
Con la valigia in mano, mi sentivo un’emigrante che tornava a casa. Ogni pietra di quella facciata, per me, aveva impressi, come calchi, un viso, un sorriso, un pianto. A tenerle unite era stato l’amore che, come il cemento, aveva reso saldi i pezzi delle nostre vite.
Entrai e cominciai a salire i gradini di marmo scuro che accoglievano i miei passi lenti e cadenzati.
Appoggiandomi alla ringhiera in ferro battuto respiravo aria di casa, mi sentivo alitare sul collo il gattino soriano che, da bambina, portavo in braccio e, nello stesso tempo, la parte più vigile di me sapeva che tutto questo era passato. Sentivo profumi di donne acconciate che si davano l’ultimo tocco prima di uscire, odori di pietanze che avevano insegnato al mio palato la bontà e il gusto. Quelle scale erano la galleria del vento della vita che dall’intimità mi conduceva fuori. Attraversandola assumevo contegno oppure sorridevo gioiosamente all’idea di chi avrei visto appena uscita. Erano tutte presenze che sentivo vicine, compagne di tante avventure che, negli anni, erano diventate ricordi.
Al primo piano, due gradini da scendere, di cui uno sconnesso. Quanti attentati al mio equilibrio quando andavo di fretta, quando la vita era una corsa a volere, a sentire di più, nonostante il tempo da vivere fosse tanto.
Ora salivo piano, non c’era fretta, volevo accorgermi se tutto ciò che ricordavo era esattamente quello che ritrovavo: due stanze, di cui una grande, dove trascorrevamo la maggior parte della giornata. Al centro, una grande tavola in noce, di quelle smerlate con due ripiani nascosti sotto; il copri tavolo in velluto di vari colori che, due volte al giorno, veniva sostituito da candide tovaglie per il pranzo e per la cena.
Noi piccoli eravamo sempre gli ultimi ad arrivare e, qualche volta, non ci era concesso di sederci perché dovevamo, dopo aver mostrato le mani, ritornare a lavarle, non erano perfettamente pulite, e l’esortazione a farlo era categorica per quanto muta; si evitava così la sgridata per non rompere l’aria di raccoglimento, la voglia di riunirei attorno ai piatti fumanti, aspirandone il profumo che accentuava la salivazione.
Ognuno sedeva al proprio posto. A capotavola c’era sempre papà, dinanzi al quale veniva appoggiata la zuppiera con la minestra. Dopo aver fatto fare a tutti il segno della croce, la mamma lo serviva per primo, poi tutti gli altri e infine riempiva il suo piatto con quello che rimaneva. Talvolta non iniziavo a mangiare per paura che la minestra non bastasse e mamma rimanesse senza. La vedevo guardarci tutti con uno sguardo indagatore, per capire se la pietanza era stata cucinata a dovere. Una madre vive di sguardi, di sorrisi, dei mille modi con i quali si può dirle: «Ti voglio bene». Quelli più attesi erano dei più piccoli, perché più immediati, più sinceri e lei, quando quello che aveva visto le piaceva, si componeva sulla sedia e, dopo essersi segnata, iniziava a mangiare.
Lateralmente, facevano bella mostra di sé i due ampi sparecchia-tavola, con due grandi specchi che sovrastavano il ripiano in marmo e le antine che racchiudevano i preziosi servizi di piatti e di bicchieri. I pavimenti, ad eccezione di quelli della cucina e dei bagni, erano tutti in mattoni arabescati e nel loro insieme componevano disegni che sono rimasti il simbolo di un’epoca. Da ragazza, mi piaceva camminare su quei fiori con le mie ballerine. I soffitti, soprattutto quelli delle camere da letto, erano veri e propri dipinti che, con ventagli, trine e figure mitologiche, rappresentavano le stagioni; sfondi azzurri che guardavamo con la stessa meraviglia con cui si guarda qualcosa che ci sovrasta e ci rassicura.
Su un divano vidi seduta, mia madre, una donna dall’ aspetto sofferente, che teneva sulle spalle un po’ curve uno scialletto di lana che mi era molto familiare.
Avanzando, sentivo profumo di borotalco, del gelsomino che raccoglievo dai grandi vasi sul balcone e mi mettevo alle orecchie come orecchini. C’era un odore inconfondibile: quello di mia madre.
Mi avvicinai e mi posi dinanzi a lei per ritrovare quello sguardo che, per tanti anni, avevo visto vigile, attento, amorevole, irato, ma unico come lo era lei. Mi sentii più madre che figlia e feci un gesto protettivo che avevo tante volte visto fare a lei. Presi i due lembi dello scialletto che aveva poggiato sulle spalle e li avvicinai come a voleri a coprire di più, raccogliendola tra le mie braccia.
Provai un’immensa tenerezza vedendola stanca, pallida, con i capelli bianchi.
Avevo lasciato una mamma altera, curata, elegante, la ritrovavo spenta, triste ma comunque bella.
Si sovrapposero ai miei occhi tante immagini di quel viso con l’aggressività della giovinezza, con la consapevolezza d’incontrare il gusto di chi la guardava, con la stanchezza di un travaglio per aver donato uno di noi alla vita, con la fatica di aver vissuto il dolore profondo, quello che consuma. Eppure la vedevo come la ricordavo: giovane senza rughe, con gli occhi che ti guardano con affetto immutato. Guardai le sue labbra non più vermiglie, risentii il calore con cui si poggiavano sulle mie guance prima di addormentarmi, sentii che le sue braccia non avevano più la forza di stringermi a sé come quando, piccolina, le correvo incontro e lei mi prendeva con decisione per non farmi cadere.
Non riuscimmo a parlare per qualche minuto: lei era sorpresa, io sopraffatta dell’ emozione e dai sentimenti. Eravamo madre e figlia, ma anche due donne, due madri e ognuna di noi rivedeva nell’altra se stessa: lei vedeva in me quello che era un tempo e io in lei come sarei diventata.
Non volevo stancarla e, per darle il tempo di recuperare le forze che l’intensità dei sentimenti le sottraeva, parlai per prima: «Ciao, mamma – le dissi guardandola in viso – sono passati tanti anni di lontananza. Rivederti mi fa sentire quanto mi sei realmente mancata, anche se spesso non volevo ammetterlo, indisposta dal fatto che tu riuscivi a starmi lontana. Oggi spero capiremo che cosa ci ha tenuto cosi distanti.
Lo sai che, molti mi dicono che, invecchiando, ti assomiglio sempre di più? Mi rende orgogliosa questo complimento, anche se sono consapevole che nessuno di noi figli è bello come lo eri tu.»
Eravamo già entrate in un mondo che ci riportava inevitabilmente indietro e trasalimmo entrambe al rumore del campanello.
Silenzi d’amore di Caterina Guttadauro La Brasca – Edizioni Tracce, 2011 – pag. 189
Il commento di NICLA MORLETTI
Un libro della memoria, scritto in punta di penna, delicato, appassionato e denso di profondi sentimenti. In questi “Silenzi d’amore” si riscopre così la forza dell’amore stesso, si riscoprono i ricordi, le sensazioni, le emozioni, il piacere di donare e ricevere. La prosa di Caterina Guttadauro La Brasca, intrisa di pathos e ragione, di passione ed emozione, fa breccia profondamente nell’animo del lettore coinvolgendolo nella disperata ricerca di un mondo più giusto e migliore. Le sue parole giungono come preghiere, nell’alternarsi dei ricordi, che vogliono far breccia nei cuori della gente per cercare tutto ciò che di pulito, di giusto e di bello può offrirci ancora la natura e il genere umano. L’autrice canta nel suo narrare, con voce sublime, i valori morali, i principi, i sentimenti. Un mondo visto al femminile con tutta la sua forza e determinazione. “Un mondo in cui – scrive l’autrice – gli uomini sono la forza, ma le donne sono la vita.”.

Un libro della memoria, scritto in punta di penna, delicato, appassionato e denso di profondi sentimenti. In questi “Silenzi d’amore” si riscopre così la forza dell’amore stesso, si riscoprono i ricordi, le sensazioni, le emozioni, il piacere di donare e ricevere. La prosa di Caterina Guttadauro La Brasca, intrisa di pathos e ragione, di passione ed emozione, fa breccia profondamente nell’animo del lettore coinvolgendolo nella disperata ricerca di un mondo più giusto e migliore. Le sue parole giungono come preghiere, nell’alternarsi dei ricordi, che vogliono far breccia nei cuori della gente per cercare tutto ciò che di pulito, di giusto e di bello può offrirci ancora la natura e il genere umano. L’autrice canta nel suo narrare, con voce sublime, i valori morali, i principi, i sentimenti. Un mondo visto al femminile con tutta la sua forza e determinazione. “Un mondo in cui – scrive l’autrice – gli uomini sono la forza, ma le donne sono la vita.”.
