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L'ultima canzone d'amore di Nicla Morletti

Introduzione

Una storia d’amore vera, dei giorni nostri.
Una di quelle storie che ti lasciano il segno nel cuore. Per sempre.
Rocco, uomo affascinante, musicista versatile, si innamora di Dora, dolce, bellissima.
«Voglio fare con te quel che la primavera fa con gli alberi di ciliegio» le dice un giorno.
Lei è perplessa, poi cede.
Inizia così tra i due una storia clandestina, tra rimorsi e gelosie.
Due protagonisti straordinari, un amore sofferto, la suggestione della campagna toscana ed il fascino della Versilia creano l’atmosfera magica di una grande passione.

Booktrailer

Prefazione di Mario Luzi

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Prefazione di Mario Luzi
Prefazione di Mario Luzi

È questa una storia d’estasi amorosa, di passione, di angoscia e rimorsi fino all’imporsi del dovere: una storia non insolita, quasi rituale, ma raccontata così da vicino, con tanta affabile aderenza e con tanta vita immaginativa e partecipazione da offrire una piacevole lettura. Anche per la spigliata amabilità della prosa, felice soprattutto nella sensualità, nei quadri variabili e variopinti della natura e delle stagioni. Prendo congedo da queste pagine con la speranza di altre che le seguiranno e con il soddisfatto gusto di aver letto, intanto, questa meravigliosa favola.
Mario Luzi

***

Dicono che l’usignolo si
trafigge il petto con una
spina quando canta la
sua canzone d’amore.
Così noi. Come potremmo
altrimenti cantare.

K. Gibran

Capitolo 10 Nella notte chiara i due innamorati alzarono gli occhi al firmamento e videro le stelle...

A casa di Dora

Quando giunsero a casa di Dora era da poco passata la mezzanotte. Il caos della città era svanito, quel cuore pulsante pareva aver trovato finalmente la sua pace. Di tanto in tanto una sirena, il latrato di un cane, il rumore di una macchina che passava, miagolii di gatti in amore. Qualche camino che fumava, la luce lattescente dei lampioni che faceva compagnia al chiarore lunare. Nient’altro. Sui tetti, sulle cupole, sui giardini pensili di Firenze era calata una fitta coltre di silenzio. E un manto di pace si era adagiato sulle colline attorno e sui declivi coperti di viti e olivi.
Nella notte chiara i due innamorati alzarono gli occhi al firmamento e videro le stelle, puntini impercettibili alla luce della luna, nel momento in cui splendeva più che mai nell’assonnata volta del cielo.

Quando Dora aprì la porta del suo appartamento, nel palazzo tutte le luci erano spente.
Pigiò l’interruttore e la luce si accese. Rocco, che la seguiva, chiuse la porta alle loro spalle.
Mimì, il gatto grigio di Dora, dormiva acciambellato sulla sua poltrona preferita.
Squillò il telefono e l’animale drizzò le orecchie, fece un balzo a terra, si stiracchiò e si strusciò alle gambe di Rocco.
«Gli sei simpatico» disse Dora, poi andò a rispondere.
«Pronto?».
Pausa.
«Ah, sei tu, mi hai fatto prendere uno spavento. Perché chiami a quest’ora della notte?».
Attimi di silenzio.
«Sono uscita con le mie amiche, abbiamo cenato fuori. Ero stanca di starmene qui in casa da sola».
Ancora una pausa.
«Ti diverti in montagna?».
Il tono di Dora era sarcastico. Rocco le si avvicinò e la baciò sulla nuca. Languidamente.
Lei se ne stava ancora in piedi vicino alla finestra con il cappotto addosso e il ricevitore in mano, accostato all’orecchio.
«Per favore non ho voglia di litigare».
Rocco sentiva una voce concitata al di là dell’apparecchio, ma non comprendeva bene le parole.
«Lascia perdere, per favore».
Attimi di silenzio.
«Senti, ne riparleremo domenica quando tornerai. Va bene? Buonanotte». E riattaccò.
«Cosa voleva?» domandò Rocco.
«Ha telefonato più volte questa sera, ma io non ero in casa».
«Pensi che sospetti qualcosa?».
«Ma se non ti conosce nemmeno!».
«É un uomo geloso?».
«Non credo di interessargli molto dal momento che se ne va spesso per i fatti suoi».

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Dora si avvicinò al caminetto dove era rimasta della brace, aggiunse la legna e ci soffiò sopra. Lingue di fuoco si levarono dai tizzoni ardenti, e danzò nell’aria una moltitudine di faville con un crepitìo prolungato.
«Togliti il cappotto» disse poi a Rocco mentre si sfilava il suo. L’appese all’attaccapanni nell’ingresso e lui la imitò.
Dora appoggiò la borsetta su una poltrona in salotto, si ravvivò i biondi capelli con le dita delle mani e sospirò.
«Non pensare a lui, è te che voglio».
Rocco sorrise compiaciuto e sbirciò l’appartamento: i quadri alle pareti, i lampadari di Boemia, l’argenteria, le specchiere e le sedie rococò.
Tutto era squisitamente sobrio ed elegante.
«É bello, qui» disse.
Poi si avvicinò alla portafinestra, scostò le tende, l’aprì e andò sul terrazzo. Da lassù, al quarto piano, si vedeva un bel panorama: Firenze di notte con in cielo la luna piena.
Dora prese Rocco per mano e lui la strinse a sé.
«Sono felice che tu sia qui» gli sussurrò all’orecchio.
«Anch’io».
«Non avrei mai osato sperare di trascorrere una notte con te».
«Ed invece eccoci qua. Insieme. Sul terrazzo di casa tua».
«É stupendo».
«Vieni, rientriamo, fa freddo» disse lui cingendole la vita con il braccio.
«Vorrei stare qui con te per sempre».
Dora richiuse la portafinestra, poi si avvicinò alla consolle.
«Ieri ho scritto una lettera per te, prendila. Leggila domani però, dopo che ci saremo lasciati» aggiunse.

Passarono il resto della notte in quell’appartamento. Soli. Con il fuoco che ardeva nel caminetto. Fecero l’amore sul divano, poi scivolarono sul letto vittoriano dalla testata d’ottone e il copriletto di broccato dai motivi floreali intessuti con fili d’oro e d’argento.
Rocco baciò ogni centimetro della pelle di Dora, provando la seducente sensazione dell’abbandono e della dolcezza.
La prima luce dell’alba li sorprese addormentati l’uno accanto all’altra, ancora abbracciati, mentre fuori pioveva.
Rocco si svegliò con in mente alcuni versi di B. Brecht:

Ora nella notte che io ti amo
bianche nubi stanno nel cielo,
silenziosamente,
e le acque scrosciano sopra i sassi
e il vento ha un brivido
fra le erbe secche.

Al mattino, prima di mettere in moto l’automobile e prendere la strada del ritorno, estrasse di tasca la lettera e lesse:

Caro amore,
sono trascorsi mesi ormai da quando è iniziata questa nostra bellissima storia.
Ambedue abbiamo un sacco di problemi: inventiamo bugie, siamo costretti a nasconderci, facciamo cose incredibili per vederci anche per pochi minuti.
Ma nonostante tutto continuiamo ad andare avanti. Ci sono giorni in cui siamo allegri e spensierati e giorni in cui siamo tristi e malinconici, con il tarlo della gelosia che ci rode il cuore e la paura di perderci per sempre. Per tornare poi a gioire quando siamo l’uno tra le braccia dell’altra. Ed il nostro amore è diventato talmente grande che non sappiamo più dove ci porterà. Giorno dopo giorno sentiamo sempre di più il bisogno di stare insieme.
Mi resta difficile dirlo ed anche scriverlo, ma ti amo.
Tu sei una persona meravigliosamente dolce e affettuosa e so che mi vuoi bene al di sopra di tutto e di tutti.
Non aggiungo altro altrimenti ti monti la testa.

Non dimenticarmi

Dora

Capitolo 11 A Rocco piaceva tenere Dora tra le braccia. Lì, tutta per sé.

Nell’immagine dipinto di Leonid Afremov

All'Hotel Leonardo

Il portiere dell’Hôtel ormai non chiedeva più i documenti a Rocco e a Dora. Hôtel Leonardo. Località Valdarno. Bellissimo. Tranquillo. Color salmone.
Rocco arrivò per primo in quella mattina piovosa di fine Marzo.
«Piove sempre nei momenti più importanti della mia vita» pensò.
Alla reception il portiere gli consegnò le chiavi della camera. Quella di sempre. Stanza 217.
Salì le scale lentamente, con le mani affondate nelle tasche, poi attraversò il lungo corridoio. C’erano piante di fiori lungo il passaggio, quadri e animali imbalsamati alle pareti, forse trofei di antiche vittorie.
Entrò, chiuse la porta alle sue spalle, si tolse l’impermeabile e si guardò allo specchio: aveva i capelli bagnati di pioggia, ma era felice. Tra non molto avrebbe stretto tra le braccia Dora.
La stanza era silenziosa, si udiva solo lo scrosciare dell’acqua.
Sedette sul letto, accarezzò la bianca coperta, accese l’abat-jour, guardò l’orologio: le dieci e trentacinque. Dora tardava ad arrivare. Accese una sigaretta, aspirò profondamente, vide i quadri alle pareti: delicati acquerelli che raffiguravano la campagna toscana, con fattorie, casolari sparsi, campi di girasoli dai fusti eretti e le gialle infiorescenze volte verso il sole. E fuori continuava a piovere. Gli faceva compagnia quel crepitìo prolungato, quel frusciare di acque cadenti, quel rumoreggiare incessante. Fece qualche passo verso la finestra e scostò la tenda: i colli, le balze, i campi lontani erano avvolti da una densa nebbia e tra le brume svettavano qua e là, come per magia, foschi campanili e imbronciate cime di cipressi.
Rocco pensò a suo figlio tra i banchi di scuola e immaginò Rossella rientrare in casa con in mano i fagotti della spesa, imprecando contro il maltempo, mentre lui si trovava in quella camera d’albergo in attesa di Dora.
Non provava nessun rimorso, nessun senso di colpa. Attendeva colei che tardava ad arrivare, fremeva dalla voglia di stringerla fra le braccia.
Tornò a sedersi sul letto. I secondi parevano un’eternità. Guardava l’orologio, batteva il piede per terra.
Sbirciando attorno, però, si rese conto che quella stanza rappresentava il mondo intero. Era il loro nido d’amore. L’alcova della gioia.
Un rumore di passi affrettati per le scale, due colpetti dati piano alla porta, e lui comprese che il momento era arrivato.

Un attimo dopo Dora era tra le sue braccia, con il viso bagnato di pioggia, i capelli scomposti.
La donna depose sul comodino un sacchetto di carta.
«Ho portato una bottiglia di champagne e dei pasticcini» disse e chiuse la porta lasciando fuori il mondo.
Si baciarono intensamente, rimanendo in piedi così, stretti stretti. Per lunghi, interminabili secondi. Senza dirsi una parola. Rocco le posò poi le labbra sul collo. Sentiva il sapore buono della pelle di lei. Inconfondibile. Poi le sfilò la giacca. Lentamente. Dora gli sbottonò la bianca camicia baciandolo sul petto, ed i suoi biondi capelli bagnati di pioggia sfiorarono delicatamente la pelle di lui, carezzandola lievemente.

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Se ne stettero a lungo in quella stanza, distesi sul letto. L’uno accanto all’altra, l’uno sull’altra, l’uno nell’altra. Un contatto psichico il loro, oltre che fisico. Una perfetta simbiosi tra le parti. A Rocco piaceva tenere Dora tra le braccia. Lì, tutta per sé. Lei era dolcissima.
E sul letto di quella camera d’albergo, stanza 217, si consumò, come altre volte, il loro rito d’amore.
«Se tu avessi bisogno del mio cuore per vivere, farei in modo di morire in maniera accidentale per potertelo donare» le disse Rocco.
Lei sorrise, passandogli le dita tra i bruni capelli:
«Mi hai già donato un po’ della tua vita».
«Sarebbe bellissimo aver un figlio da te».
«Con gli occhi a mandorla come i tuoi».
«Andiamo a vivere insieme».
«E con i nostri rispettivi coniugi come la mettiamo?».
«Diciamo loro la verità».
«Pare facile».
«Rossella ne farebbe un dramma».
«Mario, furibondo, mi prenderebbe a schiaffi, trattandomi come la peggiore delle donne di strada. E tuo figlio poi, cosa penserebbe di noi, di me e di te che ci amiamo alla follia? Lui ancora non sa niente della vita, non sa cosa sia l’amore».
Calò su di loro una gelida coltre di silenzio, poi Rocco strinse più forte la mano di Dora.
«Non voglio perderti» disse infine.
«Ti amo profondamente» aggiunse lei, appoggiando la testa sulla spalla di lui.
La pioggia fuori continuava a cadere cantando il suo rituale ritornello: la ballata della nascita e della fine delle cose, della primavera e dell’autunno. La serenata delle stagioni. La canzone della vita che passa e se ne va.

Rocco, sulla via del ritorno, alla guida del suo fuoristrada, pensò: «Cosa ne sarà della mia esistenza?»
E fu assalito dall’insensata, folle paura di perdere Dora. Poi ripensò ai dolci momenti passati con lei e il suo animo parve liquefarsi di tenera commozione.
Percorrendo la strada che s’insinuava tra le colline avvolte dalla foschìa, a bordo della sua Land Rover, Rocco, in prossimità di Montevarchi, si accorse di avere gli occhi umidi di pianto.

Capitolo 12 Rocco vide Rossella aggiustarsi una ciocca di capelli sulla fronte e fargli poi un cenno di saluto con la mano.

La gita con Andrea

Arrivò a casa alle quattordici. Come sempre. Come quando tornava da scuola. Parcheggiò la macchina nel piazzale e poi scese. Non pioveva più, ma si era alzato un forte vento che strapazzava le chiome degli alberi, piegandole ora di qua, ora di là, in un ritmo senza fine. All’orizzonte uno sbandarsi di nubi, nel cielo qualche sprazzo di azzurro.
Rocco si strinse di più nella giacca e tirò su il colletto.
Mentre saliva lentamente le scale, provò un certo disagio: gli sembrava di portare stampati sul viso i segni dell’amore appena consumato, il desiderio ardente che lo aveva spinto tra le braccia di Dora. Temeva che Rossella gli leggesse nei pensieri e scoprisse la verità, intuendo che lui aveva ceduto a una passione nuova.
Udì sbattere una persiana contro il muro, mentre la palma lottava contro il vento e fiori di biancospino volavano nell’aria.
Esitò a infilare la chiave nella toppa. Ma, ad un tratto, la porta si spalancò e apparve sulla soglia il figlio Andrea che gli corse incontro a braccia aperte.
«Babbo, finalmente sei tornato!».
«Ciao, piccolo».
«Oggi ho preso ottimo a matematica».
«E la mamma cos’ha detto?».
«Di continuare sempre così. Ci ha preparato le tagliatelle al ragù e lo sformato di spinaci che a me piace tanto».
«Non avete ancora mangiato?».
«No, aspettavamo che tu tornassi».
Apparve all’ingresso della villa, Rossella, con le maniche del maglione arrotolate sopra gli avambracci e un grembiule bianco.
«Cosa state aspettando lì fuori, al vento, entrate ché il pranzo si raffredda!».
In cucina l’odore della carne arrostita si mescolava a quello dello sformato e del caffè.
Rocco andò in bagno, chiuse la porta e si guardò allo specchio. Non c’erano segni né sul volto, né sul collo.
«L’amore e la passione non lasciano tracce evidenti» pensò.
Si lavò con acqua e sapone la faccia per cancellare il profumo di Dora dalla pelle.
Gli pareva di sentirla ancora muoversi sotto di lui, morbida e calda. Un brivido gli percorse le membra, poi le grida di Andrea lo distolsero dai suoi dolci pensieri.
«Babbo, esci fuori di lì, sbrighiamoci a mangiare, così poi andiamo a fare un giro in macchina».
«Ma non devi fare i compiti?».
«Li farò più tardi, non ti pare?».
Passò Rossella con un bel vassoio di tagliatelle che emanavano un buon odore di spezie da far venire l’acquolina in bocca.
«Com’è andata oggi all’Istituto?».
«Come sempre. Perché mi fai questa domanda?».
«Così».
Rocco divenne ansioso. Aveva chiesto al Preside il permesso per avere quella mattina libera, all’insaputa di Rossella. E se lei avesse telefonato a scuola? Quanti dubbi, quante incertezze torturavano il suo animo inquieto.
Mentre se ne stava in piedi, in un angolo della cucina, vide la moglie poggiare sul tavolo il cestino del pane, la bottiglia dell’acqua e quella del vino. Girava qua e là come una trottola.
«Avanti, sedetevi» disse. Poi appoggiò una mano sulla spalla del marito e passò l’altra tra i capelli di Andrea.
Rocco si rincuorò: sua moglie era serena quel giorno, nessuna tempesta in vista, poteva mangiare in pace.
Mentre gustava le tagliatelle, i suoi pensieri tornarono a quella camera d’albergo in Valdarno. Si sentiva ancora inebriato dal profumo della pelle di Dora e dai suoi baci.

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Nelle mani del vento

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Dopo pranzo Andrea accese il computer, inserì il dischetto e si mise a giocare; Rocco invece sprofondò sul sofà azzurro con la testa appoggiata sui cuscini. Udiva le grida di gioia del figlio ogni volta che riusciva ad affondare la nave dei pirati e il bip-bip dello strano pupazzo che si muoveva sullo schermo, saltando da un canale all’altro, superando alte palizzate con ogni genere di ostacolo.
Rossella invece, in cucina, era intenta a riporre i piatti e le stoviglie usate per il pranzo. Rumori consueti, suoni familiari, che pian piano divennero sempre più ovattati, distanti, lontani. Le palpebre si abbassarono e Rocco sprofondò in un sonno ristoratore.
Il risveglio fu brusco e repentino. Andrea gli era piombato addosso e adesso lo stava tirando per la manica della giacca: «Babbo, svegliati, dobbiamo uscire!».
Rocco si stropicciò gli occhi, sbadigliando.
«La nostra gita, non ricordi? Ieri hai detto: “Domani pomeriggio andremo in Val d’Orcia”».
«Che ore sono?».
«Sono le sedici, o per dirla alla buona, le quattro pomeridiane. Non piove più ed è spuntato il sole».
«La mamma dov’è?».
«In giardino, sta parlando con la proprietaria della fattoria vicina, che possiede un cane lupo nato da poco. É bellissimo. Fosse mio! Ma la mamma detesta i cani…».
«Sai cosa faremo allora?».
«Sentiamo».
«Chiederemo alla signora Clara il permesso di giocare con il piccolo ogni volta che tu lo vorrai».
«Davvero farai questo per me?».
«Anche di più».
«Ti voglio bene babbo».
«Anch’io e tanto. Ma ora vai a domandare alla mamma se vuole venire con noi in Val d’Orcia».
«L’ho già fatto prima, mentre tu dormivi, ma ha risposto che deve sbrigare ancora molte faccende qui a casa».
«Allora andiamo. Infilati il giubbotto e usciamo all’aria aperta».
Rocco aprì la porta e, tenendo il figlio per mano, scese le scale. Nelle aiole del giardino erano fiorite le viole e non lontano dal grande salice che aveva messo le prime gemme, si stendeva un tappeto di gigli e di giunchiglie che si muovevano al vento, spandendo nell’aria il profumo dei fiori della primavera.
Rossella e la signora Clara erano sedute sulla panchina di pietra, parlavano e gesticolavano. La proprietaria della fattoria accanto era una donna sulla cinquantina, alta, magra e spesso sorridente. Era amica di Rossella da tempo.
«Ehi!» gridò Rocco rivolgendosi alla moglie «Perché non vieni con noi?».
«Vi aspetto a casa».
«Arrivederci signora Clara!» gridò Andrea.
Rocco vide Rossella aggiustarsi una ciocca di capelli sulla fronte e fargli poi un cenno di saluto con la mano.
I loro rapporti da tempo si erano ormai raffreddati, ma lei pareva felice così. Non aveva mai avuto grandi slanci affettivi, né attrazione per il sesso. Lei, nella sua casa, si sentiva perfettamente a suo agio, perché si trovava in mezzo ai suoi familiari e perché nessuna indiscrezione estranea la turbava. In nessun luogo stava bene come nell’intimità di casa sua. Aveva un marito e un figlio a cui badare, possedeva denaro sufficiente per condurre un buon tenore di vita, e questo le bastava.

Andrea sedette accanto a Rocco. Destinazione: Val d’Orcia. Percorsero strade in salita, poi in discesa, tra campi di sulla, calanchi, boschi e bandite. Visitarono il centro abitato di San Giovanni d’Asso situato su un colle, sovrastato da un antico castello, alle cui falde scorre il torrente Asso, e la chiesa romanica di San Pietro in Villore, circondata dai cipressi. Poi fu la volta del pittoresco abitato di Montisi con la sua storica Grancia, e il castello di Montelifré.
«La Madonna delle Nevi è la patrona di questo paese» disse Rocco ad Andrea.
«Tra le produzioni agricole del luogo, preziosa e nota in tutta Italia, è quella del tartufo bianco» spiegò Rocco al figlio. «Ma la terra offre anche ottimi vini, formaggi saporiti e buon olio».
Più tardi giunsero a Pienza. Camminarono per la Via dell’Amore da dove si poteva vedere un bellissimo panorama: la grigia vetta del Monte Amiata da un lato e le dolci colline ondeggianti dall’altro. Una terra inquietante, levigata dal vento, mitigata dalla bella stagione, un mare solcato da file di cipressi e olmi. Un luogo dove i pensieri potevano fluttuare all’infinito, scontrandosi con battiti d’ali, per smarrirsi infine all’orizzonte in una dolce e struggente malinconia. Poi il sole incominciò a declinare, si accesero i lampioni, si alzò una piacevole brezza che spirava da ovest, i colori si addolcirono e il tramonto tinse di nostalgia quella giornata di primavera.
All’ora del crepuscolo Rocco e Andrea passeggiavano per le vie del paese di Montalcino, arroccato in cima ad una collina e stretto tra le alte e solide mura. La Fortezza si stagliava imponente con le sue guglie e le sue torri contro il cielo bigio della sera dalle striature rossastre.
Ad un tratto Andrea strinse di più il braccio del padre, dicendogli: «Babbo, tu non mi lascerai mai, vero?».
«Non ti lascerò mai».
Il bambino non si accorse che Rocco aveva gli occhi lucidi.
Mentre la Land Rover percorreva velocemente la strada che conduceva a casa, snodandosi tra le crete senesi, videro scomparire pian piano anche l’ultima fascia di luce all’orizzonte. E la notte scivolò lentamente attraverso i boschi, le balze ed i calanchi, avvolgendoli nel suo tenebroso manto.

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Nicla Morletti

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Nicla Morletti, il profilo dell’autrice e le sue opere

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