee, mediante scavi nella roccia, furono ricavati ricoveri speciali per gli uomini non impegnati nel servizio di vigilanza.
Anche per le vedette e gli osservatori furono allestiti appositi ripari con sacchi a terra.
Si scavarono tante gallerie naturali da formare veri labirinti, ove la truppa riposava su pagliericci.
L’igiene e la pulizia degli alloggiamenti veniva effettuata periodicamente con lavaggi antisettici e distribuzione di polvere insetticida.
A valle, presso i villaggi, vi era la distribuzione degli indumenti invernali: camicie di flanella, mutande, calze, guanti di lana, cappucci. A seconda delle altitudini, nei luoghi dove stazionavano i reparti furono distribuiti tali indumenti. Tutto ciò grazie all’aiuto proveniente da ogni parte d’Italia, dove con grande generosità Comitati ed Associazioni, con costanza ed attività, grazie anche alla stampa, raccolsero ogni tipo di aiuti e di mezzi di protezione dal freddo, inviando il tutto fino alle prime linee.
Per combattere il freddo si escogitò ogni tipo di accorgimenti. L’organizzazione sanitaria non era da meno: dai posti di medicazione vicino alle trincee per un pronto soccorso ai feriti, fino agli ospedali di riserva.
Numerose ambulanze su automobili provvedevano al trasporto degli infermi e dei feriti gravi, dalle linee di combattimento, agli ospedali ed alle stazioni ferroviarie.
Fu sterminata una intera popolazione di uomini europei: militari di età compresa tra i 16, i 18 e i 30 anni, appartenenti sia alle classi sociali modeste che a quelle elevate. Morirono tanto soldati semplici, reclutati per lo più tra i contadini, quanto gli ufficiali che li guidavano.
Gli effetti negativi dovuti al dissesto finanziario si ripercossero sul riassetto dell’intero sistema economico. Era il 1915: in tutta l’Italia si verificò la corsa all’emigrazione, una corsa che portò migliaia e migliaia di italiani a migrare in altre nazioni quali l’America, l’Argentina, l’Australia … con la speranza di trovare la ricchezza da sempre desiderata per uscire dalla povertà nella quale vivevano nei loro paesi.
Il flusso della corrispondenza durante la prima guerra mondiale fu immenso. Dalle zone di guerra, addirittura dalle trincee, nel 1916 venivano spedite oltre due milioni di “pezzi” di corrispondenza al giorno, mentre le lettere spedite giornalmente dalle famiglie ai militari al fronte erano oltre un milione.
Si calcola che durante i quattro anni di guerra i movimenti di corrispondenza nel servizio della posta militare furono all’incirca quattro miliardi. In un contesto di guerra di proporzioni così immenso, si svolge e s’intreccia la vita di quattro persone: Francesca, Ludovico, Aurora, Federico.

***

Ore 13:30

Francesca è nella sua splendida casa, situata nella laguna di Venezia. Si aggira per le camere, le doppie camere da letto, la stanzetta per i nipotini, lo studio dove ama leggere, sonnecchiare lontano dal festoso cicalio della famiglia.
La zona notte è avvolta da un terrazzo che digrada verso il mare e da dove sporgono fiori dai mille colori, unitamente al profumo dei limoni.
La zona giorno, invece, è formata dalla cucina, da la saletta la pranzo e da un soggiorno; due bagni per ogni piano completano il tutto.
Francesca, aggirandosi per le varie stanze, stringe in un atto impulsivo le mani alle braccia, come ad intendere con quel gesto di voler abbracciare tutto ciò che la circonda, come a voler carezzare con un unico sguardo tutto ciò che ella osserva.
I suoi occhi, si soffermano nel soggiorno, lo sguardo si sposta poi sui soprammobili che le ricordano momenti importanti della vita passata, come a voler imprimere sempre di più dentro di sé le sue fatiche, le sue gioie.
Si guarda intorno soddisfatta e, seduta sul divano, osserva indisturbata il panorama che ha di fronte, poiché è una limpida giornata senza foschia. In lontananza s’intravede l’isola di Murano e, spostando lo sguardo al centro l’isola di Burano, sulla sua destra la laguna va poi restringendosi per portarsi con una leggera curva verso il molo di piazza San Marco.
Una lieve brezza alita sulle piante, accarezza i fiori, risveglia 1’erbetta che sonnacchiosa cede al calore del sole.
In lontananza ode il vociare del ritmo dei rematori che accompagnano gitanti lungo la laguna, tranquilli nel loro ritmo, quasi timorosi di interrompere la tranquillità del momento.
Francesca si alza, si porta sul terrazzo, i capelli leggermente scompigliati, come se una dolce mano frugasse tra di essi, sono accarezzati dalla dolce brezza pomeridiana, osserva tranquilla il mare calmo, solcato nel suo ondulare da gondole e barchette che lo attraversano in lungo ed in largo.
Si riporta nello studio dove da un cassetto estrae alcune lettere, le palpa con timore, sposta lo sguardo verso il mare, osserva il volo di un gabbiano e poi – sul verso rauco del bianco uccello, complice il silenzio che la circonda – si adagia comodamente sulla sedia a dondolo, dove sfoglia le lettere ad una ad una lasciandosi cullare dal movimento che la porta a vagare nei suoi ricordi e in quel lontano passato …

***
Dal libro Una passione vissuta durante la “Grande Guerra” di Maria Carmela D’Andrea – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2011 – p. 206

Il commento di NICLA MORLETTI

Una grande storia d’amore. Una storia proibita dove la passione supera la paura della guerra. Una storia in parte romanzata che viene narrata dai protagonisti stessi, tramite le loro lettere scritte durante la prima guerra mondiale che l’autrice, con abilità e capacità narrativa, ha riportato alla luce. E un amore senza spazio e senza tempo riprende a vivere attraverso pagine commoventi e di intenso lirismo. Ludovico è medico al servizio militare e medita di lasciare Aurora, sua promessa sposa. Francesca, nella sua splendida casa situata nella laguna di Venezia, lo pensa. Pensa alla bellezza del suo amore. Una lieve brezza si muove sulle piante del giardino e accarezza i fiori. Si odono in lontananza le voci dei rematori che accompagnano gitanti per la laguna. Ed è magia. Incanto del cuore. Un libro scritto con uno stile attento, preciso. Il contenuto è denso di emozioni e sensazioni che catturano l’animo del lettore e lo coinvolgono in questa passione d’amore.

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4 thoughts on “Una passione vissuta durante la “Grande Guerra” di Maria Carmela D’Andrea

  1. La guerra propizia grandi amori. Forse per compensare con la dolcezza la crudelta’ del conflitto.
    Qui Maria Carmela D’ Andrea descrive il fuoco dell’ anima di Francesca. Nella casa vuota pensa al suo passional amante. E si strugge. E gode nel contempo.
    Amore : e’ un sogno anche quando porta delle pene. Indispensabile per vivere.

    Gaetano

  2. La tragedia della Grande Guerra, imponente, vista con gli occhi di un amore imponente! Un bellissimo brano che annuncia un libro davvero interessante e scorrevole. Mi piacerebbe avere l’opportunita’ di completarlo per intero!!

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