Da Spartacus e i Bruzi

Discendenti degli antichi popoli Enotri sfuggiti alle razzie dei Lucani che li chiamarono Brettii, cioè schiavi fuggitivi ribelli, ma oramai chiamati dai romani Bruzi, si erano stabilmente insediati nel vasto territorio Teurinense compreso tra i fiumi Sabutum, Lamatum e Crotalus. Teura era il loro centro più importante e la montagna la loro patria.
Dopo cent’anni dalle ordinanze consolari romane sui baccanali, avevano organizzato commerci diffusi anche con i greci della costa e spesso vendevano i loro prodotti persino ai Romani, battevano monete regolarmente e possedevano scuole dove donne educavano i bambini. Avevano organizzato un’importante comunità fatta di reticoli abitativi comunicanti tra loro, che permise di sopravvivere e conservare molte loro usanze anche dopo le guerre pirriche e puniche, che i potenti romani avevano vinto instaurando un dominio che pareva non dovesse mai barcollare. La loro tenace resistenza alla sottomissione era motivo di continue incursioni romane, ma destinate ali ‘insuccesso per via della selvaggia e inestricabile foresta che li proteggeva.
I Romani, però, da sempre avevano assaporato delusioni cocenti per potere stanare definitivamente i Bruzi dai loro covi, chiamandoli homini mali, latrones, Brigantes come i popoli dell’ Ibernia che nemmeno Cesare era riuscito a soggiogare: popoli incapaci alla sottomissione!
L’antica propensione a esplorare luoghi impervi e difficilmente raggiungibili aveva spinto alcuni gruppi bruzi a inerpicarsi lungo gli argini del fiume Crotalus, così chiamato per l’irruenza delle sue acque, posto nell’angustissima valle a est della grande montagna dove di regola vivevano.
La loro disposizione a spargersi in estensioni territoriali vaste era dettata da motivi di sopravvivenza.
Uno dei capi, di nome Shorot, assieme alla sua tribù costituita dai sette figli, dalla moglie, dal vecchio padre Karob, da alcune donne e da altri appartenenti alla sua stirpe, risalì il tambureggiante fiume spingendosi verso nord fino a immergersi in boschi intricati e fitti per un’erta che pareva non finisse mai fino all’altopiano e subito dopo digradante su una dolce pianura tratteggiata solo rada- mente da alberi; una sorta di oasi celata tra le foreste che apparve come un segno di un qualche dio particolarmente generoso. Shorot, capo tribù, volle piantare in quel luogo il suo accampamento per un’esplorazione appropriata delle terre. La sua sorpresa fu grande quando si accorse che a valle, una valle sinuosa, scorreva un delicato fiumiciattolo che si srotolava senza rumore. Sentì che quello era il luogo che il dio gli aveva assegnato perché lì vivesse con la sua tribù.
Ma non fecero in tempo a sistemarsi che il vecchio genitore morì. Cosi chiamarono quel luogo Karoboli.
Si era sparsa notizia che uno schiavo trace fatto dai romani gladiatore, di nome Spartacus, era fuggito e stava da tempo ribellandosi energicamente a Roma.
Egli, dopo aver saccheggiato alcuni carri romani che trasportavano armi ad altri gladiatori, aveva costituito un forte esercito fatto di schiavi pronti al sacrificio pur di riavere la propria libertà.
Spartacus apparteneva in origine a una tribù nomade, era dotato di grande intelligenza e di un’educazione quasi ellenica.
Tante erano state le battaglie e Spartacus aveva intrapreso la via del Bruzio per raggiungere l’isola di Sicilia per ravvivare le rivolte serviti. Così le tribù bruzie si stavano organizzando per accoglierlo e seguirlo.
Dopo le sonore sconfitte inferte ai Romani nel Piceno, nell’autunno del 72 a.c. Spartaco e il suo esercito composto da schiavi Galli, Celti e Balcanici, giunse nella Silua.
A Turi barattò i bottini vinti con ferro e rame per rare armi.
Shorot raggruppò uomini di ogni età e di varie tribù e partì verso le grandi foreste. Lunga marcia al freddo e alle intemperie ma con il cuore caldo di pensieri di rivincite contro i fortissimi romani.
Sulle rive del Targines, tra faggi millenari che incorniciavano le umide radure fluviali, sparsi come funghi migliaia di schiavi attendevano ordini. Spartaco era lì, in mezzo a loro. Shorot e i suoi uomini s’avvicinarono a lui offrendo le loro armi e i loro corpi alla causa della libertà. Pelli d’orso coprivano gli uomini reduci da interminabili cammini e violente battaglie, partiti dalla Gallia.
Spartaco portava addosso le vesti di gladiatore, incurante del freddo.
Si marciò quindi verso Sud, verso la Trinacria!
Giunto Spartaco con il suo esercito in prossimità dello stretto di Scilla, contattò i pirati cilici per la traversata; questi però lo ingannarono e non poté attraversare quella lingua di mare: fu costretto a risalire.
Gli astuti romani, intanto, avevano deciso di concentrare nel Bruzio le loro agguerrite legioni, poiché temevano quel che poteva accadere se Spartaco avesse potuto consolidare una vera alleanza con quei popoli testardi e insensibili a ogni oppressione: i Bruzi. Questi erano stati già alleati di Pino e Annibale, avrebbero certamente aiutato anche Spartaco e ne avrebbero fatto un brigante come loro: imprendibile!
Per questo mandarono il pretore Marco Licinio Crasso, il migliore stratega militare romano del tempo, con ben otto legioni, per fermarlo.

STORIE DELLA STORIA di Salvatore Piccoli – LEONIDA EDIZIONI, 2011 – pag. 66

Il commento di NICLA MORLETTI

Una perla che riflette l’amore dell’autore per la Calabria. Un sapere e un narrare legato ai ricordi e alla memoria. “Storie della Storia” che varcano i confini del tempo dagli antichi romani fino alle due guerre mondiali in una narrazione fluida, sensibile e autorevole che dona ricchezza al volume. Come i personaggi e le vicende narrate, del resto. Come gli eventi che trascinano in una magica atmosfera senza tempo. Il libro è un omaggio alla terra di Castagna e alla sua gente che con “l’odore del mare nelle narici” ha vissuto epopee di lotta e sofferenza ed anche l’emigrazione. Pagine che catturano l’anima.

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4 thoughts on “Storie della Storia di Salvatore Piccoli

  1. Storia STUPENDA! Ne vorrei sapere di piu’,su Spartaco e i Bruzi..una visione dei fatti molto molto intressante!Sarei felice di poter approfondire Grazie!

  2. ” Storie della Storia ” non racconta, fa cronaca.
    E Salvatore Piccoli si dimostra un maestro-.scrittore dotato di talento.
    Ci parla di liberta’, di soggezione, di Romani e Bruzi.
    Vale la pena di leggere questo libro, ricco di notizie e di bella composizione.

    Gaetano

  3. Molto interessante e da leggere con attenzione e rispetto, soffermandosi sulle mille notizie storiche che l’autore dà con autorevolezza e immensa emozione per la sua meravigliosa Calabria. La lunga storia che abbraccia i secoli non può che farci riflettere sui dolori di un popolo che lotta, da sempre.

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