Dopo diverso tempo che camminava, Emma aveva finalmente attraversato il bosco e adesso si trovava di fronte ad una enorme parete d’acqua. ” Una cascata” – pensò. Si rese subito conto che non si trattava di una vera cascata e ben presto capì che doveva attraversarla. Emma aveva paura. Come avrebbe fatto ad attraversare una massa d’acqua tanto spessa da non lasciare intravedere nulla al di là e talmente vasta da non poter essere aggirata? E per di più come poteva quell’acqua circoscriversi lungo quel perimetro interminabile ed alzarsi fino a perdersi nel cielo senza provocare né rumore né schizzi? Era una massa d’acqua compatta come fosse contenuta dentro una gigantesca vasca trasparente. Ovunque Emma guardasse non riusciva a vedere né l’inizio né la fine di quella parete azzurra.
La ragazza fece qualche metro a destra e dopo poco fece lo stesso verso sinistra in cerca di un qualche improbabile passaggio ma, come aveva immaginato, non ne trovò. A quel punto fu colta da un impulso molto più forte della paura e fece per immergersi in quella barriera azzurra ma, appena la sua mano destra toccò l’acqua, questa iniziò a risucchiarla.
Emma iniziò a gridare e a dibattersi cercando di estrarre la mano ma la forza dell’acqua era tale che in poco tempo la ragazza venne completamente sommersa.
Tuttavia non si diede per vinta.
Provò a chiamare aiuto ma dalla sua bocca non proveniva alcun suono: stava soffocando. Continuò a lottare per alcuni minuti, alla fine si arrese.
A quel punto Emma si svegliò. Guardò in direzione della sveglia: le cinque meno un quarto. “Ancora quello strano sogno”, pensò.
Da quando aveva memoria, ogni tanto faceva quel sogno ma, ultimamente, lo faceva quasi ogni notte. Tuttavia non era l’unica cosa strana che accadeva in quel periodo. Infatti da circa due anni, il sole aveva iniziato piano piano a svanire, le ore di luce a diminuire ogni giorno di più e il sole si stava consumando. Adesso del grande astro che da sempre splendeva nel cielo restava solo una larga macchia informe e sfilacciata come una vecchia toppa di stoffa che si estendeva nel cielo arancione bruno. La Terra era immersa in una costante oscurità dalle sfumature rossastre.
Tutti i suoi abitanti erano allarmati non sapendo a cosa era dovuto quello strano fenomeno. Anche alla televisione non si parlava d’altro, tutti facevano ipotesi e nessuno conosceva le vere cause.
Consapevole del fatto che non avrebbe più dormito, Emma si vestì, andò davanti allo specchio per pettinarsi e fissò la sua immagine riflessa: era l’immagine di una ragazza dagli occhi marroni e dai lunghi capelli neri. Non assomigliava per nulla a suo padre Dario. Lui, infatti aveva gli occhi di un azzurro chiaro e corti capelli biondi un po’ ricciuti. Diverse volte le aveva detto che lei era la copia perfetta della madre. Emma scese le scale in punta di piedi e andò in cucina a prepararsi una tazza di tè. Non voleva svegliare il padre, quel giorno non sarebbe andato al lavoro. Durante tutta la settimana si alzava presto per recarsi in fabbrica e la sera quando tornava a casa era stanchissimo. Emma gli voleva molto bene: era l’unica persona della famiglia che le restava. Sua madre era morta quando lei era molto piccola e non conservava di lei alcun ricordo. Molte volte aveva chiesto al padre di raccontarle qualcosa in proposito ma lui aveva sempre preferito non parlarne e Emma aveva finito con l’evitare l’argomento, comprendendo che era troppo doloroso per lui rievocare i momenti felici.
Mentre sorseggiava il suo tè diede un’occhiata fuori dalla finestra: anche se era buio e la notte sembrava appena iniziata, in realtà, una nuova giornata stava per cominciare.
Emma era molto giovane. Il giorno successivo avrebbe compiuto diciotto anni e, con il nuovo anno scolastico, avrebbe frequentato l’ultimo anno del liceo classico. Tuttavia la scuola non le era mai andata a genio, non perché fosse una ragazza svogliata, anzi, era sempre stata una studentessa diligente e attenta, ma in lei c’era qualcosa che non andava o almeno così credeva.
Tutto era iniziato in seconda elementare. Spesso, durante l’intervallo, un ragazzino poco più grande di lei, di nome Simone, classico bullo, “figlio di papà”, molto prepotente e abituato ad avere tutto, si prendeva gioco dei ragazzi più piccoli e indifesi, arrivando anche ad alzare le mani su di loro. Simone era protetto da una cerchia di ragazzi che preferivano essergli amici ed emulavano il suo comportamento. In quei casi Emma veniva colta da una rabbia incontrollabile nei confronti di Simone e bastava che lo fissasse negli occhi per farlo cadere a terra privo di forze. Lei stessa si era chiesta il perché ogni volta che fissava i suoi occhi pieni di rabbia su qualche prepotente, questi cadeva a terra sotto la forza del suo sguardo magnetico. Il tutto succedeva in pochi secondi e nessuno aveva capito di cosa si trattasse ma tutti erano certi che la causa fosse Emma. A poco a poco, i ragazzi avevano iniziato ad odiarla, evitarla e chiamarla “strega”, ma a lei questo non importava: preferiva starsene da sola piuttosto che essere amica di quelle persone cattive.
Anche ora che era cresciuta questo strano fatto continuava a ripetersi.
Aveva anche cercato di raccontare al padre ciò che le succedeva a scuola ma lui aveva sempre risposto che non era colpa sua.
Tuttavia fra tutti i ragazzi della scuola c’era anche chi stava dalla sua parte e tra questi pochi c’era naturalmente il suo migliore amico Luca con cui condivideva lo stesso odio verso i prepotenti.
Erano amici fin da piccoli e poiché i genitori di Luca erano sempre lontani per lavoro, lui viveva con la zia Anna nella casa di fronte a quella di Emma, per questo erano diventati così amici.
Anna nutriva una sincera simpatia per Emma e, quando non andava a scuola, la ragazza l’aiutava nel suo negozio di abbigliamento.
Quel giorno, era un sabato, faceva molto freddo per essere solo il venti di agosto. Emma infilò un pesante giaccone e uscì per recarsi da Anna. Raggiunto il negozio di abbigliamento trovò la donna già dietro il bancone intenta a riporre vestiti ormai troppo leggeri.
“Se continua questo freddo, quest’anno bisognerà ordinare cappotti e giacconi prima del tempo!” – disse Anna .
Emma sorrise e prese posto accanto a lei.
Il resto della giornata trascorse senza che accadesse niente di particolare. Quando si avvicinò l’ora di chiusura Anna disse: “Va pure a casa, domani è un giorno importante per te, diciotto anni vengono una volta sola!”.
“Grazie Anna, a domani, allora”.
Durante il giorno si era alzato il vento e adesso faceva ancora più freddo. Sebbene fossero le cinque del pomeriggio era buio come fosse sera inoltrata e i lampioni lungo la strada erano tutti accesi. Emma si avviò, stringendosi nella giacca ma quando arrivò nel giardino di casa sua, si fermò di colpo. Il vento sibilava tra i rami dei tigli, quasi privi di foglie a causa della scarsità di luce. Tuttavia non fu quello a catturare la sua attenzione: in mezzo al rumore del vento le parve di udire il suo nome. Qualcuno la chiamava. La voce era molto simile a un sussurro proveniente da molto lontano. Ad un tratto tacque. Emma restò ancora qualche secondo in ascolto, poi scosse la testa: “E’ solo la mia immaginazione” – disse tra sé ed entrò in casa.
“Ciao, papà” – salutò.
“Ciao, cara, com’è andata al negozio?”.
“Bene, grazie”.
Mentre cenavano ascoltarono il notiziario alla televisione. Tra i fatti che riportava c’erano principalmente quelli riguardanti gli strani fenomeni atmosferici che accadevano in quegli ultimi tempi: l’avanzata delle tenebre, il sole, ridotto ormai solo a qualche striscia arancione e quel vento, così violento, mai visto prima.
Improvvisamente si udì un colpo, come lo sparo di un cannone.
“Adesso anche i tuoni, ci mancava solo questo” – disse Dario.
“Papà, cosa sta succedendo? Non sono cose normali”.
“Non lo so, figliola, è davvero molto strano”.
I tuoni si fecero sempre più forti e, quando suo padre andò a letto, Emma uscì in giardino per vedere cosa stava accadendo: vento, tuoni e lampi accecanti, proprio come se si fosse scatenato un temporale ma dal cielo non cadeva una goccia di pioggia.
Emma scrutò attraverso il buio e di colpo vide qualcosa: in quell’oscurità prese vita un’ombra che si mosse silenziosamente verso di lei. Emma indietreggiò fino a quando le sue spalle incontrarono il muro freddo di casa sua.
Era come pietrificata dalla paura. L’ombra si fermò a circa un metro da lei.
All’improvviso un lampo illuminò quella scena incredibile. Per un attimo davanti agli occhi sgranati di Emma non ci fu più solo un’ombra ma una figura più alta di lei avvolta in un mantello nero con un cappuccio abbassato sul viso; poi tornò il buio e, dopo lo scoppio del tuono la figura parlò con voce maschile e grave: “Emma, finalmente è arrivato il momento, è ora che tu conosca la verità, che tu sappia chi sei” – ma, detto questo, l’ombra misteriosa ed enigmatica si voltò e sparì fondendosi con l’oscurità come se qualcosa l’avesse disturbata.

***
Dal libro inedito Shan-Hily di Angela Andreini

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4 thoughts on “Shan-Hily di Angela Andreini

  1. Molto più di un sogno quello di Emma e molto più di qualcosa di strano
    le stranezze che la rendono invisa ai compagni dii scuola.
    Un romanzo che si annuncia dominato da forze esoteriche, che attribuisce a
    una diciottenne energie paranormali, derivate forse dai misteri che circondano
    la sua infanzia.
    Un genere difficile il tuo, Angela, che rischia di sfiorare l’assurdo e di rendersi poco
    credibile. A dire il vero l’incipit scritto in modo poderoso con padronanza stilistica e
    nerbo narrativo lascia prevedere svolte di grande suggestione , che sapranno dosare
    gli elementi misterici, rendendoli suggestivi e contestualizzandoli in modo perfetto.
    Vorrei saper toccare gli argomenti che padroneggi con tanta levità, Angela…
    Ti ammiro e ti rivolgo i più vivi complimenti!

  2. Mi ha affascinato per il motivo che oltre che ad essere scritto bene mi ha riportato alla memoria un sogno ricorrente di un certo periodo della mia vita.
    Comunque brava, ottima narrazione con quel pizzico si suspance che fa rimanere il lettore con estrema attezione.
    Spero di potere leggere anche il seguito.
    le auguro una buona giornata.
    Fabio Favari

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