Accompagno con lo sguardo il paesaggio e per quanto semplice, ai miei occhi appare bellissimo.
Chiazze di sole filtrano tra i rami degli alberi,il cielo mi regala i suoi frammenti.
Ogni suono sembra fondersi con il canto intenso delle cicale.
La campagna mi porta le sue fragranze e i suoi colori.
Il vecchio pozzo davanti casa è coperto per metà d’erbacce, un gatto sonnecchia alla sua ombra, ai miei passi solleva un po’ la testa e mi guarda,poi ritorna a sonnecchiare.
Da quando tempo non venivo qua!
Per chi, come me, affonda le sue radici in un tempo dal passato felice ne ha una continua nostalgia come un bisogno mai completamente appagato,se non quando ci sei vicino,ci sei dentro e lo respiri.
Fa caldo e devo decidermi ad entrare, aprire quella porta che divide passato e presente, realtà  e ricordi e immergermi dentro.
Cosa mi aspetto di trovare? O cosa non mi aspetto di trovare?
La chiave nella toppa fa rumore quando la giro, la casa è al buio, nessuna luce  filtra se non quella della porta lasciata aperta alle mie spalle, a tentoni mi avvicino alla prima finestra che trovo  e lascio entrare la sua luce.
La tua immagine appesa alla parete mi sorride, sopra un vecchio mobile c’è un piccolo vaso con dei fiori, messi lì da Nicola, così come pure la tua foto.
Non so per quanto tempo sono rimasta a fissarti, un po’ come quando entri in una chiesa per la prima volta e ti soffermi davanti un’immagine sacra e ne resti rapita,senza nulla chiedere,senza nulla pensare,e il tuo essere viene attraversato da lunghi brividi sulla pelle come invisibili carezze.
Con le mani sfioravo il profilo dei mobili pieni di polvere,sopra una sedia i tuoi  abiti da lavoro piegati,i tuoi pantaloni,la tua camicia, in un angolo vicino alla sedia gli stivali di gomma che usavi per andare nei campi.
Tutto immobile, tutto immutato, come sei il tempo non fosse passato e tu dovessi ritornare da un momento all’altro.
Il grande tavolo al centro della stanza,i pentoloni neri appesi alla pareti,sulle travi i segni delle canne dei tanti salami appesi.
-“Non uscire fuori Anna”, mi diceva la nonna, “che fa freddo e se scappa il maiale che stanno ammazzando viene a mangiare te.”
Io, insieme agli altri bambini, con un pizzico di terrore rimanevo a metà tra l’uscio della porta e fuori, a guardarti mentre tu con i tuoi fratelli lo ammazzavi.
A quei tempi ammazzare il maiale era una gran festa, la festa dell’abbondanza, la festa del ritrovarsi tutti insieme,nel puzzo delle stalle,al chiuso delle proprie case,accanto ad un camino mai spento.
La mamma con le zie metteva subito a fare il sugo con la carne in un grande pentolone e l’aria in pochi minuti era piena di quell’odore che sapeva di buono ,di gioia,di solidarietà,perché accorrevano tutti a dare una mano, per sedersi poi tutti insieme a mangiare.
Ammazzare il maiale significava certezza, la certezza delle provviste, la certezza della carne che si conservava sotto sale per tutto l’anno,del grasso che finalmente non sarebbe mai mancato,delle salsicce che avrebbero riempito tante giornate di fredda solitudine.
Ammazzare il maiale era un rito, rappresentava uno dei momenti più importanti della nostra famiglia.
A miei occhi da bambina le immagini del maiale ucciso erano cruente , ma allo stesso tempo assumevano un significato misto ad orgoglio e a trionfo.
Mio padre un eroe, mio padre che prevale sull’animale e vince.
Non ero mai riuscita a capire perché, ogni volta che ammazzavi un maiale, chiedevi un’arancia da mettere al maiale una volta ucciso.
Col tempo ho appreso che l’arancia era il simbolo dell’uomo capace di ingoiare il mondo.
All’epoca non lo sapevo eppure per me eri già un eroe.
Mi sono chiesta più volte chi sono gli eroi, poi ho capito che gli eroi sono quelli come te che ogni mattino trovavano la forza di alzarsi e andare a lavorare senza aspettarsi nulla dalla vita,perché il sudore e la fatica gli avevano spento anche i sogni.  Eroi sono quelli come te che a questa vita chiedevano soltanto un po’ di salute,quel poco che basta per continuare a lavorare.
Ci fu una sera che capii  che eri un eroe dal cuore buono.
-Era la vigilia di Natale, tornasti a casa dal lavoro che era quasi ora di cena.
Proprio quella sera ti avevano pagato il salario, ti sentivo discutere con la mamma, parlavi della poca correttezza dei tuoi datori di lavoro :”Come si fa a pagare gli operai la sera della vigilia , per fortuna noi avevamo qualcosa da parte ed hai potuto fare la spesa per questa sera, ma pensa a chi invece non ha una lira e non ha potuto comprare niente,cosa mangeranno?”.
Poi ti ho visto uscire per vederti tornare poco dopo, sul tuo viso era dipinta l’amarezza,eri tristissimo.
Eri andato a casa di un tuo amico e collega che abitava a pochi passi da noi, eri andato a portargli il salario che avevano dato a te per lui,li avevi già trovati a tavola che mangiavano,scuotevi la testa e dicevi :”Stavano mangiando solo delle patate al sugo e nient’altro. Ha lavorato un mese intero senza fermarsi un attimo, non si è preso neanche un caffè per avere qualche soldo in più per Natale e questi lo pagano la sera della vigilia e non ha potuto comprare neanche un chilo di pasta ai suoi figli.”
Hai chiesto alla mamma di mettere in un piatto un po’ delle cose che aveva cucinato per noi, avevi preso anche delle arance e dei mandarini e sei andato a portargliele.
Non fu una bella vigilia neanche per te quella, c’era troppa amarezza, troppa delusione e anche tanta ma tanta rabbia verso chi non aveva rispetto per le persone che lavoravano duramente.
Era il Natale del millenovecentosettantaquattro.

© 2009, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

One thought on “Era mio padre

  1. Cara Annaluna,

    Ho letto nuovamente questo tuo dolce ricordo, allora ho immaginato di essere vicina a te tenerti per mano, e piano, piano aprire la porta di quella casa per varcare quel confine che ti riporta dolcemente nel passato.
    Hai ragione quando dici che guardare la foto di un caro perduto dà una sensazione come guardare un’immagine sacra, forse perchè in quel momento si fonde la tua anima con quella eterea che ha varcato la soglia dell’altra vita…
    Quando ricordo mio padre sento il treno e lo vedo al finestrino con la sua divisa di controllore…sorrideva sempre, anche quando riscuoteva il salario che veniva diviso fra i negozi dove andavamo a fare la spesa durante il mese.
    Ricordo benissimo anche io i tempi di quando mangiavamo il pane con la mela, il pane con l’olio, e che la carne era un sogno.
    I nostri figli sono stati più fortunati…
    Ma, riflettendo, in ogni epoca della vita ci sono i lati positivi e negativi.

    Per esempio: un lato positivo è anche questo di scrivere su Manuale di Mari, di conoscersi, di scambiare opinioni, e di leggere cose bellissime come quella che hai scritto tu su tuo padre.

    Ciao Genio ti abbraccio
    Maria Luisa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 Togli la spunta se non vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento in questo articolo
Aggiungi una immagine