L’Eco Rossa di Lucia Visconti Cicchino

Nonna, io?

Squilla il telefono.
Poche parole scambiate da Enrico Viviani: non si capisce granché, ma tutti hanno udito ‘ospedale’.
– Cosa è successo? – chiede la moglie, Daniela, con un pizzico d’ansia.
– Rita è in sala travaglio – risponde, cercando di trattenere l’emozione.
– La mia bambina, in sala travaglio!
Immediato il ricordo dei suoi parti: Rita non deve soffrire così.
Accanto a lei c’è Francesco: un sostegno psicologico importantissimo, ma non ne diminuisce le doglie.
Non pensa a “Desiderata”, che incarnerà una stupenda pasqua. Vuole solo correre dalla figlia.
– Prima pranziamo, poi andremo. – temporeggia Enrico. La barba bianca ne fa l’immagine di uomo saggio, certamente concreto.
Ma cosa dici? Vuoi arrivare quando già ha partorito? Per favore portami da lei.
– Mangiamo. Non si sa per quanto dovremo aspettare: è il primo figlio.
Daniela, capelli grigi, curati, occhi acuti, ma circondati da borse ben visibili, sbocconcella e inizia un monologo a mitraglia: “Riuscirà a respirare bene? La bambina avrà il laccio ombelicale che ostacola il parto? Noemi è così minuta: non dovranno ricorrere al cesareo? Quando nacque, il travaglio non fu ‘accio’, ma era il secondo parto. Durante il primo, non riuscivo a comprendere le varie fasi e andai letteralmente in ‘tilt'”.
– Per favore: o mi accompagni o prendo il taxi.
Il marito comprende: non è il caso di tenerla troppo sulla corda.
– Sono pronto.
Arrivano dopo circa tre quanti d’ora: (non doveva essere quella la strada più breve e meno transitata!?) Suonano in sala parto.
Un’ostetrica informa con voce professionale che non ci sono novità.
Passa un’ora.
Dalla porta escono dottori, barellieri, personale ausiliario, ma nemmeno l’ombra di notizie.
Enrico non commenta, ma da segni di impazienza.
La moglie è irrequieta.
Rita avrà la sua creatura e troverà compenso ai dolori, ma intanto si sente dilaniare.
– Questa piccina – pensa – quanto stenta ad uscire?
L’attesa è snervante.
Finalmente, l’ostetrica:
– Siamo prossimi al parto.
La madre si rasserena. Forse è riuscita a non perdere il controllo… Tra poco racconterà.
L’ultima mezz’ora, interminabile: cosa sarà successo?
– E’ nata Anna!!! – comunica raggiante l’assistente.
Un “urrà” esplosivo, risuona nella sala nuda.
Esce il neo-papà provato dai momenti di panico della giovanissima sposa, ma allo stesso tempo euforico per la ‘mignolina’, fino allora misteriosa e tanto immaginata.
Entrano, Enrico e Daniela, credendo di trovare la puerpera con le borse viola agli occhi, tutta dolorante. Invece è tranquilla con la piccina al seno: tenta con pazienza di farla attaccare.
– Tesoro, è stata dura, eh? – commenta Daniela.
– E’ stata dura; ma vedi, mamma, Anna quasi riesce a poppare.
Tra le sue braccia, un esserino roseo. Folti capelli biondo-castano guarniscono la testa, piccola sfera perfetta.
– Allora, nonna, – incalza Rita – ti piace la tua nipotina?
– Nonna, io?
Abbraccia la sua ‘donnabambina’, mentre s’impone alla memoria… l’altro giorno.

E prorompe il bisogno di scrivere, scrivere, scrivere.


Da dove vieni?

– Da dove vieni tutta elegante? – chiese sorridendo la Rosy, incontrandomi sulla soglia di casa.
– Da farmi diagnosticare un tumore alla mammella – risposi con cinismo.
– Ma come? Ti vedevo così bene dopo l’allattamento!
– Già. Ciao. A presto.
E salii le scale, lasciandola attonita: fisso negli occhi, lo sguardo smarrito della dottoressa in erba, spiazzata dall’agoaspirazione fallita all’apparente grossa cisti; il suo disagio, la richiesta immediata della mammografia. La gola inaridita.
Aveva ‘menato il can per l’aia’, consigliando di togliere la neoformazione per prudenza, mentre l’infermiera chiedeva l’indirizzo del medico curante.
Mi convinsi della ‘verità’, pietosamente nascosta ad una donna di trentacinque anni.
La parola ‘tumore’ interpretata da me come ‘cancro’, suscitò in famiglia la speranza di un fibroadenoma. Impossibile accogliere la peggiore delle ipotesi, anche se non restavano molti margini alla tesi contraria: il bisogno di difendere un proprio caro dalla malattia è innato.
Non molte parole… “Si vedrà, stai tranquilla. Lasciamoci consigliare dal dottore. La patologia della mammella è molto diffusa o differenziata…”
Andrea ‘ciondolava’ per uno dei suoi caratteristici febbroni in concomitanza dell’eruzione dentaria.
Stordita, le mani gelide, mi recai in farmacia. Niente attimo di sosta abituale per gustare nello stradino il profumo dei lillà e delle rose, mia passione. Solo uno sguardo alla scala sotto il melo: il legno rovinato per l’esposizione perenne a tempeste o caldo torrido.
Da lontano, il richiamo festoso di due amiche. Mi avvicinai, come un automa.
– Come stai? Cosa c’è? – chiesero, mutando il sorriso in espressione di perplessità.
– Devo operarmi al seno.
– Dai! Hai allattato quatto figli in cinque anni: non sei a rischio…
– Chissà. Ci vediamo.
Nei giorni seguenti, tra pappe e pannolini, mi chiedevo quanto attendere per conoscere la diagnosi.
Nell’Amiata dei primi anni sessanta, si cominciava a parlare del cancro, come sinonimo di malattia incurabile. Nei miei otto anni, mi domandavo con molta perplessità, perché i dottori, e i professori delle grandi città non sapevano guarire da “i malacciu”.
Il mio medico era bravo. Prescriveva sciroppi, supposte, in casi particolari, iniezioni, e in breve tempo si era tutti vispi come grilli. Cos’era, dunque, il tumore maligno che non si doveva nominare in presenza di una persona colpita, perché all’ammalato veniva nascosta la spietata verità?

***

Dal libro L’eco Rossa di Lucia Visconti Cicchino, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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