Capitolo I – La vita che cambia-

Che la mia vita a cinquant’anni potesse cambiare era in programma: il trasferimento richiesto in una scuola vicinissima a casa era stato tanto “sofferto” – dopo 12 anni con le stesse colleghe, lo stesso piccolo ambiente ovattato e conosciuto … – quanto meditato e meritato: tanto pre-ruolo, anni e anni a Genova, la vincita di due concorsi…
L’idea di uscire di casa dieci minuti prima dell’inizio delle lezioni era allettante e invitante, i rientri affrontati con calma e a piedi senza impazzire per trovare un parcheggio in centro facevano presagire un anno tranquillo e sereno, seppur caratterizzato da un’ondata di novità e di ignoto capace di dare sapore alla vita.
Il cambiamento fino ad allora si era realizzato prevalentemente in campo lavorativo e non tanto a livello psico-fisico.
Non mi è mai importato dire o dimostrare l’età, né far peripezie per sembrare più giovane: l’età è quella che senti, è come gli altri avvertono che sei intimamente e globalmente, è l’originalità delle tue scelte, il tuo modo di essere particolare e al di fuori dei canoni.
Cinquant’anni è un’età di bilancio: rifletti su ciò che hai concluso e sulle potenzialità che potresti ancora sviluppare ed esprimere.
Il mio era un bilancio tutto sommato soddisfacente, soprattutto per le emozioni che riuscivo ancora a provare come il sentimento di ammirazione nell’osservare l’impegno e l’entusiasmo di un bambino durante una lezione: mi ha sempre colpito l’espressione assorta e concentrata dei miei piccoli studenti, il fascino di un sorriso magari sdentato.
Dopo tanti anni di lavoro e di stress – la scuola è stressante e mette a dura prova … – mi stupisco di aver voglia di preparare ancora proposte di lavoro che risultino stimolanti per i bambini, anche se potrei vivere di esperienze didattiche pregresse.
Ciò che mi appaga di più è l’entusiasmo degli alunni e le loro affermazioni:
“Che bello fare matematica!”
“È già ora di uscire? Peccato!”
“Non hai mai pensato di portarmi a casa tua qualche pomeriggio?”.
Sono sempre stata attenta a stimolare la creatività dei bambini, – i miei hobby, disegno e pittura, si fanno sentire – anche per discipline apparentemente poco adatte.
È importante lavorare in questa direzione, rispettando profondamente tutti gli scolari, senza distinzione conscia o inconscia di ceto sociale, provenienza, etnia e mettendosi continuamente in discussione.
Io non amo emergere in quei “poveri contesti” di insegnanti.
Sono dalla parte di quei docenti che hanno lavorato seriamente ma vivacemente e che sono rimasti un po’ bambini.
Gli alunni mi regalano adesivi, figurine, pezzi di merenda un po’ “cianciugata” e mi invitano ai loro compleanni.
Sebbene il nostro sia, a volte, un rapporto alla pari, mi rispettano molto, forse perché anch’io li rispetto e sono attenta ai loro bisogni e alle loro possibilità: l’elemento di stimolo non deve essere troppo semplice, ma neppure irraggiungibile, la vera difficoltà e abilità sta nel trovare il “giusto” elemento perturbatore.

Così procedeva anche il 2007, anno faticoso, ma per certi aspetti appagante sebbene “condito” da tutti i problemi del caso: genitori anziani – padre invalido -, figlio quindicenne con poca voglia di studiare e una pagella del primo quadrimestre abbastanza pietosa, figlia ventiquattrenne fuori città per lavoro e spesso polemica, marito oberato di lavoro e poco presente.
Questa situazione già di per sé mi rendeva molto tesa e sull’orlo di una crisi di nervi, ma ero del tutto inconsapevole che ben altro da lì a poco sarebbe accaduto, generando una svolta traumatica e improvvisa nella mia vita.
Tale avvenimento mi avrebbe resa profondamente diversa mostrandomi tutto in un’ottica fino ad allora sconosciuta: il mondo esterno avrebbe perso di valore, anche le piccole cose, gli oggetti che avevo creato e che fino a quel momento mi avevano fatto star bene, rendendo il mio ambiente accogliente e particolare, avrebbero perso di significato …
Mio marito è sempre stato una figura preponderante nella famiglia; molto estroverso, sicuro di sé, brillante, scherzoso – a volte, secondo me, un po’ eccessivo -, apprezzato per la sua intraprendenza, ma a volte anche criticato dalla gente: amato da molti, ma odiato esageratamente da pochi. Con i figli è sempre stato severo ma presente, affettuoso e tanto espansivo, coccolone e canterino – non si vergognava a cantare per strada con sua figlia Chiara, seppur non a squarciagola -; penso che Lorenzo, il ragazzo di mia figlia, sia rimasto scioccato da questi comportamenti bizzarri, che tuttavia, quando è entrato nella nostra famiglia, lo divertivano.
Marco ha sempre amato i cambiamenti – strano … il nostro matrimonio dura da ben 25 anni -: dopo diversi lavori se ne è creato uno autonomo, rinunciando al tanto ambito “posto sicuro” per sentirsi realizzato e sfruttare al meglio l’esuberanza che l’ha sempre contraddistinto.
Per me è stato una figura forte, di riferimento, oculata e ben organizzata, molto matura anche a soli 20 anni.
Si è sempre occupato della gestione delle “noie economiche” – bollette, tasse, denunce dei redditi … – che io ho invece rimosso e accantonato.
Le nostre idee politiche – la politica non mi ha mai interessato particolarmente – e i nostri interessi sono diametralmente opposti e spesso ci si scontra; lui non media, è convinto di aver ragione sempre, ma è comunque una persona leale, sincera e anche troppo diretta.

***
Dal libro Nella buona e nella cattiva sorte. Nella salute e nella malattia di Fiorenza Maggi – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 – p. 167

Il commento di NICLA MORLETTI

“Ed ho nella mente il profumo del mare… ed ho nel cuore la felicità della vita”. Questi i versi della poesia Ricordi con cui l’autrice conclude il libro, bellissimo, commovente, toccante. La storia di un grande amore. Di una grande sofferenza. Ma certe volte l’amore va oltre l’amore e non ha limiti né confini. Marco e Fiorenza hanno vissuto insieme una vita intera. Una famiglia perfetta. Poi la malattia di lui, la sofferenza, il profondo dolore scaturito dalla perdita. Ma si può continuare a vivere, si può tornare a respirare, quando un cuore ha amato tanto e tanto ha dato e tanto amore ha sempre dentro di sé. Sì,  si può continuare a vivere quando si hanno negli occhi “i freschi vestiti, le acconciature ordinate, candidi e tesi i nastri sui capelli di bambina…”
Bei ricordi, bei sentimenti. Belli come te, Fiorenza. Care lettrici, cari lettori, adesso pongo nelle vostre mani questo libro che vi farà commuovere fino alle lacrime. Come è successo a me.

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10 thoughts on “Nella buona e nella cattiva sorte di Fiorenza Maggi

  1. La vita e’ noiosa quando tutto fila liscio. Ma diventa tragica quando irrompono in essa le tragedie.
    Dovremmo apprezzare di piu’ il tran tran ( tranquillita’ ) quotidiano. E ricercare sempre la creativita’ nell’ ordine.
    Fiorenza Maggi intitola il suo raccontro con la formula finale del matrimonio cristiano .
    CHe dipinge cosi’ la vita.
    C’e’ la buona e la cattiva sorte. Dobbiamo sperimentarle entrambe. E la seconda forma il carattere.

    Gaetano

    1. Cristina, mi farebbe molto piacere aiutarti con il mio libro, anche se il contenuto è sicuramente troppo toccante e delicato.
      Grazie per il commento.
      Fiorenza

  2. Non sono arrivata a i 50 anni ma anche io ho bisogno di un cambiamento e questo libro sembra fatto al caso mio, semplice, scorrevole, sincero e … relae!
    complimenti all’autore.

    Saluti

    Stefania C.

  3. Mi farebbe davvero piacere leggerlo……molti punti in comune….e….magari qualche idea nuova per cambiare in meglio e insieme. In bocca al lupo .

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