La scrittura come racconto di sé

Il ‘racconto di sé’, anche se non sempre si può definire una vera e propria autobiografia, è sempre un modo per riuscire a prendersi cura di se stessi. Un prendersi cura, inteso come occuparsi di.
Questo è uno dei concetti più presenti nelle parole di Duccio Demetrio, grande studioso della scrittura di tipo autobiografico e dei benefici che può arrecare alle persone che praticano questo tipo di scrittura.
Decidere di raccontarsi tramite la parole scritta, dice sempre Demetrio, è un modo per rivolgersi attenzione e per guardarsi dentro come guarderemmo un’altra persona, cioè dal di fuori.
Questi concetti erano già dentro di me e li ho riscoperti ascoltando il relatore di una conferenza. Mentre ascoltavo le sue parole, ascoltavo me stessa e mi riscoprivo.
A tratti abbiamo bisogno di fare questo, perché ogni tanto ci perdiamo di vista e non seguiamo i cambiamenti che avvengono dentro di noi e questo a volte, potrebbe generare ansia e disagio, un disagio che finiremmo poi per trasferire nelle nostre attività, impedendone anche, a volte, lo svolgimento abituale.
E’ anche vero che “il pensiero autobiografico richiede lavoro, coraggio, metodo” dice sempre Demetrio, ed è anche vero che non sempre possiamo essere disposti a fare questo. Il coraggio credo sia fondamentale in questo processo, ma credo anche che, come in tutte le cose, basta fare il primo passo e poi lasciare scivolare le emozioni sotto le nostre dita e tutto verrà da sé, portando un grande benessere psicofisico che ricompenserà abbondantemente della fatica subita.
Per chi ama scrivere abitualmente, e ora parlo di scrittura creativa e poetica, è naturale che ogni tanto ci sia una sorta di blocco e non si riesca a scrivere neanche due righe anche se si sente di averne voglia. E’ come avere un freno alle nostre emozioni, alla possibilità di trasferirle nelle parole scritte. A volte questo succede perché dentro di noi ci sono cose che premono in modo più urgente, anche inconsapevolmente, e finché non ci saremo liberati e avremo sciolto quei nodi irrisolti, non riusciremo ad avere la giusta tranquillità per scrivere.
Fondamentalmente io credo che tutto questo sia anche un volersi bene, un modo per ascoltarsi e, forse, migliorarsi diventando una persona che ascolterà di più gli altri manifestando loro l’affetto che a volte tacciamo e che invece sarebbe così bello manifestare.
Scrivendo di noi stessi dobbiamo anche assoggettarci a ciò che viene definito “patto autobiografico”. Questo patto avviene con i lettori ma anche con noi stessi, come lettori della nostra storia.
Questo patto non è di verità, perché la verità non la possiede nessuno, neanche lo scrittore di se stesso, ma è di veridicità.
Chi legge deve credere in ciò che è scritto, dare fiducia allo scrittore e chi scrive deve rispettare ciò che crede vero, che sente come verità dentro di sé, ricordando, come dice Cechov, che è nell’ordinario, nel quotidiano, nell’irrilevante, che accadono gli avvenimenti più profondi, più straordinari e emozionanti.
Perciò, perché perderli e non dare loro voce?

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