Ciao bambini, sono Gino, il vostro amico criceto. La mia storia comincia nell’estate di due anni fa. Una calda sera di metà settembre mi trovavo in una grande gabbia insieme ad almeno un’altra decina di miei simili quando vidi avvicinarsi un tipo non molto alto dalla corporatura robusta.
Mai avrei potuto immaginare allora quanta parte quel tizio avrebbe avuto nella mia vita futura. Si avvicinò al banco e chiese di poter giocare. Davanti a lui c’erano dei recipienti sferici di vetro di tutte le dimensioni. L’uomo del luna park gli mise in mano un cestino con delle palline di plastica. Capii subito che il gioco consisteva nel far entrare le palline nei recipienti, e questo mi sembrò estremamente semplice. Dio mio che imbranato! Che brutta mira! Tiro troppo lungo. Troppo corto! Ma il tizio era anche un po’ sfortunato, perché una pallina danzò beffarda sull’orlo di un recipiente e si perse di poco a lato. L’uomo si spazientì. Prese un altro cestino, però la mira non migliorò. lo sono un criceto molto educato e non amo darmi arie, comunque meglio di lui avrei certamente fatto anch’io. Perbacco, ce l’avevi quasi fatta! Ma per quale motivo ti affanni tanto? Ah, capisco! Mi sporsi dalla gabbia e vidi un cartello appeso appena sopra ai recipienti: un centro il pesce, due centri il criceto, tre centri il pappagallo. Il fatto di essere considerato di valore inferiore ad uno stupido volatile mi dette ai nervi! Ad un certo punto l’uomo si arrese. “Quanto costa il criceto?” domandò rasssegnato. “Sei euro”. “Lo prendo”.
Mi trovai così separato dai miei compagni con i quali d’altronde non avevo un granché legato. Salutai affettuosaamente e con un certo dispiacere solo Ettore, un vecchio criceto che aveva avuto diversi padroni prima di finire in quella gabbia. lo credo invece di esserci nato lì dentro. Ettore mi ha insegnato molte cose anche per quanto riguarda la vita degli umani. Tutto quello che so lo debbo a lui. L’uomo del luna park mi pose in un’angusta scatola di cartone e mi consegnò nelle grosse mani del mio nuovo padrone. Ci stavo un po’ stretto in quella scatola, e per di più ero assordato dai rumori provenienti da ogni dove. In quella grande piazza c’erano anche tante altre attrazioni, un’immensa ruota panoramica, un gigantesco castello stregato con quattro tetre torri e una grossa trottola circondata da catene, almeno così intravedevo dalla gabbia. E tanti, tantissimi bambini che vociavano allegri. La mia paura era proprio quella, di finire nelle mani di un bambino. Ettore mi aveva riferito che sono tremendi, che ti stropicciano in continuazione e non ti fanno mai riposare! D’un tratto un lato della mia angusta dimora si aprì, lentamente. Due piccoli occhietti vispi mi guardarono. “Grazie, babbo. Com’ è carino! Ehi, venite a vedere!”. Una tribù di bambine improvvisamente mi circondò. Oddio, povero me! Passai di mano in mano come se fossi stato un giocattolo. Per fortuna una bambina bionda mi ripose nella scatola e mi celò agli altri occhi indiscreti. Doveva essere lei la mia prima e nuova padrona, perché fino ad allora ero sempre vissuuto nelle immense gabbie dei negozi. In fondo ne ero contento, piccola. Già sentivo che mi piacevi, che avremmo fatto amicizia. Neppure noi criceti siamo insensibili alla bellezza femminile, e tu eri davvero una bellissima bambina. Accanto a noi una donna giovane e bionda, somigliantissima alla piccola, scuoteva la testa e ripeteva continuamente “non se ne parla nemmeno”. Chi era? Chissà che cosa intendeva dire!
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Brano tratto dal libro “Un criceto al computer” di Lenio Vallati, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.
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