Per entrare nella Repubblica Democratica Tedesca i visitatori devono percorrere un itinerario tortuoso, fitto di controlli, negli uffici della polizia di frontiera e della STASI, la polizia segreta della DDR, onnipresente.
Gli stranieri con passaporto estero devono seguire la freccia Ausländer, mentre i cittadini della Repubblica Federale Tedesca seguono la freccia Reisende aus der BRD. Ai Westberliner, cittadini residenti a Berlino Ovest, è vietato attraversare il muro.
Entro in un’ampia sala oblunga. Sulla destra un agente della polizia di frontiera saluta e chiede il passaporto. Poi si volta e lo infila in una fessura sulla parete alle sue spalle. Il passaporto scompare in una cassetta per lettere. Allo stupore stampato sul mio volto, il poliziotto mi consegna un pezzo di carta con un numero e mi fa cenno di aspettare, senza proferir parola. Intuisco che si tratta del numero della mia pratica. È  così. Infatti una voce dall’altoparlante chiama ogni tanto un numero e qualcuno si alza e si reca in fondo al salone oblungo.
Poi il solito agente, con voce metallica, mi indica uno sportello a lato della sala. Un poliziotto cambiavalute mi fa acquistare cinque Ostmark, la somma giornaliera minima che il visitatore deve acquistare prima di entrare a Berlino Est. La transazione deve avvenire in marchi occidentali.
Il rapporto nominale del marco orientale rispetto al marco occidentale, stabilito dalle autorità finanziarie della DDR, è di parità. Mentre il rapporto di mercato delle due valute a ovest è di un marco occidentale per tre marchi orientali.
L’operazione di cambio deve avvenire nel territorio di Berlino Est.
È severamente vietato entrare nella DDR con marchi orientali acquistati all’ovest. Tutte le altre valute devono essere dichiarate. Al visitatore viene rilasciata una ricevuta, che deve esibire al momento di passare la frontiera per ritornare all’ovest. Queste sono le norme valutarie impartite dal cambiavalute.
Ritiro la ricevuta, passatami attraverso la fessura dello sportello, e prendo posto su una delle panchine di legno senza schienale, allineate lungo le pareti della sala.
Ci sono alcune persone, tutte donne, che attendono pazientemente che la voce metallica dell’altoparlante scandisca il numero della loro pratica. L’espressione mesta dei loro volti è resa ancora più triste dalla scarsa illuminazione di due lampade appese al soffitto. L’atmosfera è pesante. Lo si capisce dall’espressione, stampata negli occhi dei presenti. I loro volti tradiscono disagio, preoccupazione, malessere d’animo, come quando si attende un evento dai risultati incerti. Nessuno parla. Nessuno sorride. Si aspetta e si spera. Com’è difficile aspettare, senza sapere per quanto tempo ancora.
I minuti diventano ore. Guardo l’orologio al polso e mi rendo conto che sono già trascorse tre ore. Non è opportuno sollecitare o mostrare impazienza. Non è una mossa gradita alla polizia di frontiera.
Finalmente l’altoparlante chiama il numero della mia pratica. Prima di entrare nella sala attigua, un agente in borghese mi fa qualche domanda di rito. Intende accertarsi che io sia al corrente di tutte le norme che uno straniero deve conoscere prima di entrare a Berlino Est. Mi elenca tutti gli articoli del regolamento:
– Il visitatore non è autorizzato a varcare i confini di Berlino Est, per entrare nella DDR.
– Il permesso di permanenza in città scade puntualmente alla mezzanotte. I cancelli di entrata nei locali di transito per tornare a Berlino Ovest vengono sbarrati alle ore ventiquattro in punto.
– I visitatori ritardatari vengono fermati dalla Volkspolizei e rilasciati il giorno dopo.
– E vietato portare con sé somme di denaro in marchi orientali.
– I cinque marchi acquistati presso il cambiavalute negli uffici doganali devono essere spesi. Gli eventuali spiccioli rimasti dopo la visita a Berlino Est devono essere restituiti alla frontiera prima di attraversare il confine.
Terminato il primo colloquio ne segue un altro più impegnativo. Le persone che attraversano il confine per la prima volta sono soggette a controlli severi e meticolosi. E necessario dissipare qualunque dubbio e prevenire qualunque azione ostile allo stato della Repubblica Democratica Tedesca.
Il mio deve essere un caso particolare. Tre ore per il controllo del passaporto, eseguito con maniaca precisione negli uffici della STASI, non sono state sufficienti per definire i contorni della mia figura.
La dichiarazione fatta da “uno studente occidentale di nazionalità italiana, a Berlino Ovest, per una ricerca presso la Freie Universität Dahlem” è diventata un puzzle di difficile soluzione per la STASI.
Sono invitato a entrare in un altro locale, ripartito in vari box arredati all’insegna della “privacy personale”, come per la visita medica. Ci sono box per uomini e box per donne.
Davanti a me passa una giovane signora dell’ovest. Lo si capisce dalla foggia del vestire. Entra in un box accompagnata da un agente donna in camice bianco. La porta si chiude a scatto.
Tutto fa pensare a una perquisizione corporale particolare.
Capisco la funzione di box diversi.
Un giovane agente in camice bianco, serio in faccia come si conviene a un poliziotto di regime, mi invita a seguirlo. Entriamo in un box riservato agli uomini. La porta si richiude a scatto, alle nostre spalle. Dapprima una perquisizione sommaria. Poi il solerte agente mi invita a togliere pullover e camicia. Mi chiede di vuotare le tasche dei calzoni e mettere tutti gli oggetti sul tavolo. Il portafoglio, un fazzoletto e un pettine nel suo astuccio, immancabile nelle tasche di un giovanotto negli anni Sessanta.
Poi il Vopo prende in mano il pettine, lo estrae lentamente dalla custodia, guarda dentro la custodia e lo rimette dentro.
Ripete l’operazione un paio di volte. Constatato che è vuoto, ripone il tutto sul tavolo.
Ora tocca alle scarpe. Devo togliere scarpe e calze. Controlla le scarpe dentro e fuori. Non usa guanti igienici. Non erano in uso alle frontiere, a quel tempo. Poi prende in mano le calze.
Sono assai divertito e tranquillo. «Stinkt’s?» (“Puzzano?”) chiedo. Nessuna risposta. Mi è bastato lo sguardo di fuoco del poliziotto in camice bianco per incenerire la mia voglia di battute. Mi convinco che è meglio evitare inutili provocazioni. Aver suscitato tanto interesse negli uffici della dogana mi ha fatto sentire come coinvolto in un gioco di spie tra est e ovest.
Mi viene restituito il passaporto e finalmente posso proseguire alla scoperta della città di Berlino oltre il muro.
Mille interrogativi riempiono la mente. Che cosa hanno da temere gli agenti addetti alla sicurezza di uno stato dalla visita di un turista ben intenzionato?
La perquisizione corporale alle frontiere è un’operazione di controllo, per neutralizzare sul nascere ogni tentativo di contrabbando? Che cosa? Materiale pubblicitario? Stampa occidentale? Congegni tecnici in grado di modificare apparecchi radio o televisivi?
Scendo le scale della stazione diretto alla Friedrich-Straße.
Calpesto il territorio del settore sovietico di Berlino. Incontro un’edicola. Sono esposti i quotidiani della stampa internazionale. Tra tutti spicca un quotidiano italiano, “L’Unità”. A qualche metro di distanza mi imbatto in un gruppo di ragazze e ragazzi. Parlano italiano. Sono studenti. Fraternizziamo.
«Ogni tanto veniamo qui all’est. Qui tutto costa meno. Ristoranti, bar. Birra buona a buon prezzo. Il tram non costa niente» dice un ragazzo, esperto di cultura spicciola del turista a Berlino Est. «E poi» aggiunge un altro «di qua del muro, con un pacchetto di sigarette americane puoi passare quattro o cinque ore con una ragazza. Costa poco. Impensabile all’ovest».
«L’unico problema» aggiunge un terzo «è interrompere in tempo, per arrivare alla stazione cinque minuti prima della chiusura degli uffici doganali … non è bello ritrovarsi in una caserma di Vopos e passarvi il resto della notte. Meglio evitare. La STASI ha memoria lunga. A un nostro amico è già successo, Non è gradevole» conclude.

***
Dal libro Berlino 60. Storie di qua e di là del muro di Carlo Bisin – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 – p. 121

Il commento di NICLA MORLETTI

Ottimo libro, altrettanto ottima la narrazione di “Berlino 60”. L’autore, in una sorta di diario, riporta alla luce una realtà per molti di noi sconosciuta e forse troppe volte dimenticata. Nel 1989 cade il muro di Berlino. Il mondo ne parla. La gente esulta. Quel muro costruito in una sola notte il 13 agosto 1961 che per lungo tempo ha separato in due la città, ma anche persone e affetti, con grande sacrificio, sofferenza e dolore, cancellando per lungo tempo ogni speranza. Il tutto per mantenere equilibri politici. Ma il cuore e l’umanità dove li mettiamo? Come hanno vissuto veramente le persone fino a quel giorno? Quali le loro reazioni con le famiglie divise, amici, parenti e fidanzati? Carlo Bisin di tutto questo ci parla e tutto questo ci illustra con cognizione di causa e chiarezza. Con lucidità e grande umanità. Una scrittura che catturerà il cuore di tutti.

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7 thoughts on “Berlino 60. Storie di qua e di là del muro di Carlo Bisin

  1. Carlo Bisin racconta i suoi viaggi nell’ est di Berlino quando imperava il comunismo.
    Dentro la cappa ideologica, spende due parole per la cronaca spicciola. E innesta in quella fatti di quotidiana furbizia.
    COme quella degli studenti che traversano la frontiera perche’ di la’ si psende poco.
    Ecco la motivazione. Banale. Ma anche concretissima. E che la Stasi fatica a catturare.

    Gaetano

  2. Mi appresto a leggere il libro. Per svariati motivi so già che sarà una lettura emozionante. Grazie all’autore per averci dato un’opera di grande interesse storico.

  3. Un periodo buio della storia europea, pieno di particolari che faranno vivere in questo contesto… una lettura davvero interessante e storica, spero di avere l’opportunita’ di poterlo leggere per intero!

  4. semplicemente bellissimo… ricco di particolari, che già in queste poche righe mi travolgono di emozioni…

    spero di poterlo leggere tutto 🙂

    Sara

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