Bucce d’acino. L’amore declinato di Annalisa Fracasso

Il segreto del postino –

Le bucce violacee, schiacciate e umide, cadevano a terra con un ritmo lento e regolare, ammucchiandosi in mezzo alla polvere e alle foglie di un autunno che quell’anno, il 1921, era stato secco e caldo più del solito. Se qualcuno fosse stato incuriosito da questo strano episodio, gli sarebbe stato facile alzare di poco il capo e scorgere il motivo dì quell’insolita pioggia. Su, in cima alla vecchia scala di legno dai pioli malfermi, che se ne stava appoggiata al granaio, s’intravedevano le suole scure di due babbuccine grigie e basse di feltro, che accompagnavano il cadere delle bucce degli acini d’uva con un moto altrettanto regolare. Erano un paio di minuscoli piedi di ragazza, che seguivano l’andirivieni delle gambe, magre e pallide, incapaci di stare ferme. Al limite del ginocchio, una gonnellina color indaco, a fiorellini neri, sobbalzava anch’essa assecondando lo stesso ritmo. Era Nina, che, quando aveva voglia di starsene da sola, se ne andava nel granaio a cercare di far ordine tra i suoi pensieri e, mentre pensava, di solito mangiucchiava qualcosa, fossero anche solo le unghie o le pellicine delle sue lunghe dita. Quel pomeriggio piluccava pigramente un grappolo d’ uva nera. In verità, “Nina” era solo il suo soprannome, che a lei non piaceva nemmeno tanto. Il suo vero nome era Giovanna, ed era la seconda figlia di una famiglia, i De Carolis, che, al contrario di tanti, all’epoca, avevano deciso di mettere al mondo pochi figli, “Come i nobili”, dicevano di loro le solite malelingue. In realtà non erano né ricchi, né, tanto meno, nobili, anche se tutti, in quella famiglia, erano pervasi da un certo orgoglio, quasi fossero sicuri di possedere un qualcosa che li distingueva dagli altri.
Il papa di Giovanna, Guido, sapeva costruire carretti, calessi e anche botti, sgabelli o altri articoli di piccola falegnameria. Ma la guerra era finita da poco e le ordinazioni purtroppo non erano poi così numerose. Tutti tiravano la cinghia e bisognava adattarsi a fare quello che veniva richiesto, anche se meno costoso ed impegnativo di quanto egli avrebbe voluto e potuto fare ben volentieri. Anna, la mamma di Nina, da ragazza era stata a servizio dalla Contessina, proprio quella che abitava nella bellissima villa dalla parte opposta del paese. Era stato forse in quella casa che Anna, invece di guardare tutto e tutti con sospetto e con invidia, come fanno di solito le persone dei ceti sociali più bassi, aveva imparato i modi dei nobili. Le piaceva osservare come si comportavano, come vestivano, e questo modo di fare l’avrebbe accompagnata sempre. E’ ovvio che i mezzi a disposizione erano quelli che erano, ma lei aveva il prodigioso potere di trasformare tutto, nel vestire, nel modo di tenere la casa, nel trattare con gli altri, esattamente come se fosse stata allevata in villa, dalla Contessina. Ma, alla faccia dei pochi che, non conoscendola bene, la ritenevano una persona altezzosa, Anna invece non era per niente orgogliosa. Anzi, essendo perfettamente e realisticamente conscia di quelle che erano le sue origini, detestava far valere una qualsivoglia presunta superiorità noi confronti degli altri.
La giovane Nina non era certo da meno di mamma Anna per quanto riguarda questa specie di “finezza” che sentiva dentro di sé. Anzi, lei la sentiva anche se non aveva mai avuto a che fare con i nobili. Era riuscita a frequentare la scuola per qualche anno in più rispetto a quanto facevano all’epoca tutte le ragazze della sua età. Amava leggere e scrivere, ma soprattutto le piaceva la matematica. Quando papà Guido, di solito nei fine settimana, si sedeva al tavolino con le sue carte, Nina lo scrutava attentamente. Sapeva che le cose sarebbero sempre andate allo stesso modo. Con le mani forti e belle che lei gli aveva ammirato fin da bambina, egli cominciava a raggruppare sul tavolo le carte che tirava fuori un po’ dappertutto, dalle tasche, dal portafoglio sdrucito di cuoio marrone e anche dal cassettino della credenza, quello che faceva sempre fatica ad aprirsi. Questa serie di piccoli gesti, sempre ripetuti, sempre uguali, gli davano un’apparente sicurezza che però ben presto svaniva, quando, provando ad ordinare quelle che cominciava a chiamare “maledette carte”, Guido si trovava ad aggrottare la fronte nell’arduo tentativo di mettere insieme costi e ricavi. Era in quei momenti che lui, di solito così paziente e sereno, cominciava quasi ad arrabbiarsi, dando la colpa alla scarsa luce del piccolo lume che la moglie Anna appoggiava premurosamente accanto a lui. Nina non aspettava altro. Prendeva allora una sedia e si metteva di fronte a lui, dalla parte opposta del tavolo. Gli sorrideva, senza dire niente. Sapeva che, se gli avesse chiesto di aiutarlo, lui non avrebbe voluto. Stava solo zitta, sorrideva ed aspettava. Dopo qualche minuto papa Guido avrebbe immancabilmente preso tutto il pacchetto delle sue odiate carte e gliele avrebbe appoggiate di fronte. “Dai Nina, pensaci tu, stasera sono stanco!” Era sempre la solita scusa, quella che lei non vedeva l’ora di sentire. Poi, papa Guido si alzava. Se era inverno andava a scaldarsi le mani accanto al fuoco, poi tirava fuori un bicchierino dalla credenza e ci versava un po’ di grappa. Il suo sguardo si perdeva nel bicchiere. Era infinitamente triste in quei momenti; la sua ignoranza gli pesava e gli dava un fastidio immenso. La moglie, che lo amava teneramente, sapeva di questi suoi momenti bui e trovava tutte le scuse per passargli vicino e fargli una carezza nascosta, veloce, quasi a dirgli “Ti amo lo stesso! Non prendertela!”. Lui non parlava e volgeva lo sguardo altrove, poi s’incamminava per le scale di mattoni rossi che portava no alle camere e se ne andava a letto con la sua tristezza. Se invece era estate o comunque c’era bel tempo, Guido preferiva uscire. Con la scusa di passare dalla bottega per controllare dei lavoretti che doveva finire, andava invece a girovagare per i campi, sempre seguito, appena prendeva l’uscio, dallo sguardo attento della moglie. Poi, magari, passava dall’osteria, e se talvolta non tornava per una certa ora, Anna sapeva quello che doveva fare… se lo andava a riprendere.
Nina intanto, pur intuendo l’amarezza del padre, si affondava subito e con piacere in mezzo a carte e numeri. Prendeva penna e calamaio e scriveva ordinatamente nomi e cifre su dei fogli ingialliti ma puliti che teneva apposta da parte per fare “il conto”. Sapeva che quello che faceva era sempre ben fatto, ma la sua devozione di figlia le imponeva di attendere l’approvazione paterna; consenso che però avrebbe dovuto attendere per qualche giorno, visto che Guido, tutte le volte che Nina metteva mano alle sue odiate carte, doveva lasciar passare un po’ di tempo prima di tornarci su.
Nina aveva anche un fratello, Luigi, ed una sorella, Carla. O meglio, di Luigi, il fratello, ormai in casa era rimasto ben poco. Solo un paio di cose. In quella che era stata la sua stanza da letto, ormai sempre buia e fredda, al piano di sopra, c’era una cassapanca di legno scuro, con le borchie nere, che conteneva alcuni dei suoi abiti e poi dei libri e i vecchi quaderni di scuola. In cucina, invece, c’era una foto sbiadita con intorno una sottile cornicina di legno color nocciola, appoggiata sulla credenza. Accanto a quella foto mamma Anna metteva sempre dei fiori, freschi, quando li poteva trovare nei campi, o di stoffa, fatti da lei, in inverno.

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Brano tratto dal libro “Bucce d’acino. L’amore declinato” di Annalisa Fracasso, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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