L’inganno

Una stanza piccola. Un cubo. Una scatola buia. Una feritoia sottile, in alto, a destra (ho deciso io che quella sia la destra). E un filo di luce stanca. Aliena, persino.
Quattro passi da nord a sud e viceversa. Quattro passi da ovest a est e viceversa. Anche se i punti cardinali – qui, nel cubo – non esistono.
Eh già.
Una sagoma fluttuante ai limiti del niente. Una scatola chiusa. Corpo ondeggiante nel cosmo. Custodia di amare introversioni.
Un ticchettio insiste – perverso – nello scandire un tempo immobile, come un centimetro ostinato e sciocco che perseveri nel misurare l’infinito. Tic. Tac. Tic. Tac. E si disperde un altro attimo di niente.
– Come sono finito qui?…-
– Come… Dove è iniziata  questa prigionia?…-
– E per mano… di Chi?…-

Quando.
–  A che punto ho cominciato a perdere il senso del mio tempo?…-
Forse è stato ieri. O forse ieri l’altro. O forse quando “ieri o l’altro ieri” già non c’era più. Forse quando ogni giorno si è fatto uguale all’altro giorno.
Un ufficio. Due scrivanie ricolme. E un orologio. Un orologio che ordina. Segna. Delimita. Scandisce. Soltanto questo ricordo.
– Che sia lui che mi sta obbligando?…-
– Che sia lui a decidere per me?…-

È  sera. Di nuovo. Ancora. O forse è sempre stato sera. Perché – qui – ai limiti del niente c’è sempre troppo buio. O forse è sempre stato giorno. Mattina. Sì, mattina. Una mattina chiara. Lunga. Lunghissima. Una mattina chiara, lunga, lunghissima che rimane chiusa fuori da queste quattro mura. Che non riesce a farsi largo. Che trapela appena in luce guasta dall’amara feritoia.
I muri sono umidi. Li sento.
I calcinacci cadono. Li sento.
La fame non esiste. Non la sento.
– Se almeno ci fosse silenzio…-
– Se almeno questo ticchettio si fermasse. Mi desse tregua. Mi concedesse il tempo di pensare…-

Non avere tempo nel “non tempo”. Che presa di posizione dell’Assurdo.
Eh già. Perché qui – nel cubo – il tempo non è misurabile. E quindi, non esiste. È come una virgoletta dimenticata, un apostrofo in sospeso appeso ai limitari di un discorso. Una parentesi che non delimita niente. Una lettera caduta. Una frase inversa. Un “non senso”.
Pareti ruvide. Soffitto basso. Di quelli che si allunga una mano e lo si tocca. Una branda molle e sporca sul lato lungo. O forse corto. Sul lato uguale all’altro lato.
Un cubo rotante, insomma. Strano vi esista ancora gravità. Strano che qualcosa di terreno mi tenga – nonostante tutto – ancorato  al pavimento. Strano ch’io non sia completamente folle.
– Chi… Chi sono io?… –
– E… Chi siete voi che mi tenete qua dentro?…-
– E perché?…-
– Che ho fatto… Che mai avrei fatto per finire dimenticato e dimenticandomi tutto?…-
– E fermate quel maledetto orologio! Mio Dio! Fermate l’orologio! –

Tic. Tac. Tic. Tac. Che scherzo inopportuno. Che beffarda derisione.
Tic. Tac. Tic. Tac. Scorre il tempo e non c’è tempo.
Tic. Tac. Cento giorni. Cento notti. Cento anni – forse – e nessun ricordo. Né del prima né del dopo. Solo un sogno. Ad occhi chiusi o ad occhi aperti. Non so. Perché forse gli occhi ce li ho sempre chiusi. O forse sempre aperti. O forse è solo il sogno di un sogno dentro al sogno. Non so. Ma so che c’é un orologio. Questo sì. Sempre. Delle scartoffie, mi pare. Null’altro.
Tic. Tac.
– Che sia quella la dimensione del reale? –
– Ch’io stia sognando da sempre? Ch’io stia sognando da mai? –

Tic. Tac. Tic. Tac.
Sempre. Mai. Sempre. Mai.
É un giorno qualunque. Lo so. Dimentico di ciascuna cosa sia mai esistita, mi aggiro nel mio delimitato vuoto.
– Uno. Due. Tre. Quattro. –
Conto i passi. Da sinistra a destra e da destra a sinistra, conto i passi che misurano il mio niente.
– Uno. Due. Tre. Quattro. –
Dalla feritoia si vede il vuoto. Cento, mille, un milione di volte ho provato a guardarci. Ma fuori c’è il nulla. Fuori non c’è niente. La luce picchia da sempre – ostinata – sulla medesima – sola – mattonella ch’io riesca a distinguere. Per il resto, vado a tentoni.
È una mattonella normale. Come una normale – qualsiasi – altra mattonella. Una mattonella qualunque. In un giorno qualunque. In un lasso di tempo indefinito. In una scatola di cui non conosco il dove, né il quando, né il perché.
Un cubo buio. Una prigione di quattro passi per quattro branda compresa. Niente cibo. Niente acqua. Niente luce. Niente di niente. Da mai. Solo il ticchettio di un orologio.
Tic. Tac. Guardo la sola cosa ch’io possa guardare.
Tic. Tac. La mattonella.
Tic. Tac. Mi alzo. La tocco.
Tic. Tac. La tocco. Si muove.
Tic. Tac. Si muove. La sposto.
Un buco. Un buco nel mio buco. Un rifugio. Un segreto. Una piccola caverna.
Infilo la mano. La poca luce mi descrive qualcosa. Qualcosa di rosso – parrebbe – se ho ancora memoria dei colori. Qualcosa di rosso, piccolo e freddo. Ben incastrato sul fondo del buio.
– Ma è…ma è…-
Tiro fuori il qualcosa dal niente. Lo riconosco.
– Ma è…ma è la mia ruspa di quando ero bambino…-
– Il mio vecchio giocattolo… io… io ora ricordo… ricordo qualcosa… qualcosa come…come in un sogno  lontano… –
– E tu… chi sei? E cosa vuoi da me?-

La parete “lato feritoia” si è aperta. Forse c’è una porta. Forse c’è sempre stata una porta.
Un bambino. Piccolo. Magro. Coi calzoni corti.
Entra. Mi guarda. Mi sorride.
– Ma, ma io… quei pantaloni li ricordo… e quel cappello anche… –
– Quello… quello è il mio cappello… e quelli sono i pantaloni che mettevo dalla nonna… –
– Che vuoi tu da me… e che fai coi miei vestiti addosso? –

Tace il bimbo. Tace. Sta fermo sulla porta. Mi guarda e ancora mi sorride.
La luce lo descrive per intero.  Ne delinea la sagoma e il profilo.
A me fanno male gli occhi. Ma lo vedo. Lo vedo correre in un giardino d’inverno. Cadere nella neve. Giocare a scappare.
Lo vedo…e vedo la sua mamma. Bellissima. Un po’ pallida. Col cappotto che punge addosso e con le mani lisce, lunghe, sempre fredde.
– Adesso ricordo… Dovevo avere intorno agli otto anni quando ho chiuso la mia ruspa dentro al muro. A casa della nonna… Dietro all’ottava mattonella da sinistra… –
Non lo sapevo più. Non ci vedevo più.
Tic. Tac. Tic. Tac. Tic… Il flusso si interrompe. Muore la monotona scansione.
Il bambino mi tende la mano. Io stringo la ruspa nell’altra.
Il tic tac si è spento. Il tic tac è andato via.
– … Forse… forse – adesso che ci penso – non c’è nemmeno mai stato…-
Mi Illudo e disilludo.
La manina in una mano. Ancora la ruspa rossa nell’altra. La ruspa che è sempre stata lì dov’era. La porta che è sempre stata lì dov’era: libero accesso/libera uscita alla prigione. Alla scatola. Al cubo. Al circoscritto niente.
Camminiamo adesso. Camminiamo in piena luce. E non mi volto.
Camminiamo nell’oggi. Nel domani. Nel sempre. Io e il ricordo di me che mi ha salvato.

– Vorresti… Vorresti forse dirmi che è stato tutto…solamente… un Inganno? –

***
Dal libro L’inganno di Amanta Strata – Sagep Editori, 2010

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One thought on “L’inganno di Amanta Strata

  1. Allegorico, intrigante, aperto a infinite letture il tuo racconto, Amanta…
    Forse viviamo tutti in un cubo , in qualche momento della vita, e riusciamo a uscirne grazie a un sogno, un ricordo, un incontro.
    Il tuo stile fatto di flash risulta un mosaico perfetto di sensazioni. Asciutto, strizzato, privo di estetismi, immediato.
    Sei una scrittrice originalissima ed efficace! Grazie e sinceri complimenti!

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