Il romanzo che non c’è di Elisa Barone

CAPITOLO I –

Il dito indice pigiava il tasto numero cinque come mille e più volte fino a trentanni prima.
L’ascensore era lento e rumoroso come allora e, attraverso le grate del cancello e la fessura delle porticine, s’intravedeva il nome sulle porte centrali di ogni pianerottolo.
La donna non conosceva quei nomi e ne ricordava altri, spariti anche quelli insieme a ogni altra cosa divorata dal tempo.
Al quinto piano il solito sobbalzo e, poi, uscita dall’ascensore, fu investita dalla luce assolata che proveniva dalla grande finestra sulle scale.
Avrebbe voluto suonare il campanello, avrebbe voluto che la porta si aprisse, avrebbe voluto essere attesa e abbracciata e, intanto, girava la chiave nella toppa, uno, due, tre, quattro volte: varcò l’ingresso, accese la luce e sentì le braccia della solitudine avvolgerla in maniera stretta e malinconica, sentì uno struggimento che le fece capire che il dolore va sempre sepolto lontano da se stessi e che gli occhi devono essere chiusi e stretti per non vedere ciò che fa male.
Alla sua sinistra c’era la grande consolle ottocentesca; lo specchio dorato le rimandò il suo viso così diverso da allora.
Gli anni avevano trasformato la sua bellezza.
Non c’erano più i capelli lisci e neri, non c’era il volto tornito ma sfilato, non c’era più lo sguardo sognante, ma gli occhi e il sorriso di una matura signora bionda e ben tenuta ricordavano vagamente la ragazza che aveva vissuto in quella casa.
La donna mosse i passi verso la porta chiusa del salotto: la porta era sempre stata chiusa; dalle persiane abbassate filtrava un po’ di luce.
Si avvicinò al balcone, aprì la tapparella lasciandola a metà e ricordando le parole di sua madre: “Non fare entrare il sole!”. Già, “non fare entrare il sole!”. Non le aveva mai chiesto perché; forse aveva sempre sentito dire che il sole rovina le tappezzerie o aveva sempre capito che il sole non è amato da chi non sa cosa voglia dire averlo dentro, apprezzandone la luce e il calore. I grandi divani di velluto rosso erano intatti, l’argenteria nella solita posizione e le dame di porcellana di Capodimonte riuscivano ancora a sorridere collocate sul nero pianoforte muto come il resto della casa.
Mentre si avviava nel buio del corridoio verso le altre stanze, avvertì un senso di inquietudine e accese la luce nel soggiorno, quasi impaurita.
Le poltrone vuote di fronte al televisore, le procurarono una desolata emozione; decise di rifiutare la proposta di suo fratello di rimanere per quei giorni a dormire nella casa dei genitori.
Sarebbe andata nell’albergo in fondo al lungomare, lì dove si spingeva con la bicicletta quando era bambina.
Riprese il borsone adagiato nell’anticamera sul pavimento, cercò nella borsa il biglietto che le aveva lasciato il tassista, compose il numero e richiuse la porta, lasciando la casa alle sue spalle, per sempre.
L’albergo era più piccolo di come lo ricordava, la spiaggetta del lungomare era sempre la stessa e anche il colore del mare in quella zona aveva le solite sfumature azzurro chiaro. Lasciò il bagaglio e si incamminò sul lungomare; poco dopo, nella zona più centrale, la gente si trasformò in folla.
Attraverso la folla, lei vide in lontananza avanzare verso sé, una signora bruna, pallida, che aveva per mano una bambina di 6 -7 anni.
La signora era bella, aveva le labbra dipinte di rosso, indossava un lungo cappotto grigio, un cappello nero le copriva il capo, sulle spalle aveva come stola due pelli di volpe argentata con occhi di vetro azzurro.
La bambina indossava un cappottino rosso, sbottonato, che faceva intravedere una gonnellina scozzese con su un golfino bianco. La bimba aveva, appoggiato al braccio destro, sostenendolo con la mano, un bambolotto con un vestitino bianco… bianco? Bianco? No, non era bianco, era azzurro il vestitino del bambolotto.
Le due la oltrepassarono senza guardarla: lei le seguì con lo sguardo mentre bussavano al portone n. 34.
Di lì a poco, una ragazza con un vestitino nero e un grembiulino bianco, apriva il portone.

Capitolo II –

Entrate in casa, la giovane cameriera raccolse i soprabiti e, dopo averli spazzolati, li ripose con cura nel grande armadio nel locale guardaroba, deponendo in una cassapanca le due pelli di volpe argentata, sovrapponendole ad altre due pelli di volpe bionda.
Madre e figlia salirono verso le camere: la madre come al solito richiuse la porta lasciando fuori la bambina che, prima di andare nella sua cameretta, rimase a guardare quell’uscio che avrebbe per sempre ricordato, come “la porta chiusa”.
Stette ferma per un po’ sapendo che avrebbe sentito il sommesso pianto di sua madre.
Ridiscese verso la cucina, Eleonora stava per uscire come ogni giorno per tornare più tardi per servire la cena.
La bambina, rimasta sola, sollevò uno sgabello, lo avvicinò ai fornelli accendendo la piastra elettrica su cui pose un pentolino con l’acqua con cui avrebbe preparato una camomilla per la madre.
Anche la parola “camomilla” per Clara avrebbe avuto per sempre un significato speciale.
Bussò alla porta, la madre aprì e le fece una carezza pietosa.
Clara si chiese come sarebbe stato abbracciare sua madre e, dentro di sé, volle e pregò che venisse un giorno in cui sua madre l’avrebbe abbracciata veramente; sul grande comò, da una cornice d’argento, sorrideva, come sempre, il piccolo Mario, biondo e bellissimo, l’unico figlio che sua madre amava, ancora con disperata passione, che ne assorbiva completamente la mente e la vita, facendole relegare i due figli rimasti in una cappa di indifferenza squarciata solo da sprazzi di rimorso e di pietà.
Clara non ricordava di aver conosciuto Mario, perché, quando lui se ne era andato, a soli sette anni, lei di anni ne aveva solo due.
Però Enrico, il suo fratello più grande, gliene parlava spesso, le mostrava i suoi giochi e, una volta, le raccontò di quando, mentre erano in bicicletta insieme ad altri bambini, un’auto grande, di colore grigio, aveva fatto in un attimo sparire Mario e tante altre cose. Soprattutto la mamma.
Clara si tolse gli abiti con cui era uscita e indossò un abitino che le aveva cucito Ermelinda, la madre di Eleonora.
Ermelinda custodiva una villa della nonna, fuori città, dove Clara con la sua famiglia andava d’estate insieme ai cugini.
A Clara piaceva andare in quella villa grande e misteriosa; nei grandi corridoi vi erano delle armature che di sera sembravano muoversi e nel grande parco vi erano tanti animaletti.
Clara si incantava a guardare i pesci nella vasca e gli uccelli variopinti nella voliera e giocava con i gatti di Ermelinda e col cane da caccia del marito Vittorio.
Ma a Clara soprattutto piaceva guardare la famiglia dei cugini e la loro mamma, zia Jolanda che con grandi braccia se li teneva stretti a due o a tre, ora l’uno ora l’altro, accontentando tutti e cinque figli.
La Madonna con un sorriso mesto era, come al solito, incorniciata sul comodino.
Clara la guardava spesso e le sembrava che la Madonna la guardasse.
Si chiese se la Madonna si fosse accorta che lei stava piangendo e fece un gioco che faceva spesso quando piangeva.
Prese il contagocce della bottiglietta del medicinale per la tosse e fece scorrere il liquido sulle guance della Madonna protette dal vetro.
Era bello vedere il volto di Maria rigato di lacrime come il suo e come quello di sua madre.
Si accorse che Eleonora era tornata, col fazzoletto ripulì il vetro e dimenticò di asciugare il suo viso; del resto nessuno se ne sarebbe accorto.
Mentre aiutava Eleonora ad apparecchiare, lo squillo del campanello la rese contenta: rincasavano il papa con Enrico.
Le uscite del sabato pomeriggio avvenivano sempre così: Clara andava con la madre nel grande atelier della nonna e poi percorrevano tutto il lungomare per tornare a casa. Enrico usciva col papà che lo portava al bar dove con gli amici parlavano di calcio e di altri sport.
La sera si ritrovavano per la cena come del resto tutte le altre sere.
La mamma, sollecitata varie volte anche da Enrico, scese per la cena.
Per Wanda ogni boccone era come un medicinale amaro. Odiava il cibo, odiava sedere a tavola, odiava parlare e sentire parlare.
L’unico legame con la realtà era la cura per casa e gli oggetti in essa contenuti.
Esigeva da Eleonora un ordine assoluto e grande attenzione per la tappezzeria e la mobilia.
Ogni oggetto doveva rigorosamente rimanere al suo posto, la tovaglia doveva essere sempre e solo bianca, ed era obbligatorio usare posate in argento e piatti in porcellana e maneggiare gli stessi con attenzione meticolosa.
In attesa che Eleonora servisse il primo, Clara si alzò dalla sua sedia e si avvicinò al papa per abbracciarlo.
Enzo la strinse, guardandola come al solito estasiato.
Clara lo ascoltava poco quando il papa ne decantava la bellezza ed era sicura che ogni papa credeva che la propria figlia fosse bella.
Mentre Clara faceva scivolare la mano sulla giacca di velluto rosso del padre, facendo dei piccoli solchi con le dita, il suono del telefono dalla biblioteca fece sobbalzare Enzo che andò a rispondere.
Ricomparve dopo pochi minuti e si precipitò in cucina per avvicinarsi a Eleonora.
Dalla sala non si percepivano le parole, ma si udivano i singhiozzi della ragazza.
Wanda si alzò e si avvicinò alla cucina, mentre Eleonora ne usciva in lacrime e si avviava verso la sua stanza per prepararsi.
Enzo spiegò che Vittorio aveva avuto un incidente nei campi e che in ospedale i medici avrebbero tentato di salvarlo con un intervento.
Telefonò ad Alfonso, l’autista, chiedendogli di accompagnare Eleonora al Policlinico di Napoli.
Clara riflette sull’accaduto pensando che voler bene fa anche soffrire tanto e vide Eleonora scomparire nel suo cappottino a quadri mentre col capo chino passava il fazzoletto sopra il viso prima di uscire.
Enzo disse ai bambini di allontanarsi perché doveva parlare con Wanda.
Enrico mise un braccio sulla spalla della sorella, l’accompagnò in camera, le chiese i quaderni per guardare i compi- ti che la bambina aveva fatto nel primo pomeriggio.
Mentre sul volto di Clara scendeva una lacrima, Enrico le diede un tenero buffetto e le accarezzò le mani.
Clara non disse perché stesse piangendo, ma Enrico sapeva che lei aveva capito che, come sempre, quando Eleonora era lontana da casa, i genitori decidevano, dopo un breve dialogo, di portare Clara a casa della zia Agnese affinché questa accudisse la bambina.
«Ricordi come ha pianto Clara l’ultima volta che è andata da zia Agnese?» disse Enzo.
«E passato più di un anno, Clara sta crescendo e si rende conto di tante cose» tagliò corto Wanda.
Enzo, però, quando tornava aveva bisogno dei suoi figli e trovare la sua bambina che cullava il bambolotto con amorevole cura gli procurava una gioia tenera, a cui non avrebbe voluto rinunciare neanche per una sera.
«Proprio perché Clara è cresciuta potresti provare a farla stare a casa anche senza Eleonora» replicò Enzo.
Ma Wanda fu irremovibile e dura.
Gelidamente disse: «Lo sai che non sono in grado di badare a Clara; io non volevo rimanere anche per questo; fosti tu a supplicarmi di vivere e mi promettesti che non avresti chiesto o preteso che io facessi più di quanto mi sentissi».
«Certo» disse Enzo.
Enzo ricordava, eccome se ricordava, che la sopravvivenza di Wanda era l’esito di un compromesso.
Ricordava le parole di Wanda «se mi ami perché vuoi costringermi? lo non posso dare più niente a nessuno, non posso fare più niente per gli altri».
Enzo le aveva promesso «ti chiedo solo di esserci, non ti chiederò mai niente. Non dovrai fare altro».

***

Leggiamo e commentiamo insieme due capitoli del libro Il romanzo che non c’è di Elisa Barone, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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