L’asciugamano nello zaino di Cinzia Corneli

Un castello di sabbia non puoi costruirlo troppo lontano dal mare perché la sabbia non è quella giusta.
Ma non puoi costruirlo nemmeno troppo vicino alla riva perché c’è sempre il rischio dell’alta marea.
Comunque vada ogni notte lo riconduce a sé perché risucchiato dalle onde o dal vento che spazza via tutto.
Inghiottito dove è nato, dalle stesse cose con cui è stato creato.
A questo penso oggi, tristemente rannicchiata di fronte al mare impetuoso.
Lui non c’è più. Lui.
Le gambe piegate e cinte da un mio braccio, l’altro con il gomito sopra il ginocchio che mi sorregge il mento.
Non è una giornata di sole.
I piedi nudi cosparsi di sabbia graffiante e bagnata, un maglione che mi ripara dal vento gelido che non viene solo dal mare, i capelli scompigliati che hanno ancora voglia di giocare sul viso scavato, uno zaino a terra che porta addosso e mostra i segni del tempo vissuto.
Dentro c’è un asciugamano stanco, un grande telo color verde militare.
Una penna instancabile getta fiumi di parole al vento.
(Capitolo I)

Fin da piccola ero stata sempre innamorata, il classico ragazzino vicino di casa. Il mio aveva capelli scuri ed occhi chiari. Un visetto tenero e dolce, ai miei occhi un tenebroso.
Immaginavo di diventare una moglie brava ed affettuosa, mamma di tanti bambini. Lui al mio fianco, forte come una roccia, per tutta la vita. Una vita che non avrebbe mai più conosciuto ostacoli.
Quelli incontrati fino ad ora sarebbero stati solamente un brutto ricordo, un dimenticatoio che non avrei mai più aperto.
Briciola, la mia gattina striata di bianco e grigio, era sempre accanto a me. Ronfando beatamente, assecondava tutti i miei pensieri.
Il mio diario iniziava a custodire poesie, riflessioni e racconti. Un cassetto andava riempiendosi di diari, fragili sogni compressi che in seguito avrei liberato.
Un pomeriggio come tanti altri, quel ragazzino che stava diventando uomo, guardando altrove, mormorò con disinvoltura forzata la richiesta di fidanzamento.
In un lampo risuonarono le parole di mia madre “Non far capire ad un uomo che lo ami, fatti desiderare a lungo, solo mettendolo alla prova capirai se ti ama davvero”.
Così, innamoratissima ed emozionata per la richiesta attesa da anni, risposi con un secco no.
Le innumerevoli volte che fu rinnovata la sofferta dichiarazione d’amore ebbero i loro frutti, un bel giorno trovai il coraggio per dire si.
Seguirono mesi e mesi trascorsi nella visione magica della relazione vissuta in quel momento. Del suo futuro inossidabile, che solamente la spensieratezza di un adolescente può avere.
Soprattutto per aver potuto davvero constatare che l’amore immaginato da piccola sagomato da coccole, carezze ed affetto, era proprio così.
E la scena impetuosa di quel miserabile che anni prima aveva tentato vigliaccamente di sopraffarmi con la forza e la meschinità aveva finalmente preso la sua giusta dimensione.
Vinsi da bambina una battaglia molto più grande di me, sia fisicamente che psicologicamente.
Per vincere avevo dovuto lottare, correre, urlare, scappare.
Ma non sapevo che avrei assaporato davvero la gioia ed il senso della vittoria solo dopo aver conosciuto i veri gesti dell’affetto più profondo.
Con questa mia prima infatuazione, con la quale avevo conosciuto le tenerezze e dolcezze dell’amore, avevo davvero concluso la mia battaglia.
E vinto.
Un giorno cominciai ad essere assalita dai dubbi, fino a quando dissi basta e imparai l’amaro peso delle parole di chi ti dice che senza te non vive.
Prendevo anche consapevolezza che l’amore da me provato, quello vero, si annida profondamente nel mio cuore. Indimenticabile, unico come chi, immancabilmente, sogno e idealizzo.
Sentii il mio sogno svanire lentamente. Anni e anni idilliaci crollati senza una vera ragione, come senza ragione erano nati. Anzi, prima ancora di nascere.
La malinconia si stava sostituendo alle illusioni, aggravata da una situazione familiare divenuta assolutamente insostenibile.
Sapevo essere perfettamente uguale a quella di un mio compagno di classe, con il quale però, non avevo mai legato.
Mancava ancora un po’ al suono della campanella.
Ci ritrovammo a conversare della vita, dei dubbi, dell’amore, della scuola, della famiglia. Tutto in meno di mezz’ora ed in meno di mezz’ora m’innamorai nuovamente.
Sottolineò che tre giorni dopo sarebbe stata Pasqua e per nulla al mondo avrebbe rinunciato a vedermi. Ammirando estasiata i suoi boccoli dalle mille sfumature castano chiaro, il sorriso smagliante e la dolcezza innata, balbettai che avrebbe fatto piacere anche a me.
Ed insieme allo scambio degli auguri iniziò la nostra storia. Che fosse nata sotto una buona stella mi sembrò un dato ineccepibile, l’essere sbocciata in quella ricorrenza non poteva essere che di buon auspicio.
Invece altro non ero che una foglia verde aggrappata alla sua pianta, speranzosa che l’autunno avesse tardato ad arrivare.
E ritrovarmi a terra, a marcire anzitempo.
Il distacco. Che dolore immenso.
Ricordo le mie viscere non essere più dentro di me. Ricordo che qualcuno mi strappava di dosso qualcosa, ma non ricordo né chi, né cosa. Ricordo che ero senza fiato, senza parole, senza pensieri. Ricordo che piangevo. E che impazzivo mentre venivo frantumata dai cingoli di un carro armato.
Partii, in vacanza al mare.
Quattro ore in treno senza sedersi perché senza prenotazione, la temperatura altissima perché l’impianto di condizionamento fuori uso ed un’aria asfissiante perché stracolmo di viaggiatori, non mi fecero dare per vinta. Nemmeno il tempo di salutare e posare i bagagli che, trascinando mia sorella, mi ero catapultata in spiaggia per abbronzarmi a più non posso. Potevo confidare solo in un’intensa abbronzatura per avere la minima possibilità di riconquistare il mio fidanzatino.
Corsi talmente concitata alla spiaggia da scontrarmi con il ragazzo dell’ombrellone accanto al mio…
(Capitolo II)

***

Dal libro L’asciugamano nello zaino di Cinzia Corneli, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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