Singapore è a un parallelo infinitamente lontano da quello in cui sono nata ed il calore di questa terra straniera è per me ovatta morbida in cui poltrire.
È una città stato, isola e nazione, posta a ridosso dell’equatore.
Il suo nome “Singapura” in sanscrito significa “la città del leone”. La leggenda malese narra di un principe di Sumatra che, vedendo un leone ripararsi da una tempesta sull’isola di Temasek e pensando fosse di buon auspicio, fondò in questo luogo una città.
Probabilmente la fantasia va abbandonata in favore di una realtà che vede Singapore essere una piccola città di mare stretta fra vicini potenti, quali Sumatra e Malesia.
I suoi veri natali questa città li deve a Sir Thomas Stamford Raffles, uno degli ufficiali più lungimiranti della Compagnia britannica delle Indie Orientali, che, sbarcato sull’isola, firmò nel 1819 un trattato con il governatore malese. Raffles proclamò Singapore porto franco e definì le linee guida per lo sviluppo urbano.
La popolazione, di quattro milioni e mezzo di abitanti, proviene dai paesi più disparati. Qui si fondono cinesi e malesi, indiani e occidentali. Ogni giorno me li vedo girare intorno, mentre cerco di dare un senso alla mia vita.
La noia, che mi sforzo di combattere in me, a volte mi appare intorno, ma basta un filo d’incenso, che sale da un santuario buddista nascosto in un vicolo tra i grattacieli, per far dimenticare tutto e far emergere l’anima sfuggente di questa città.
Gli alberi, che non finisco mai di guardare, fanno impallidire la nostra occidentale vegetazione, sempre così restia a radicarsi, soprattutto quando sono io a curarla.
Qui le piante sono vive e padrone del territorio: alte, altissime e con fusti imponenti; hanno fronde rigogliose che fanno pensare all’uomo come ad un loro ospite. Per questo mi sembra che qui, nella punta ultima della penisola malese, sia stata proprio la vegetazione a dare ospitalità all’essere umano, come in fondo nel paradiso terrestre.
Sono impressionata e stupita da questo spettacolo naturale, ma soprattutto dalla politica ambientale seguita dal governo, che si può definire tra le più illuminate.
Lo spazio è condiviso: il mondo dei grattacieli emerge da macchie prorompenti di verde; il traffico è canalizzato in strade larghe a tre corsie per carreggiata; i semafori sono temporizzati, nell’assoluto rispetto per i pedoni. Tutto mi affascina in questo mondo carico di calore meteorologico e di bellezze naturali.
Il mio sguardo, comunque, non finisce sul verde, poiché il connubio delle diverse etnie mi incanta tanto da farmi sopportare i mille odori delle loro cucine.
I cinesi vivono in strada e di strada, qui si incontrano, fanno i loro commerci e soprattutto mangiano in qualsiasi ora del giorno e della notte.
Si trovano in agglomerato in Chinatown, che è anche il cuore storico di Singapore: i primi cinesi, infatti, arrivarono qui a bordo di giunche nel 1821 e costruirono il Thian Hock Keng Temple, che rappresentò il maggior centro di culto per gli immigrati hokkien. Il loro primo impatto non dovette essere semplice, segnato, come fu, da terribili condizioni di lavoro e dalla diffusione di malattie causate dalla pessima realtà igienica in cui vivevano.
In Italia ho sempre visto i cinesi tristi e silenziosi: nel mio paese imparano ad essere musoni, mentre la loro natura mi appare, qui, comunicativa ed allegra.
Vivere con noi non è certo facile se la loro reazione è di imbarazzo; ma, probabilmente, è il nostro modo di essere accoglienti che li blocca, in un sistema ghettizzante per loro.
Ed io in questo momento mi chiedo se sono cambiata venendo qui oppure il mio è il becero atteggiamento di chi, comunque, deve essere accolto in un paese abitato prevalentemente da cinesi, data la loro consistente presenza pari al 78% della popolazione.
A volte, mentre ferma al semaforo me li vedo davanti, con i loro corpi bambini, specialmente quelli femminili, mi ritrovo a pensare a quanta diversità ci sia tra i nostri modi di essere.
Io sono una donna fatta, direbbe mia madre, eppure non ho la loro sicurezza nell’ostentazione del corpo: i miei timori, derivanti da remare morali e familiari, mi danno la possibilità di possedere un corpo mio, privato, mentre al contrario i loro corpi, così disponibili, mi sembra siano di tutti.
Condividono con gli altri ogni cosa e quindi soprattutto il loro corpo!

MILLE E UN’ANIMA di Maria Carla Forte – IBISKOS EDITRICE RISOLO, 2010 pag. 182

Il commento di NICLA MORLETTI

Maria Carla Forte, con mano leggera e fluidità di penna e pensiero, ci conduce per mano attraverso le meraviglie di un mondo che ben conosce e il cui fascino attrae notevolmente. Ed eccoci a Singapore, “La città del leone”, vicina all’equatore, dove le piante sono vive, altissime, con fronde rigogliose. Più in là i grattacieli tra macchie di verde. Un viaggio questo anche nei luoghi dell’anima con il rosso di intensi tramonti e i vapori dell’aria. Con un cielo azzurro senza confini. Una scrittura viva, intensa, densa di lirismo ed emozioni che tiene ben desta l’attenzione del lettore grazie alle vibrazioni positive che aleggiano tra le pagine.

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2 thoughts on “Mille e un’anima di Maria Carla Forte

  1. MAria Carla Forte ci offre una descrizione entusiasta di Singapore, citta’ ove chi getta una carta straccia per terra rischia l’ arresto.
    Cosi’ lontana da noi. NAhce nella civilta’ dell’ essere. E per questo modello da seguire.
    ” Mille e un’ anima ” richiama le meraviglie di Mille e una notte. Per il testo e il contenuto. Da gustare.

  2. La Forte ci porta ad asplorare luoghi sconosciuti con gli occhi pieni di sogno. Descrive una città che conosce molto bene e che ama, dove la natura non è stravolta ma osannata per la sua possenza.
    E’ un viaggio soprattuto nell’anima dell’autrice che è piacevolmente scossa dalla meraviglia del luogo e degli uomini che lo abitano. Indubbiamente è un’opera affasciante che avvolge e travolge il suo lettore.

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