Per la rubrica “Leggiamo Insieme” , presentiamo “Orfana di mia figlia”, il libro di Morena Fanti edito dalla Casa editrice Il pozzo di Giacobbe. Nel Portale Manuale di Mari potete leggere una presentazione del libro proposta dall’autrice e la recensione di Nicla Morletti.

Qui preferiamo “far parlare” direttamente le parole del libro che merita tutta la nostra attenzione. Dialoghiamo con Morena Fanti, leggendo e lasciando dei commenti. Possiamo ritrovarci qui successivamente, a distanza di qualche settimana, per lasciare nuovi commenti e continuare il dialogo, dopo aver letto interamente il libro.

Buona lettura!

Leggi la recensione di Nicla Morletti
nel Portale letterario Manuale di Mari

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  […] Sono già passati due mesi dalla morte di Federica. Mi sembra impossibile che la nostra vita sia andata avanti ugualmente, eppure è così. Non so, però, se questo sia più tranquillizzante o più angosciante. Capire che tutto va avanti anche senza di lei è inquietante, perché mi sembra ancora impossibile poterlo accettare. All’inizio pensavo di non farcela, avevo paura di cadere in una spirale di “quieta rassegnazione”, cioè di precipitare in una zona neutra dove non si desidera niente, dove non si fa niente e si riesce solo a pensare “mia figlia non c’è più, mi devo rassegnare, non tornerà mai più” e la rassegnazione arriva, ma è troppo tranquilla, è incolore, piatta. E tu diventi ancora più grigia della rassegnazione ed è come se fossi veramente morta anche tu.

[…] Ogni tanto esplode la rabbia, come quella dei primi giorni, quella che ti fa urlare: “Perché? Perché a lei? Perché a noi?  Come possono capitare queste cose?”. Dopo due mesi non so ancora la risposta. Non posso sapere e capire perché sia successo, non so rendermi conto del perché accadano simili disgrazie. Mi pongo spesso il problema e chissà se un giorno capirò qualcosa… ma credo che non lo capirò mai abbastanza.

[…] Nel frattempo si avvicina a grandi passi il Natale: una festa che noi sapevamo trasformare anche in un divertimento, con scherzi e allegria. Adesso lo aspettiamo con timore. Come sarà senza Federica? mi chiedo. Posso solo rispondermi dicendo: “Brutto!” e subito dopo penso: “Come tutti gli altri giorni!”. Ci prepariamo quindi ad affrontarlo come fosse un drago che ci vuole mangiare.
Stiamo addobbando la casa, come facevamo sempre. Penso che, in queste occasioni, mantenere una facciata di “normalità” aiuti molto, ma sia anche molto faticoso, perché porta con sé tanti ricordi belli che ti rammentano che così felice non potrai esserlo più.
[…] Sarebbe accaduto lo stesso perché, per taluni avvenimenti della nostra vita, abbiamo tutti un destino già scritto. Affermo ciò, anche se io ho sempre sostenuto che il destino ce lo facciamo da soli, con il nostro atteggiamento verso la vita e i suoi avvenimenti. E’ il nostro comportamento, o modo di reagire, che ci fa operare delle scelte e prendere delle decisioni che possono alterare e guidare il corso della nostra vita. Credo, però, che certi fatti della nostra esistenza siano già scritti e noi dobbiamo solo recitarli, nel miglior modo possibile. 
Ecco, mi sento proprio come se stessi recitando, perché la morte di Federica ancora non mi sembra vera, non può sembrarmi vera! Dopo che hai avuto una figlia per ventiquattro anni, non riesci a concepire il mondo senza di lei. Il cervello si rifiuta di ammetterlo, anche con se stesso, e allora fa finta di essere un’altra persona e di guardare l’accaduto da fuori, mantenendo una certa distanza, proprio per proteggere se stesso e la tua salute mentale.  Per la maggior parte del tempo, so che mi comporto come se non fossi veramente io la mamma di Federica, quindi sono molto addolorata, ma sempre in un modo sopportabile. Ogni tanto, però, sento che è tutto vero e percepisco in pieno tutta la sofferenza e l’irreparabilità dell’accaduto. Nessuno può porvi rimedio. NESSUNO! Allora mi sento morire per la millesima volta e non capisco più chi sono e cosa sto facendo qui. Che scopo ho? Cosa potrò fare? Che cosa avrò voglia di fare? Avrò mai più voglia di fare qualcosa?
Spero di sì. Spero, un giorno, di arrivare a sentire certe cose che sentivo prima e d’avere ancora il desiderio di qualcosa che sembri veramente importante.

[…] Chiamarlo solo dolore è molto riduttivo e superficiale. E’ anche smarrimento, sfiducia, pessimismo, insicurezza, disorientamento, perdita d’identità e paura. Un insieme molto complesso di sentimenti ed emozioni, molte senza un nome chiaro, in cui perdersi. Tutto questo contribuisce ad aumentare l’impressione d’irrealtà e d’apatia, che ci circonda come una massa vischiosa, accentuando il nostro senso d’immobilità.
18 gennaio 2002

Il freddo non ci abbandona quest’anno. Un inverno così gelido e prolungato come questo, era da anni che non si presentava. Molte piante cui volevo bene si sono gelate e, forse, non si riprenderanno più. La casa si è riempita di crepe, a causa della troppa siccità, dicono. Provo quasi un po’ di soddisfazione per tutte queste cose. Le sento giuste, perché si abbinano perfettamente al mio stato d’animo. Anche le cose inanimate si rivoltano per quello che provo. Sono solidali con il mio dolore.
La sensazione che anche la natura e le cose si stiano ribellando, contribuisce ad alimentare questo periodo di stasi totale, dove sento che non sto facendo niente d’importante, niente di vero. Forse perché non so cosa dovrei veramente fare. Non so cosa potrebbe rendermi, se non felice, almeno serena. Cosa facevo prima? Che cosa mi rendeva felice?

[…] Mi domando se “vivere intensamente”, cioè amando le persone, provando emozioni e portando avanti idee e pensieri propri, consumi in poco tempo tutto l’amore che c’è stato assegnato per questa vita. Mi chiedo se, in questo caso, l’amore e le emozioni non vengano come bruciate rapidamente ed esauriscano la loro essenza in un tempo più breve.
Sarebbe meglio dosarle e farle durare più a lungo? Però sarebbe come non vivere. Sarebbe morire prima del tempo.

[…] Ero veramente disorientata, tanto da provare sentimenti molto contrastanti tra loro e cambiarli nel giro di pochi minuti. L’impressione che ricordo chiaramente di quel primo periodo, è solo un grande caos.
Niente era più al suo posto, nessuno faceva quello che avrebbe dovuto, le abitudini erano completamente sovvertite. L’unica immagine che mi veniva in mente, era che avrei voluto sapere tutti a casa con i loro figli, a vivere la loro solita vita.
Solo questo desideravo, solo questo mi poteva rassicurare. In un momento in cui non avevo niente in cui credere, volevo poter sperare in una possibile serenità per gli altri.

[…] Da quando mi sono imposta di controllare la “rabbia sterile”, quella dell’inizio, che non porta a niente, e ho indirizzato i miei sforzi verso lo sguardo interiore, riesco a metabolizzare queste emozioni altrimenti insopportabili. Le esamino, le riconosco e do loro un nome, le divido, le spezzetto, fino a fare in modo che sia possibile eliminarne qualcuna. Ho scoperto che, di fronte ad un dolore così grande, si tende ad aggravarlo aggiungendoci, come se non fosse già insopportabile da solo, tanti altri piccoli dolori. Dopo un’operazione così complessa, questa montagna che prima era il nostro dolore, sarà diventata così enorme da scoraggiare anche il più intrepido degli esseri umani. […]

[…] Cosa ci può spingere ad andare avanti? Possono essere gli altri? Può essere un’esortazione detta con amore: “Coraggio, devi essere forte!”?
Possono gli altri trasmetterci la forza, il coraggio per alzarci tutte le mattine, andare al lavoro e svolgere le solite incombenze, vedere persone, parlare?
Sì, è possibile, ma solo se ci crediamo. Solo se pensiamo di poterci salvare, possiamo farci aiutare da qualcuno. La prima persona che deve credere in noi, siamo noi. Se riusciamo a credere che sia possibile farlo, possiamo assorbire forza e stimoli dagli altri, e possiamo anche rivolgerci a persone competenti per la loro professionalità o per gli studi. Una terapia con l’ausilio di un bravo psicoterapeuta avrà maggiore successo solo se siamo già disposti ad aiutare noi stessi. Tutto è possibile solo se, noi per primi, penseremo che ne valga la pena.
Ecco che esce allo scoperto quel “rispetto di noi” che dovrebbe essere alla base d’ogni nostro comportamento, e che è il presupposto per il mantenimento della nostra forza e della voglia di essere sempre ben presenti a noi stessi. Solo se lo siamo per noi, potremmo poi esserlo anche per gli altri.
Quando mi guardo allo specchio, voglio prima di tutto ritrovarmi: solo se io crederò di esserci, gli altri potranno vedermi. Riconoscermi nei loro gesti aumenterà la consapevolezza di quello che devo o voglio fare.
Infatti, se io mi sentissi desolata e degna solo di compassione, ecco che lo diventerei subito, anche agli occhi altrui. Nel momento in cui mi rendo conto che riuscirò ad andare avanti e a mantenere una vita dignitosa, sto già vincendo la mia battaglia.
Allora posso anche occuparmi degli altri e smettere di pensare solo a me stessa; il dolore altrui, solo se pensi di poterlo ricevere senza esserne sopraffatto, può essere un coinvolgente mezzo di rinnovamento.

[…] E’ forse giusto che gli altri si chiudano nel loro dolore e smettano di vivere?
No, lo dico sempre e ne sono fortemente convinta.
Dov’è, allora, la differenza? Perché un trattamento diverso per me?
Penso a me stessa come madre, perciò non posso permettermi di smettere di soffrire. Io credo, infatti, che la mia sofferenza di madre non cesserà mai. Potrò, forse, un giorno, sentire il dolore in misura più sopportabile, in un modo che mi permetterà di affrontare la vita e le sue prove, ma so che niente sarà mai più come prima.
Devo capire e accettare che sono ancora viva e posso continuare a vivere.
Soffrire non significa smettere di vivere. Non significa smettere di ridere, o impedirsi d’essere contenta delle piccole cose, o degli avvenimenti felici. Tutte queste cose esistono ancora e noi dobbiamo riuscire a vederle; non hanno smesso di esistere con la morte di Federica, è la nostra anima che finge di non vederle più. Se riusciamo a rilassarci, possiamo percepire qualche momento di gioia e allegria. Potrebbe accadere, allora, che un ingiusto senso di colpa c’impedisca di vivere in serenità questi attimi e non ci permetta di apprezzare le piccole gioie che ci accadono.

[…] Mi stupisco quando provo reazioni simili a quelle che avevo prima, reazioni già conosciute. Mi scopro a gioire delle meraviglie della natura, guardo gli uccellini entrare nel nido portando da mangiare ai loro piccoli e mi intenerisco, ammiro un’opera d’arte e sono ancora capace di perdermi nella sua immensità. Ogni tanto ritrovo qualche pezzetto di me stessa, frammenti che avevo creduto persi per sempre, e sono sorpresa da questo.
All’inizio ho creduto di essere morta. Pensavo che la parte di me più interna, quella nascosta agli altri, fosse completamente spenta e ho desiderato che trascinasse con sé, in questa scomparsa, anche la parte di me più esterna, quella che tutti potevano vedere, affinché cessasse questa sofferenza atroce. [..]

[…] Posso dire con esattezza il momento in cui ho capito d’essere ancora viva. Ricordo ogni istante di quel giorno. Le sensazioni sono state così forti e intense da depositarsi nel mio cuore, insieme alla certezza di possederne ancora uno.
Da qualche mese sentivo a sprazzi la vita ritornare dentro di me, ma non ci credevo e, soprattutto, non pensavo di potermelo ancora concedere. Ero così convinta di essere morta che, quasi, ne ero felice. Era giusto, nell’ordine naturale delle cose; era la giusta punizione per essere ancora qui e non essere morta al posto di Federica. […] e ho capito che non ero mai stata veramente morta. Ero sempre stata viva, anche senza saperlo. Il mio cuore batteva ancora, poteva ancora amare e, perciò, io potevo vivere.  

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35 thoughts on “Orfana di mia figlia di Morena Fanti

  1. @ Daniela

    Grazie delle tue parole. Mi fa sempre piacere sentire che ciò che ho scritto viene compreso e ‘preso’ come gesto d’amore. Credo sia importante mantenere una corretta visione dell’insieme della Vita, e l’amore non può mai essere al di fuori di questa visione perché ne è parte integrante e parte ‘fondante’.
    Un abbraccio a te e a tutti gli amici che passeranno da qui.
    Morena

  2. @ Silvia

    Ho aspettato alcuni giorni. E’ sempre molto difficile per me rispondere a persone così intime come lo sei tu.
    Inoltre ci siamo già dette tutto, no?
    Quando si deve fare, e ricevere, una telefonata come quella, le vite e i ricordi si intrecciano e diventano unici.
    Rivedere Federica attraverso le tue parole, lo sai, mi fa sempre molto piacere. Sapere come lei sia stata quella persona anche per te, mi rassicura su tanti ‘valori’ che per me sono sempre stati importanti e mi conforta.
    Grazie della tua vicinanza.

  3. Capisco chi ha letto il libro “tutto in un fiato”, è quello che ho fatto io quando ancora non era cartaceo. Il dolore mentre leggo le pagine del tuo libro riemerge con prepotenza e allora lo rimetto nella libreria. Non voglio essere scontata, ma con Federica ho vissuto i momenti più belli dell’università, e quelli più importanti in cui sei messa di fronte alle “responsabilità da grandi”. Anche se ci conoscevamo da sempre, all’università tra noi è nata una solidarietà ed una complicità invidiabile, e insieme abbiamo imparato ad affrontare “quelle” responsabilità senza prenderci troppo sul serio. Ricordo ogni momento, ogni battuta, ogni sguardo complice, le ore passate al telefono, la solidarietà durante gli esami, ….senza la sua ironia, tutto avrebbe preso una piega tetra, monotona, troppo seria! Non posso dimenticare i progetti per il nostro futuro, sì perchè anche le amiche progettano il futuro insieme, non solo i fidanzati. Dopo la tua telefonata di quella mattina in cui mi comunicasti quella tragica notizia, non sopportavo più l’idea di andare all’università, di prendere l’autobus da sola, non vedevo l’ora di laurearmi. Ma Federica è un vuoto che non si colma nemmeno dopo questi anni trascorsi dalla sua morte, è un pensiero che fa parte della mia quotidianità così come lei lo era prima. Può sembrare strano ma tante cose mi parlano di lei e i ricordi, più il tempo passa, più sono forti e chiari dentro di me. La sua mancanza nei momenti difficili, nella condivisione di tante cose anche divertenti e strane, è viva come non mai. Questa è la dimostrazione e la conferma di quanto realmente una persona fosse speciale e IMPORTANTE. Il tuo libro Morena è stato un progetto unico, che rende orgoglio a te e a Federica. Un aiuto che insieme, tu e lei, siete riuscite ad offrire a chi ha vissuto un’esperienza simile. Ti prometto che troverò il coraggio di leggere il libro fino alla fine, così come ho trovato il coraggio di scrivere queste parole cercando di non fuggire dal dolore, ma guardandolo in faccia pronta ad affrontarlo, come hai fatto tu. Vi voglio bene, e lo sapete. Silvia

  4. Cara Luna,
    mi fa piacere che tu abbia colto, anche solo da questi brevi frammenti del mio libro, la Speranza che mi ha animata scrivendo. Ci tengo molto e quando mi fanno notare che da ciò che ho scritto si intuisce che il mio è comunque e sempre un messaggio positivo e che fa sperare chi legge in una possibilità di vita, mi convinco di non avere sbagliato scrivendo questo libro.
    Grazie.
    morena

  5. L’argomento che affronti è terribilmente angosciante, penso che solo una madre possa comprendere appieno il dolore che reca la perdita di un figlio.
    Ma tu sai dare anche una speranza a coloro che hanno vissuto la stessa tragedia, facendo capire che si può tornare a vivere.
    Sono rimasta molto colpita da queste pagine.

  6. @ Elena

    Leggendo le tue parole ho di nuovo la conferma di chi sei e di come Federica sapesse scegliere le amiche, come ho già detto altre volte.
    E’ bello anche sapere come lei fosse ‘recepita’ da chi le stava accanto.
    La tua precisazione sul conoscere le persone e sul conoscerle ‘davvero’ è profonda. E questo ‘davvero’ esce molto spesso in circostanze difficili come questa.
    Notarlo e apprezzarlo non è così facile e tu hai saputo capire bene questa differenza.
    E non penso affatto che tu e Silvia abbiate detto una frase stupida. So come eravamo tutti sconvolti e credo che anche la frase fosse un modo di dimostrare affetto.
    Così l’ho intesa e così la ripenso.
    Grazie anche di darmi sempre nuove conferme.
    ricambio l’abbraccio come sai.

  7. Ciao a tutti, ciao carissima Morena,
    io sono un’amica di Federica…anzi, Federica è stata la mia prima amica, fin da quando avevamo 2 anni!
    Federica era una persona meravigliosa, di quelle persone che ti contagiano col loro ottimismo, con la dolcezza dei modi e delle parole.
    Da quando non c’è più ho scoperto da dove arrivava, quella ragazza allegra, simpatica e sensibile che era la mia amica: ho conosciuto la sua famiglia.
    Sì, certo, ci “conoscevamo” già da tempo, ma da quel momento ho DAVVERO conosciuto Morena. E anche Giuliano e Laura, la nonna.
    E’ iniziato tutto nello schifoso giorno del funerale, quando io e Silvia li abbiamo salutati dicendo “Verremo a trovarvi, diventeremo le vostre figlie adottive” …stupide! Mi sono sempre domandata come ci sia potuta uscire una frase del genere…eravamo sconvolte, imbarazzate davanti a tanto dolore e so che loro l’hanno capito.
    Comunque, da allora, è davvero nata un’amicizia con Morena!
    Un’amicizia con una persona speciale (perchè lo sai che sei speciale, vero Morena?) e con una bella famiglia, che è stato anche un viaggio dentro la vita, le radici della mia cara Fede.
    Beh, io posso solo sapere quanto mi abbia dato conoscere Federica, ma il dolore della sua perdita da parte della sua famiglia posso solo lontanamente immaginarlo dopo aver vissuto la loro sofferenza da fuori, dopo aver letto il libro di Morena e adesso, che sono diventata una mamma anch’io!
    Ti voglio bene Morena, grazie per avermi resa partecipe di una parte di te così viva da sanguinare, così viva da aver intrapreso un cammino…utile a te e ad altri.
    un abbraccio strettostretto
    elena

  8. @ Marina

    Tu hai perfettamente ragione, cara Marina. Non si dovrebbe agire come se le cose non fossero accadute.
    Il fatto è, però, che in certi casi è l’unico modo per uscirne vivi.
    Inoltre, non è una mossa cosciente che noi facciamo in modo ‘ragionato’. Accade in modo autonomo. E’ proprio il nostro cervello che si, e ci, protegge.
    Io ho avuto lo sguardo interiore di ‘sapere’ cosa stavo facendo, ma suppongo che in tante altre circostanze mettiamo in atto questi stratagemmi senza neanche accorgerci di farlo.
    Uscire da noi stessi è, certe volte, l’unico modo per ritrovarci.

  9. Tra i vari brani che ho letto, ne riporto uno, non perchè sia il più significativo o commovente, ma perchè è quello che, non avendo avuto la stessa esperienza di Morena, sono maggiormente in grado di capire. Anche a me è successo, per problemi imparagonabili a quello di Morena, di uscire da me stessa e agire dal di fuori. Anche per me, era un modo per cercar di gestire situazioni difficili, e ora so che non era il modo migliore. Nei panni di Morena, mi posso solo lontanamente mettere, in quanto madre; quello che so, è che non posso che ammirare la sua determinazione a sopravvivere, anche condividendo la sua esperienza , molto generosamente, con gli altri.
    “Ecco, mi sento proprio come se stessi recitando, perché la morte di Federica ancora non mi sembra vera, non può sembrarmi vera! Dopo che hai avuto una figlia per ventiquattro anni, non riesci a concepire il mondo senza di lei. Il cervello si rifiuta di ammetterlo, anche con se stesso, e allora fa finta di essere un’altra persona e di guardare l’accaduto da fuori, mantenendo una certa distanza, proprio per proteggere se stesso e la tua salute mentale. Per la maggior parte del tempo, so che mi comporto come se non fossi veramente io la mamma di Federica, quindi sono molto addolorata, ma sempre in un modo sopportabile.”

  10. @ Gabriele

    Non posso che essere d’accordo con te. Credo anch’io che il mio libro parli di Vita, di quella vera con l’iniziale maiuscola, e credo che guardare alla vita sia l’unico modo per uscire da certi buchi neri dove cadiamo e vedere di nuovo la luce.
    Grazie della tua attenta lettura e dei due anni che hai dedicato a ciò.

  11. @ Lenio

    Grazie della tua partecipazione, molto gradita anche perché sei il primo che commenta e non ha letto il libro. Mi interessa molto sentire cosa ne pensa chi viene a contatto per la prima volta con il mio libro.
    Grazie anche della tua ‘vicinanza’ che sento molto vera e sincera.
    “Il destino ti ha portato via un fiore meraviglioso, ma io mi domando, sarebbe stato meglio se tu non l’avessi mai conosciuto?” tu mi fai questa domanda, molto ‘giusta’ perché è una domanda che mi sono fatta anch’io. Non ti rispondo qui, perché troverai nel libro ciò che penso anche se puoi già intuire cosa mi sono risposta…
    Spero leggerai davvero il libro e mi farai sapere cosa ne pensi.
    Un abbraccio. M.

    Ps. ho già letto la presentazione del tuo libro ‘Alba e tramonto’ e anche le altre tue opere. E ho anche commentato. Non con questo nome, ovvio, altrimenti lo sapresti…
    In verità frequento il Blog degli Autori da parecchio tempo con il mio nick… (oh, mi è caduta la linea)…

  12. Se dovessi esprimere con parole mie un vero commento su questo libro, ne dovrei scrivere un’altro, di libro;
    anche se non scrivo libri, io.

    Ho impiegato quasi due anni a capire, e non lo potrò mai capire abbastanza, ma sono giunto ad una tappa importante: questo libro non parla di morte, no. Questo infinito dono di amore e di se, da parte di Morena, parla di VITA, quella vera, l’unica che valga la pena vivere. In queste pagine c’è sentore dell’essenza stessa dell’esistenza umana.
    Tutto è maiuscolo in quelle pagine.

    E ora che il libro è di carta, potrà finalmente portare l’immensa energia vitale che in esso è contenuta, a quanti vorranno stringerlo fra le mani.

  13. Da quel poco che ho letto del tuo libro penso davvero che é bellissimo. Per questo lo ordinerò quanto prima. Non ti posso dire di capire la tua sofferenza, ti direi una bugia. Io ho adottato una bambina che ha adesso diciassette anni. Il suo arrivo ha provocato in me la voglia di scrivere poesie e racconti. Fino ad allora non avevo niente da raccontare. Non riesco a pensare a una vita senza mia figlia, e per questo ti ammiro. Ammiro la tua forza, la tua determinazione, il tuo altruismo affinchè non succeda ad altre persone quello che é successo a te, e cioè di essere lasciata sola col tuo dolore. L’amore che hai per gli altri é lo stesso amore che ti ha donato tua figlia. Tante altre persone nella tua condizione preferiscono autocompiangersi, ma tu no, tu hai saputo reagire, hai saputo trarre da un’esperienza negativa nuova linfa per continuare ad amare. Spero, Morena, di aiutarti con le mie parole e con la mia amicizia a portare un pezzetto della tua immensa croce. Coraggio, purtroppo questa è la nostra esistenza fatta di poche cose liete e di tante sofferenze. L’amore che hai dato e che hai ricevuto è l’unica cosa che conta nella tua esistenza, è immortale. Il destino ti ha portato via un fiore meraviglioso, ma io mi domando, sarebbe stato meglio se tu non l’avessi mai conosciuto? E’ la stessa domanda che mi sono fatta io quando stavo per perdere mia figlia tra le immense maglie della burocrazia russa. Leggerò il tuo libro e poi ti dirò le mie impressioni. Intanto ti invito a leggere la presentazione del mio libro ‘Alba e tramonto ’ e a regalarmi un tuo commento. Ti invito anche a visitare il mio blog. A risentirci, e a regalarci attimi di emozioni, le sole in grado di lenire le nostre umane sofferenze. Ancora vivissimi complimenti, Lenio.

  14. Grazie Roberto. Di esserci sempre anche quando nessuno vorrebbe rimanere.

    Il fatto di aver ‘divorato’ il libro senza staccarsi da esso mi è già stato riferito.
    Cosa vorrà dire?
    Che non si vede l’ora di finirlo per poterlo accantonare?…

  15. @ Mariolina

    Le tue parole sono state da subito vicine alle mie e ricevo con gioia il tuo pensiero che leggo così simile al mio ‘sentire’. Ho sempre pensato chele mie parole fossero indirizzate alla speranza, nella promessa di un ‘chiarore’ da ritrovare, e l’ho sperato fin da subito quando ancora non potevo esserne certa.
    Sapere che sono stata compresa mi fa molto piacere.

    Grazie anche della tua fiducia in mie prossime opere.

  16. @ Mariabruna

    Hai ragione, il desiderio di confrontare il proprio pensiero e le proprie emozioni con quelle altrui è una cosa che ben conosce chi ha vissuto questa esperienza.
    Un po’ per ‘riconoscersi’ nell’altro e anche per trarne conforto.
    Grazie della tua conferma.

  17. Ho letto il libro nello spazio di 24 ore, ho scelto di buttare giù tutto d’un fiato quelle righe dolorose che mi ballavano davanti agli occhi e si appannavano e scomparivano in gocciolanti stille silenziose… per adesso mi sento solo di mandarti un grosso grazie per il tuo coraggio, la tua analisi, il tuo accompagnarci nella lenta risalita dal buio verso la luce…

  18. Non ho mai incontrato Morena, eppure sin dal nostro primo contatto, riguardante il mio romanzo, ho compreso di avere a che fare con una persona splendida. Oggi mi onoro di averla come amica carissima, capace di guardarmi e di guardarsi dentro in profondità, di contrastare giornalmente col dolore infinito che dona la perdita di una figlia, di non abbattersi per quella solitudine domestica che inevitabilmente continua a percepire. Ho precedentemente parlato del libro di Morena con una mia breve recensione. Tuttavia voglio aggiungere che in esso non c’è compiacimento del proprio dolore, ma una ricerca coraggiosa, che certamente lo amplifica, ma al tempo stesso provoca una catarsi lenitrice, uno sprazzo di chiarore, da trovare, per rispettare appieno Federica anche nella morte. Un caro abbraccio a Morena, nella speranza che il suo canto alla vita continui con questa opera prima e con altre.

  19. Cara Morena,
    il bisogno di leggere altre ‘mamme’è stata da subito una necessità anche per me. Solo chi ha conosciuto questo infinito, insopportabile dolore può trovare le parole giuste. Nessun altro.
    Il diario del tuo dolore è diventato adesso sollievo per altri.
    Oltre c’è solo la fede.
    Mariabruna

  20. Luca è stato un altro bel regalo del mio libro. L’ha visto in rete anni fa e da allora – anche se ogni tanto ‘scompare’ come ha detto lui stesso – è un amico.
    E’ stato compagno di blog e vicino nei pensieri.
    Grazie Luca. Le tue parole sono sempre preziose.
    E’ bello sapere che ora ne puoi parlare.
    Ps. spero presto

  21. dolce Morena la lettura del tuo libro mi emoziona sempre molto … sei una Donna Speciale e capace di profondere coraggio in tutti noi! sei un esempio da percorrere. Sono orgolglioso di averti incontrato nel percorso della mia vita … sono dispiaciuto di essere scomparso per poi ritornare … è un qualcosa che mi contraddistingue ma porto sempre nei miei pensieri te e giuliano …
    Siete due persone che a definire speciali sembrerebbe riduttivo! sai che per me è sempre complicato toccare certi argomenti, ti devo ringraziare perchè da quando ti ho incontrata sono riuscito a condividere il mio “segreto” con gli altri (anche con chi mi è vicino), ho il coraggio di dire “a me è accaduto …”. Grazie! p.s. quando ci mangiamo una pissa? un abbraccio fortissimo. Luca B.

  22. @ Adriana
    Concordo sull’idea che la scrittura sia terapeutica. Non lo sapevo ancora quando ho iniziato a scrivere il mio libro ma l’ho capito dopo qualche mese e ora lo capisco ancora meglio, rileggendomi e ritrovandomi come ero allora.
    Grazie di ciò che hai scritto. E non solo.

  23. Ad Antonella, senza aggiungere altro, ho dedicato queste parole

    nei miei denti neri
    lo specchio del tuo viso scarno
    rugoso
    secco
    nel mio abito nero
    i brandelli del tuo tessuto
    ormai sfibrato
    slabbrato
    un ruggito di tigre ferita
    e un ululato di lupo
    la fronte sanguinante
    e la voce senza vocali.

    per vedere il dolore di mia sorella,
    Padre,
    dovevo provarlo anch’io?
    per leggere le sue parole notturne
    per accarezzare la sua mano
    (dita lunghe d’artiglio
    e unghie spezzate)
    dovevo prima sapere?
    solo così la discesa
    la caduta
    l’affogo
    il dibattersi
    e il rivoltarsi.
    solo così il nero inevitabile.

  24. Grazie a te Stefania, la mia ‘prima lettrice’. La prima che mi ha scritto una mail. E grazie di avermi sempre sostenuta e incoraggiata alla pubblicazione. Chissà quante volte mi sarei persa per strada…

  25. @ Sandra
    Hai messo il dito su uno degli argomenti più veri e forti: la superficialità con cui spesso vengono affrontati questi temi e, più spesso ancora, il silenzio che li circonda.
    A nessuno ‘piace’ parlare di dolore, ma non è tacendo che si evita la sofferenza.
    Affrontando e cercando di capire si può invece, migliorare il nostro modo di affrontare le difficoltà e uscirne rafforzati.
    Grazie

  26. Io ho scritto la quarta di copertina al libro di Morena, quindi il mio pensiero sul contenuto è già noto. Ribadisco che Morena ha realizzato un’opera importante che può essere di aiuto a quanti hanno subito lo stesso trauma, perchè è un libro che si apre alla speranza e alla rinascita. Un messaggio estremamente positivo il suo.

  27. Inizio ringraziando Robert che mi ospita in questo bellissimo spazio che frequento da tempo e conosco bene.
    Un grazie particolare alla carissima Nicla che ha saputo trovare così belle parole per ciò che ho scritto, colpendo subito in profondità e dimostrando (ma lo sapevamo già) la sua sensibilità di donna e scrittrice.

  28. “E ti vengo a cercare per capire meglio la mia essenza.” Sono le parole della canzone di Battiato che presentiamo nella home page in questi giorni.

    Cosa è questo libro di Morena Fanti, se non il percorso, vorrei dire la marcia, lenta, dolorosa, coraggiosa (Dio se ci vuole coraggio!) dentro e verso l’Assoluto mistero della vita e della morte?

    “Ogni tanto ritrovo qualche pezzetto di me stessa, frammenti che avevo creduto persi per sempre, e sono sorpresa da questo. All’inizio ho creduto di essere morta.”

    Cara Morena, questo libro è un atto di amore e di coraggio non solo per tua Figlia, ma per tutti noi. Per la vita e l’amore per la vita di tutti noi.

    Grazie di cuore per averlo presentato qui, nel Blog degli Autori.

  29. la scrittura può essere teraputica. lo sapevo, l’avevo sperimentato e fatto sperimentare. Che valesse anche nel caso di un dolore immenso, e da subito, a pochi giorni dalla morte di Federica, è stata una sorpresa. Analizzare il proprio dolore, scomporlo in minutissime parti, non significa ridurne l’intensità, al contrario significa ampliarlo attraverso la conoscenza, la consapevolezza di ogni sfaccettatura, di ogni piega. Ci vuole davverto tanto coraggio, quello di Morena è il coraggio di chi dopo aver provato il dolore più grande che si possa mai immaginare, non teme più la sofferenza della morte.

  30. Cara Morena, ho letto il tuo libro che mi ha toccato il cuore. Ho sentito aleggiare tra le pagine il tuo dolore, ma anche il tuo coraggio, la tua voglia di continuare questo viaggio che è la vita. In nome di tua figlia.

    Un caro saluto
    Nicla Morletti

  31. ho conosciuto morena nel 2001, l’anno in cui vivevo la sua stessa tragedia, ho letto il diario via via che lei lo scriveva, mi ha aiutato molto sapere che quello che provavo io era normale, che anche altri provavano quello che provavo, mi sentivo una straniera nel mondo, leggere il suo diario mi ha aiutato a sentirmi meno straniera. ha fatto bene morena a pubblicare questo libro, un atto di grande generosità il suo, aiuterà molta gente perchè nessuno, o quasi, aiuta che si trova in queste terribili condizioni di isolamento. lo stato se ne frega, i preti lo stesso, se non hai amici sei fritto, ti butti dal balcone, i tossicodipendenti o gli alcolisti hanno il serit, i familiari delle vittime della strada non hanno nessuno, sono lasciati a se stessi, in balia dei propri fantasmi. antonella

  32. Ho conosciuto questo libro quando….forse era solo un’idea. Ora finalmente dopo che ho finito con la sessione di esami, posso dedicarmi alla lettura “dell’opera finita”. Questo libro per me vuol dire tanto perchè proprio grazie a questa storia, è nato un rapporto con una persona speciale. Che non ho mai visto, se non in foto, ma che conosce tanto di me. E io ho imparato a conoscere una parte di lei. Intima e profonda. Tutto ti arricchisce. Ma questa storia, lo ha fatto in particolare.
    Inizio la lettura….E grazie a Morena che mi ha fatto entrare nel suo “piccolo grande” mondo…. stefania

  33. Un libro che scotta, un tema che spesso viene affrontato in modo superficiale con la conclusione che chi resta vegeta nel ricordo, senza andare oltre per cercare di capire come si può evitare il baratro.
    Per pudore spesso, ma anche per evitare di soffrire.
    Fa male rivivere “la sopravvivenza materna” ma queste pagine sono una guida a come tornare ad apprezzare la vita, nonostante la presenza del dolore più grande che possa capitare a una donna.
    E insegna, inoltre, a tutti a non arrendersi e non farsi risucchiare dai problemi.
    Sandra

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