Il campione con la lettera C di Luca Giacometti

Sono sveglio. Sono le 07.00. E’ Domenica.
Dovrei dormire ancora un po’, almeno oggi; recuperare il sonno perso durante la settimana di lavoro, ma non riesco.
I miei due figli dormono serenamente nei loro letti; ancora per poco. Alle 08.00 il loro orologio biologico suona la sveglia. Sono quasi convinto che ne abbiano ingoiata una da piccoli o ricevuta in dono da qualche gene mattiniero, impostata alle 08.00, senza possibilità di modificarla.
Oggi però non è un problema, ho un’ora tutta per me; anche mia moglie, accanto a me, sta dormendo. Il suo respiro è lungo. Con la fioca luce che sbuca dalle fessure delle serrande riesco a vedere un lieve movimento delle pupille sotto le sue palpebre: sta sognando, fase REM.
Mi alzo, ho deciso. Mi muovo lentamente, scivolo fuori dal letto e tasto il pavimento con i piedi ancora caldi della notte, in cerca delle ciabatte; le trovo, raccolgo i vestiti dall’uomo morto e mi dirigo verso il bagno: mi cambierò lì. Cerco di accorciare ogni suono che produco, anche il mio respiro è corto; sono quasi in apnea.
Mi lavo, ma poco; mi vesto, molto, fuori è inverno e alla mattina la casa è fredda e non voglio accendere la caldaia; fa troppo rumore.
Appena finito, chiudo la porta del bagno e quella della camera, poi a seguire quella della sala e, visto che ci sono, socchiudo anche quella della cucina. Tutto ciò lo faccio per mia moglie; i miei figli si svegliano solo se suona il campanello biologico e il loro corpo è programmato per sentire solo quello ed i suoni dell’abbandono.
Ancora cinquanta minuti; mi preparo la colazione e penso a cosa fare nei successivi quaranta: leggo il libro che ho iniziato due sere fa e che mi sta coinvolgendo? No, è un libro serale, da leggere a letto la sera prima di addormentarsi. Devo trovare qualcosa da mattina, intanto faccio colazione. Con che cosa? Ci sono sempre i soliti biscotti: gocciole di cioccolato, pan di stelle, biscottini al burro e quelli al miele, ci sono anche le fette biscottate integrali e classiche, e i cereali. Mi indirizzerei quasi quasi verso un panino con la marmellata, ma il pane è troppo duro. Elaboro mentalmente tutte le possibili combinazioni: latte e fette biscottate, latte e biscotti, latte e cereali, anche un po’ di caffè nel latte non mi dispiacerebbe.  Accidenti!!! La macchinetta per l’espresso fa troppo rumore; quindi solo latte, ma con che cosa? Apro tutte le credenze, riesamino tutti i tipi di biscotti.
Incredibile!!! Oggi mi va una brioche con la marmellata; non di quelle confezionate; una bella brioche farcita del bar. Ho trovato cosa fare nei prossimi quarantacinque minuti: faccio una bella passeggiata fino al Bar Bertelli, compro delle brioche e rientro a casa prima che si alzino i due cinghialetti affamati. Ne compro una anche per loro e una anche per mia moglie, che è a dieta e, dopo varie congetture, mi dirà che non può sgarrare proprio ora, a 15 chili dall’obiettivo finale. Me la mangerò io.
Prendo il cappotto, la sciarpa e il cappello; morbidamente prendo il mazzo di chiavi dal piattino di vetro. Ad ogni minimo fruscio il cuore aumenta di tono, mi sembra di sentire il richiamo dei facoceri dormienti:  “Papi dove sei? Mi sono svegliata” e di seguito il fratello: “Papi, anch’io sono sveglio, possiamo venire sul lettone?”.
Mi irrigidisco, vado in punta di piedi verso la porta d’ingresso mi fermo davanti ad essa ed ascolto, faccio passare un minuto buono, in una posizione di inconscia attesa; sento tutti i possibili rumori anche i più lontani: sembro un cane con le orecchie dritte intento a decifrare ogni rumore. Nessun richiamo; apro lentamente la porta, c’è anche la controporta: è l’ultimo ostacolo; devo schiavarla e i bambini avvertono la chiave che gira dentro il buco della serratura: è uno dei suoni dell’abbandono insieme a quello della porta che sbatte chiudendosi.
Giro piano la chiave e apro anche la controporta; velocemente, ma con delicatezza, richiudo la porta e la controporta.
“Ciao ragazzi, papa è fuori, tornerà tra poco, ma adesso è fuori, vi vorrà bene tutto il giorno, ve lo prometto! E giocherò con voi; e mi divertirò pure, ma adesso ho tre splendidi quarti d’ora da passare da solo e me li devo godere”.
Faccio un lungo respiro, scendo le scale esterne ed il corpo torna alla vecchia normalità. Dopo sei giorni, il corpo e la mente tornano quelli di un bambino; tra poco più di quarantacinque minuti poi torneranno ad essere di padre e di marito, ma ora sono un bambino. Cammino sul marciapiede e guardo il mare; mi congratulo con me stesso ogni volta che vedo il mare; è stato proprio un mio cruccio inderogabile la scelta della casa con vista mare, in una posizione dove puoi osservarne il tumulto invernale ed il piatto liscio estivo.
Avrei aspettato anche qualche anno prima di sposarmi purché la nostra dimora fosse una casa con vista mare. Non che vi abitassi prima quando stavo con i miei genitori, anzi, la vista dal balcone di mamma e papa dava su un palazzone di sei piani, forse il più alto di tutta Falconara. Una specie di torre color marrone che nascondeva la piazza centrale della città; la piazza della mia infanzia; molto diversa da quella attuale.
La mia piazza era piena di aiuole, divisa in due da una strada chiusa, e nelle aiuole c’erano tantissimi fiori e tutto intorno c’erano tantissimi alberi. Ora le aiuole non ci sono più; le hanno tolte tutte, sembra costasse troppo la manutenzione.  Anche gli alberi non ci sono più, portavano le malattie, erano infestati dai parassiti, e anche i fiori erano pericolosi alla salute: attiravano troppi insetti, alcuni pericolosi, come le api e i calabroni.
Molti bambini erano stati punti; anch’io lo ero stato e per ben due volte: la prima durante la “caccia alle api” in cui mi dilettavo insieme ad altri compagni di gioco; aspettavamo che si posassero sui fiori e poi con le dita protette dalla carta, solitamente quella mezza unta della pizza, le catturavamo e le tenevamo strette ben in vista, osservando il loro corpo che cercava di liberarsi dalla presa e, quale ultimo tentativo, scaricava
il pungiglione, che solitamente si infilzava nella carta unta.

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Dal libro Il campione con la lettera C di Luca Giacometti

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