Le ali della notte di Sonia Giovannetti

Oh, quante volte ho pensato di trovarmi qui.
È bastato addormentarmi e voilà: sono in tutto ciò che ho sempre desiderato. A iniziare dal luogo.
Mi trovo in una casa davanti al mare. Odore di salsedine intorno. Da qui il cielo è abbagliante, intravisto dall’ultimo piano. Un angolo insperato, fra la ringhiera del terrazzo e l’avvolgibile dell’ampia finestra. Si capisce che è primavera perché sono fiorite le margherite, nate in tante, quasi per dispetto, sul cornicione incatramato del palazzo di fronte. Ondeggiano a tratti calme, a volte fremono. Bellissime, nella semplicità di quel bianco e giallo che ostentano. Le margherite si aprono al sole, irretite nell’ancestrale regola dell’alternanza della fine e dell’inizio, della morte e della nascita, del dolore e del piacere. Nemmeno guardo più il cemento che le ha generate e, generandole, ha decretato la propria sconfitta. E se guardo oltre, verso il mare, niente è sconfitta, il mare sa essere dolce. Il mare è soprattutto sospensione, qualcosa che me. Perciò continuavo così, sottraendo tempo ai doveri. Non capivo, allora, che non sono i ruoli a darci il senso della vita. Anzi, soprattutto quando non scelti, sono proprio i ruoli a impedircelo, a metterci addosso una divisa, un abito artefatto e uguale a tanti altri, una maschera che ci rende anonimi, inautentici, che ci estirpa l’anima.
Nei momenti in cui la malinconia era chiara e il disagio veniva fuori, pensavo fosse tardi per staccare quell’ancora che mi teneva ferma. E lasciavo correre, rimanendo ferma. Un paradosso, lo so.
Ora che sono qui, insieme alla nuova me stessa libera, mi sento in pace per aver capito l’errore. Potevo scoprirlo prima, diamine! Sì, è proprio una grande fortuna essere padroni del proprio tempo. E la vera ricchezza, più del denaro. Così come è una fortuna insperata trovare chi ci capisce. Qualcuno a cui aprire le stanze più discrete della nostra anima, nelle quali conserviamo le piccole follie e i grandi sogni, le fantasie più bizzarre, i progetti, le utopie. Perché, in fondo, pensandoci bene, proprio in quelle stanze lontane e ben difese c’è quello che veramente siamo. Ma non è facile, ci vuole determinazione, forza e coraggio. Sì, ci vuole coraggio a uscire dai condizionamenti, bisogna sforzarsi. E il coraggio, ora posso dirlo, va trovato sempre. I malintesi vanno dissipati, le intenzioni dichiarate e così le aspettative, i desideri, il possibile e l’impossibile. Insomma, per dirla con il luogo dove scrivo, si tratta di scrutare il panorama che si apre al di sotto della superficie del mare. Altrimenti tutto rimane sospeso, indefinito, irreale, come ciò che poteva essere e non è stato. Per questo mi è sempre piaciuto vivere al mare. Davanti al mare e al suo lato oscuro il coraggio viene sempre fuori.
Il mare è la vita che ci attraversa, è il mistero dell’inizio e della fine, quella fine di cui, va detto, non abbiamo notizie certe. Il mare è moto, trasformazione, perfino invito al non essere, in fondo, quando sembra attirarci nel nulla, al di là dei bagni estivi, dell’abbronzatura, delle racchette e del surf. Di fronte al mare, da soli, si può percepire persino il rumore fastidioso e imbarazzante di ogni nostra piccolezza, della verità di tante delle nostre azioni. Di fronte al mare abbiamo la possibilità di respirare la vita. Perché si è davanti al tutto. A noi stessi.
Il mare ha una voce tutta sua, semplice da capire, che dice: «Ogni volta che arriva il giorno, mettiti davanti allo specchio, punta gli occhi nei tuoi occhi e chiediti chi sei. Vedrai come è difficile mentirsi scrutando bene il proprio sguardo. Allora continua a guardarti e prendi in mano la tua vita. Tuffati nell’onda senza futuro che è la vita».
Oggi, penso che sia fonte di grande tristezza e segno certo di mediocrità ignorare tutto ciò o, peggio, ostacolarlo. Ma vedo anche che il nostro tempo sembra proprio votato a questo. Sembra aver scelto di non vivere.
Lo facevo anch’io, in fondo, prima di trovarmi in questa mia nuova vita. E riflettendoci ora, mi sento simile a quelle margherite che ho qui davanti, nate sul cornicione. Ora che «so» riesco a sorridere del contrasto stridente fra l’ambiente ostile, la fissità stolida del manufatto umano e la vita, nonostante tutto, rinata. E la pervicace ostinazione dell’amore, della sua forza che spinge verso la vita.
Mi spiace solo non averlo pensato prima.
Eppure, da ragazza, possedevo il dono di quella luce chiara e nuova del mattino. Desiderandolo con tutta me stessa, sono riuscita a studiare anche ciò che amavo, grazie alle pagine dei molti buoni maestri frequentati nelle lunghe notti di veglia.
La scuola si ostinava a parlarmi d’altro e assai poco, invece, di quelli che mi hanno veramente insegnato a capire l’arte, ad amare la filosofia, il sapere. Grandi amici notturni.
Oggi li ricordo con immenso affetto. A loro debbo quel poco che riesco a capire, quel poco che so.
Mi hanno fatto grande compagnia nei momenti di solitudine o quando il mondo intorno mi si annebbiava e scompariva il sentiero per camminare.
E le belle idee. Sono state la mia luce che ha oltrepassato i tramonti e non ha mai ceduto al buio del disincanto, della morte degli ideali, degli entusiasmi collettivi. Questo ho sempre creduto, che le idee, le belle idee, ci sopravvivono. Non seguono il ciclo fulmineo delle nostre vite effimere che nuotano nel mare finto turchese di un consumismo vacuo e insopportabile.
E tutto questo, credo, la somma di questi ricordi, questa me stessa che ero ieri notte mi ha permesso di abbracciare Morfeo e di ritrovarmi qui, ora, davanti al mare, migliore e piena di leggerezza.
Leggerezza, dico. Quella che fa volare gli uccelli e non quella delle piume, perennemente in balia del vento di chi vive solo per esistere.
Il suono del citofono mi fa alzare dalla sedia, rispondo, stanno salendo i miei familiari. Sorrido alla mia nuova vita. Le ali della notte hanno trasportato, accanto a me, tutto ciò che volevo con me. Mi domando, mentre apro la porta, se non sia proprio questa ostinazione a voler vivere le proprie passioni, che ci spinge a inseguire Morfeo anche di giorno, anche a occhi aperti.
Penso di sì.

Il commento di NICLA MORLETTI

Una donna fa un patto con Morfeo quando, con il suo abbraccio, le propone di portarla in una nuova vita. “Durerà una settimana, accetti di salire con me sulle ali della notte?” le dice e lei è felice, felicissima di lasciarsi andare a questa improvvisa e misteriosa avventura e incomincia a vivere la vita che ha sempre desiderato. Sorride per la gioia che la coglie e incomincia a scrivere, prende appunti, la fantasia  galoppa, i ricordi si amalgamano in un insieme di emozioni, palpiti, sensazioni, sogni. Nasce così una miscellanea di racconti, poesie, lettere, ma soprattutto un dialogo con se stessa con vicende vissute che si intrecciano, nel tessuto narrativo, a storie narrate da altri. Per sfondo il mare e le margherite nate come per incanto sul cornicione del palazzo di fronte. È primavera con i suoi profumi, la sua luce, la sua speranza. Finalmente l’autrice è nella sua vita di scrittrice, tra fogli e penne, così vera e felice. Liberata con la scrittura, nella scrittura. E le ali della notte portano un profumo nuovo, un sorso puro attinto alla sorgente della vita anche per il lettore che rimane incantato dalla descrizioni dei colori e dalla magica alchimia delle parole usate per descrivere luoghi e situazioni, tra chicchi d’uva e vendemmie di altri tempi. Giunge come per magia un pacchetto rosso, prende corpo un diario, mentre tra i caldi colori di un tramonto il sole dà l’ultimo saluto alla giornata. Questo viaggio nella poesia del cuore e della mente, questa mirabile avventura nel tempo è coinvolgente e stimolante. Sonia Giovannetti riesce a dare pennellate di colore a ciò che scrive, ne coglie la luce, i riflessi più belli, i momenti più emozionanti traducendoli in una rara trasparenza espressiva segnata da una particolare serenità contemplativa che fa sognare. Una lettura piacevolissima in cui domina l’armonia delle cose e la forza della creatività grazie anche ad uno stile narrativo fluido e morbido su cui sono impressi i segni del sapere.

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