Orfana di mia figlia di Morena Fanti

Per la rubrica “Leggiamo Insieme” , presentiamo “Orfana di mia figlia”, il libro di Morena Fanti edito dalla Casa editrice Il pozzo di Giacobbe. Nel Portale Manuale di Mari potete leggere una presentazione del libro proposta dall’autrice e la recensione di Nicla Morletti.

Qui preferiamo “far parlare” direttamente le parole del libro che merita tutta la nostra attenzione. Dialoghiamo con Morena Fanti, leggendo e lasciando dei commenti. Possiamo ritrovarci qui successivamente, a distanza di qualche settimana, per lasciare nuovi commenti e continuare il dialogo, dopo aver letto interamente il libro.

Buona lettura!

Leggi la recensione di Nicla Morletti
nel Portale letterario Manuale di Mari

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  […] Sono già passati due mesi dalla morte di Federica. Mi sembra impossibile che la nostra vita sia andata avanti ugualmente, eppure è così. Non so, però, se questo sia più tranquillizzante o più angosciante. Capire che tutto va avanti anche senza di lei è inquietante, perché mi sembra ancora impossibile poterlo accettare. All’inizio pensavo di non farcela, avevo paura di cadere in una spirale di “quieta rassegnazione”, cioè di precipitare in una zona neutra dove non si desidera niente, dove non si fa niente e si riesce solo a pensare “mia figlia non c’è più, mi devo rassegnare, non tornerà mai più” e la rassegnazione arriva, ma è troppo tranquilla, è incolore, piatta. E tu diventi ancora più grigia della rassegnazione ed è come se fossi veramente morta anche tu.

[…] Ogni tanto esplode la rabbia, come quella dei primi giorni, quella che ti fa urlare: “Perché? Perché a lei? Perché a noi?  Come possono capitare queste cose?”. Dopo due mesi non so ancora la risposta. Non posso sapere e capire perché sia successo, non so rendermi conto del perché accadano simili disgrazie. Mi pongo spesso il problema e chissà se un giorno capirò qualcosa… ma credo che non lo capirò mai abbastanza.

[…] Nel frattempo si avvicina a grandi passi il Natale: una festa che noi sapevamo trasformare anche in un divertimento, con scherzi e allegria. Adesso lo aspettiamo con timore. Come sarà senza Federica? mi chiedo. Posso solo rispondermi dicendo: “Brutto!” e subito dopo penso: “Come tutti gli altri giorni!”. Ci prepariamo quindi ad affrontarlo come fosse un drago che ci vuole mangiare.
Stiamo addobbando la casa, come facevamo sempre. Penso che, in queste occasioni, mantenere una facciata di “normalità” aiuti molto, ma sia anche molto faticoso, perché porta con sé tanti ricordi belli che ti rammentano che così felice non potrai esserlo più.
[…] Sarebbe accaduto lo stesso perché, per taluni avvenimenti della nostra vita, abbiamo tutti un destino già scritto. Affermo ciò, anche se io ho sempre sostenuto che il destino ce lo facciamo da soli, con il nostro atteggiamento verso la vita e i suoi avvenimenti. E’ il nostro comportamento, o modo di reagire, che ci fa operare delle scelte e prendere delle decisioni che possono alterare e guidare il corso della nostra vita. Credo, però, che certi fatti della nostra esistenza siano già scritti e noi dobbiamo solo recitarli, nel miglior modo possibile. 
Ecco, mi sento proprio come se stessi recitando, perché la morte di Federica ancora non mi sembra vera, non può sembrarmi vera! Dopo che hai avuto una figlia per ventiquattro anni, non riesci a concepire il mondo senza di lei. Il cervello si rifiuta di ammetterlo, anche con se stesso, e allora fa finta di essere un’altra persona e di guardare l’accaduto da fuori, mantenendo una certa distanza, proprio per proteggere se stesso e la tua salute mentale.  Per la maggior parte del tempo, so che mi comporto come se non fossi veramente io la mamma di Federica, quindi sono molto addolorata, ma sempre in un modo sopportabile. Ogni tanto, però, sento che è tutto vero e percepisco in pieno tutta la sofferenza e l’irreparabilità dell’accaduto. Nessuno può porvi rimedio. NESSUNO! Allora mi sento morire per la millesima volta e non capisco più chi sono e cosa sto facendo qui. Che scopo ho? Cosa potrò fare? Che cosa avrò voglia di fare? Avrò mai più voglia di fare qualcosa?
Spero di sì. Spero, un giorno, di arrivare a sentire certe cose che sentivo prima e d’avere ancora il desiderio di qualcosa che sembri veramente importante.

[…] Chiamarlo solo dolore è molto riduttivo e superficiale. E’ anche smarrimento, sfiducia, pessimismo, insicurezza, disorientamento, perdita d’identità e paura. Un insieme molto complesso di sentimenti ed emozioni, molte senza un nome chiaro, in cui perdersi. Tutto questo contribuisce ad aumentare l’impressione d’irrealtà e d’apatia, che ci circonda come una massa vischiosa, accentuando il nostro senso d’immobilità.
18 gennaio 2002

Il freddo non ci abbandona quest’anno. Un inverno così gelido e prolungato come questo, era da anni che non si presentava. Molte piante cui volevo bene si sono gelate e, forse, non si riprenderanno più. La casa si è riempita di crepe, a causa della troppa siccità, dicono. Provo quasi un po’ di soddisfazione per tutte queste cose. Le sento giuste, perché si abbinano perfettamente al mio stato d’animo. Anche le cose inanimate si rivoltano per quello che provo. Sono solidali con il mio dolore.
La sensazione che anche la natura e le cose si stiano ribellando, contribuisce ad alimentare questo periodo di stasi totale, dove sento che non sto facendo niente d’importante, niente di vero. Forse perché non so cosa dovrei veramente fare. Non so cosa potrebbe rendermi, se non felice, almeno serena. Cosa facevo prima? Che cosa mi rendeva felice?

[…] Mi domando se “vivere intensamente”, cioè amando le persone, provando emozioni e portando avanti idee e pensieri propri, consumi in poco tempo tutto l’amore che c’è stato assegnato per questa vita. Mi chiedo se, in questo caso, l’amore e le emozioni non vengano come bruciate rapidamente ed esauriscano la loro essenza in un tempo più breve.
Sarebbe meglio dosarle e farle durare più a lungo? Però sarebbe come non vivere. Sarebbe morire prima del tempo.

[…] Ero veramente disorientata, tanto da provare sentimenti molto contrastanti tra loro e cambiarli nel giro di pochi minuti. L’impressione che ricordo chiaramente di quel primo periodo, è solo un grande caos.
Niente era più al suo posto, nessuno faceva quello che avrebbe dovuto, le abitudini erano completamente sovvertite. L’unica immagine che mi veniva in mente, era che avrei voluto sapere tutti a casa con i loro figli, a vivere la loro solita vita.
Solo questo desideravo, solo questo mi poteva rassicurare. In un momento in cui non avevo niente in cui credere, volevo poter sperare in una possibile serenità per gli altri.

[…] Da quando mi sono imposta di controllare la “rabbia sterile”, quella dell’inizio, che non porta a niente, e ho indirizzato i miei sforzi verso lo sguardo interiore, riesco a metabolizzare queste emozioni altrimenti insopportabili. Le esamino, le riconosco e do loro un nome, le divido, le spezzetto, fino a fare in modo che sia possibile eliminarne qualcuna. Ho scoperto che, di fronte ad un dolore così grande, si tende ad aggravarlo aggiungendoci, come se non fosse già insopportabile da solo, tanti altri piccoli dolori. Dopo un’operazione così complessa, questa montagna che prima era il nostro dolore, sarà diventata così enorme da scoraggiare anche il più intrepido degli esseri umani. […]

[…] Cosa ci può spingere ad andare avanti? Possono essere gli altri? Può essere un’esortazione detta con amore: “Coraggio, devi essere forte!”?
Possono gli altri trasmetterci la forza, il coraggio per alzarci tutte le mattine, andare al lavoro e svolgere le solite incombenze, vedere persone, parlare?
Sì, è possibile, ma solo se ci crediamo. Solo se pensiamo di poterci salvare, possiamo farci aiutare da qualcuno. La prima persona che deve credere in noi, siamo noi. Se riusciamo a credere che sia possibile farlo, possiamo assorbire forza e stimoli dagli altri, e possiamo anche rivolgerci a persone competenti per la loro professionalità o per gli studi. Una terapia con l’ausilio di un bravo psicoterapeuta avrà maggiore successo solo se siamo già disposti ad aiutare noi stessi. Tutto è possibile solo se, noi per primi, penseremo che ne valga la pena.
Ecco che esce allo scoperto quel “rispetto di noi” che dovrebbe essere alla base d’ogni nostro comportamento, e che è il presupposto per il mantenimento della nostra forza e della voglia di essere sempre ben presenti a noi stessi. Solo se lo siamo per noi, potremmo poi esserlo anche per gli altri.
Quando mi guardo allo specchio, voglio prima di tutto ritrovarmi: solo se io crederò di esserci, gli altri potranno vedermi. Riconoscermi nei loro gesti aumenterà la consapevolezza di quello che devo o voglio fare.
Infatti, se io mi sentissi desolata e degna solo di compassione, ecco che lo diventerei subito, anche agli occhi altrui. Nel momento in cui mi rendo conto che riuscirò ad andare avanti e a mantenere una vita dignitosa, sto già vincendo la mia battaglia.
Allora posso anche occuparmi degli altri e smettere di pensare solo a me stessa; il dolore altrui, solo se pensi di poterlo ricevere senza esserne sopraffatto, può essere un coinvolgente mezzo di rinnovamento.

[…] E’ forse giusto che gli altri si chiudano nel loro dolore e smettano di vivere?
No, lo dico sempre e ne sono fortemente convinta.
Dov’è, allora, la differenza? Perché un trattamento diverso per me?
Penso a me stessa come madre, perciò non posso permettermi di smettere di soffrire. Io credo, infatti, che la mia sofferenza di madre non cesserà mai. Potrò, forse, un giorno, sentire il dolore in misura più sopportabile, in un modo che mi permetterà di affrontare la vita e le sue prove, ma so che niente sarà mai più come prima.
Devo capire e accettare che sono ancora viva e posso continuare a vivere.
Soffrire non significa smettere di vivere. Non significa smettere di ridere, o impedirsi d’essere contenta delle piccole cose, o degli avvenimenti felici. Tutte queste cose esistono ancora e noi dobbiamo riuscire a vederle; non hanno smesso di esistere con la morte di Federica, è la nostra anima che finge di non vederle più. Se riusciamo a rilassarci, possiamo percepire qualche momento di gioia e allegria. Potrebbe accadere, allora, che un ingiusto senso di colpa c’impedisca di vivere in serenità questi attimi e non ci permetta di apprezzare le piccole gioie che ci accadono.

[…] Mi stupisco quando provo reazioni simili a quelle che avevo prima, reazioni già conosciute. Mi scopro a gioire delle meraviglie della natura, guardo gli uccellini entrare nel nido portando da mangiare ai loro piccoli e mi intenerisco, ammiro un’opera d’arte e sono ancora capace di perdermi nella sua immensità. Ogni tanto ritrovo qualche pezzetto di me stessa, frammenti che avevo creduto persi per sempre, e sono sorpresa da questo.
All’inizio ho creduto di essere morta. Pensavo che la parte di me più interna, quella nascosta agli altri, fosse completamente spenta e ho desiderato che trascinasse con sé, in questa scomparsa, anche la parte di me più esterna, quella che tutti potevano vedere, affinché cessasse questa sofferenza atroce. [..]

[…] Posso dire con esattezza il momento in cui ho capito d’essere ancora viva. Ricordo ogni istante di quel giorno. Le sensazioni sono state così forti e intense da depositarsi nel mio cuore, insieme alla certezza di possederne ancora uno.
Da qualche mese sentivo a sprazzi la vita ritornare dentro di me, ma non ci credevo e, soprattutto, non pensavo di potermelo ancora concedere. Ero così convinta di essere morta che, quasi, ne ero felice. Era giusto, nell’ordine naturale delle cose; era la giusta punizione per essere ancora qui e non essere morta al posto di Federica. […] e ho capito che non ero mai stata veramente morta. Ero sempre stata viva, anche senza saperlo. Il mio cuore batteva ancora, poteva ancora amare e, perciò, io potevo vivere.  

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