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L'ultima canzone d'amore di Nicla Morletti

Introduzione

Una storia d’amore vera, dei giorni nostri.
Una di quelle storie che ti lasciano il segno nel cuore. Per sempre.
Rocco, uomo affascinante, musicista versatile, si innamora di Dora, dolce, bellissima.
«Voglio fare con te quel che la primavera fa con gli alberi di ciliegio» le dice un giorno.
Lei è perplessa, poi cede.
Inizia così tra i due una storia clandestina, tra rimorsi e gelosie.
Due protagonisti straordinari, un amore sofferto, la suggestione della campagna toscana ed il fascino della Versilia creano l’atmosfera magica di una grande passione.

Booktrailer

Prefazione di Mario Luzi

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Prefazione di Mario Luzi
Prefazione di Mario Luzi

È questa una storia d’estasi amorosa, di passione, di angoscia e rimorsi fino all’imporsi del dovere: una storia non insolita, quasi rituale, ma raccontata così da vicino, con tanta affabile aderenza e con tanta vita immaginativa e partecipazione da offrire una piacevole lettura. Anche per la spigliata amabilità della prosa, felice soprattutto nella sensualità, nei quadri variabili e variopinti della natura e delle stagioni. Prendo congedo da queste pagine con la speranza di altre che le seguiranno e con il soddisfatto gusto di aver letto, intanto, questa meravigliosa favola.
Mario Luzi

***

Dicono che l’usignolo si
trafigge il petto con una
spina quando canta la
sua canzone d’amore.
Così noi. Come potremmo
altrimenti cantare.

K. Gibran

Capitolo 7 Rocco pensava che stava vivendo una storia d'amore stupenda...

Innamorati a Firenze

Rocco pensava che stava vivendo una storia d’amore stupenda: la più bella storia d’amore che un uomo possa mai desiderare. Con una donna che abitava lontano, ma che era sempre nel suo cuore. Scrisse anche una canzone per lei.
Incominciarono a vedersi due, tre volte alla settimana. Rocco, al termine delle lezioni che teneva all’Istituto di Musica, correva a Firenze.
«Nel pomeriggio devo trattenermi a Siena per impartire ai ragazzi alcune lezioni private» diceva alla moglie. Rossella era soddisfatta: le piaceva quel marito così impegnato che lavorava sodo per la famiglia e tanto affettuoso con il piccolo Andrea.
Rocco e Dora trascorrevano pomeriggi indimenticabili. Insieme. A Firenze. Mano nella mano per le vie del centro a fare spese, incuranti dei passanti. Attimi rubati. Con il sole o con la pioggia, con la nebbia o con il vento freddo e secco che soffiava da nord.
Si facevano regali, si coccolavano, si scambiavano dolci parole; ridevano e scherzavano come due adolescenti pieni di vita, rubando briciole di felicità. Al declinare del giorno, nel Piazzale Michelangelo, quando si accendevano le prime luci e il sole scompariva dietro i tetti e le cupole di Firenze, si abbracciavano teneramente, si salutavano, poi ciascuno tornava a casa propria con il volto che esprimeva tristezza.
Rocco pensava che valeva la pena di vivere per il solo fatto di aver conosciuto Dora.
Si telefonavano spesso, anche nel cuore della notte, per dirsi: «Ti amo». Nessuno poteva sentire grazie al vibra-call.
Interminabili minuti al cellulare.
«Come stai?».
«Come vanno le cose con lui?».
«Meglio lasciar perdere».
«Riusciremo a sopravvivere a questa storia?».
«Non lo so. Ma di una cosa sono certa: mi sono innamorata pazzamente di te».
Di pomeriggio, di tanto in tanto, Rocco passava in macchina sotto casa di lei. Con gli occhiali da sole e con il bavero dell’impermeabile tirato su per non farsi riconoscere da eventuali curiosi. Faceva novanta chilometri per vedere le luci accese nell’appartamento dell’amata, per spiarne qualche mossa, per sentirsela più vicina. Poi, quando si incontravano di nuovo, assaporava i baci ardenti di lei, bevendo da quelle labbra l’elisir di vita. Le diceva: «Sono pazzo di te». Glielo ripeteva dieci, venti, cento volte. Dora gli scriveva lunghe lettere d’amore, infilandogliele in tasca durante l’ultimo abbraccio della sera.

Un pomeriggio Rocco andò a prenderla in periferia di Firenze, dove lei abitava, per andare a fare una gita in automobile sulle colline attorno alla città. Ben presto giunsero in una pineta, non faceva troppo freddo quella sera e c’era nell’aria un’atmosfera magica. Dora indossava una giacca di pelle, Rocco un maglione grigio perla e pantaloni di stoffa color blu.
Di tanto in tanto il rumore lontano di un aereo, qualche passero tra i rami, un sole pallido che faceva capolino tra le chiome degli alberi.
Scesero dall’auto, spiegarono un plaid per terra e si distesero l’uno accanto all’altra a testa in su a guardare le nuvole che passavano rade tra i pini. Poi si baciarono, scambiandosi tenerezze. E lei, che era allergica all’erba, si ricoprì di brufoli.

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Il venticinque dicembre, festa liturgica della rinascita e dell’allegria, per Rocco fu un lungo giorno malinconico e triste. Andrea e Rossella avevano fatto l’albero di Natale in salotto: un grande abete con tante luci colorate e una stella dorata in cima.
Nevicò quel giorno: un brulichìo di bianche farfalle rese incantevole un paesaggio da fiaba. Ma non c’era gioia nel cuore di Rocco, perché Dora era lontana.
Andrea invece, mentre scartava i regali dei nonni, intonava felice alcune filastrocche natalizie gettando poi in aria i pacchetti vuoti.
Nel pomeriggio padre e figlio erano in giardino intenti a fare un pupazzo di neve: una carota al posto del naso, un cappello nero in testa, un fiocco rosso al collo, un sigaro toscano in bocca. Il bambino era felice sotto i pini, dai cui rami, di tanto in tanto, cadeva giù neve farinosa. Dal tronco della vecchia palma si dipartivano candide fronde, così come dalla palma della mano si diramano le dita. Sulle siepi d’alloro, sulle frasche, sulle betulle si erano formati ricami di seta bianca, e c’erano merletti sul cornicione della villa, sui lecci, sui platani. Il vecchio ippocastano, imponente contro il grigio cielo, sembrava un argenteo gigante addormentato.
Sopraggiunse Rossella con un buffo berretto di lana in testa e la pelliccia di visone saga che Rocco le aveva regalato l’anno precedente per l’Epifania.
«Questa sera vi farò un dolce» disse. «Frullerò la panna fino a renderla spumosa e soffice come questa neve!».
«Evviva, evviva la mamma!» gridò Andrea battendo le mani.
Poi si esibì in una danza indiana intorno al vecchio salice, imprimendo le proprie orme sul candido suolo.
Dopo la mezzanotte, Rocco, solitario nel suo studio, aprì il cassetto della scrivania che teneva quasi sempre chiuso a chiave. Tra fogli e lettere, estrasse un biglietto. Alla luce dell’abat-jour lesse:

Non credo di essere l’unica, ma forse una delle tante fughe che ti fanno continuare a vivere e a sognare.
Buon Natale
Dora

Poi nella casa sulla collina tutte le luci si spensero, tranne quelle a intermittenza dell’albero, in salotto.
Nel cielo spuntò tra le nubi uno spicchio di luna e gli alberi, i declivi e tutte le creature del bosco si addormentarono nel silenzio della notte sotto l’argentea luce della luna.

Capitolo 8 Il fiume Ombrone scorreva lento tra i sassi: lambiva cespugli, bacche e fili d'erba, cantando la sua antica canzone.

La lettera di Dora

Alcuni giorni dopo, Rocco ricevette una lettera. Fortunatamente quella mattina Rossella ed Andrea erano andati in paese e lui era rimasto solo a casa. Stava suonando “Appassionata” di Beethoven al pianoforte nell’ampio salone, quando sentì la motoretta del postino arrancare sulla salita. La riconobbe dal rumore assordante e molesto che faceva.
«Quel benedetto uomo non si decide a cambiare la marmitta» pensò. Poi si diresse alla porta, l’aprì e scese precipitosamente le scale.
«Professore, c’è posta per lei» disse l’uomo avvolto nel grigio cappotto, porgendogli una lettera. E mentre il postino si allontanava a cavallo del suo assordante mezzo di locomozione giù per la strada in discesa, Rocco lesse:

Caro Rocco,
stasera sento il bisogno di scriverti per sentirmi più vicina a te. Oggi, purtroppo, pur essendo Natale, ho litigato con mio marito per i soliti motivi di sempre. Ormai tutto quello che fa o dice, mi rende nervosa, perciò stamattina sono esplosa in un moto d’ira. Gli ho detto che non mi importa più niente dei suoi malanni, dei suoi malumori, dei suoi cambiamenti di umore. Gli ho gridato in faccia che ho bisogno d’aria, di spazio, di nuove amicizie, di ridere, di scherzare. E che non ho più voglia di vivere così. Naturalmente lui dapprima si è offeso, poi si è arrabbiato molto accusandomi di essere la causa dei suoi vari malanni e dei suoi stati di angoscia. Così adesso mi sento addosso anche questa colpa.
Mi ha detto: «Fai quello che ti pare, ma non crearmi problemi, perché io ne ho abbastanza dei miei».
Non so fin quando potrò sopportare tutto questo, anche se forse la colpa non è solo sua. Mi sto accorgendo ogni giorno che passa di quanto sei importante per me. Tu sei l’opposto di Mario: hai sempre un pensiero, una gentilezza, una parola dolce per me. E devo ringraziarti per questo. É bello sentirsi stimate, ammirate e amate come fai tu con me. Purtroppo non so come potremo andare avanti noi due, ma di una cosa sono certa: tu sei la prima e unica persona che non ha preteso niente da me. Adesso, mentre ti scrivo seduta al tavolo di cucina, sto piangendo e lui è di là in salotto a guardare la televisione.
Ultimamente mi sei mancato molto e, in quest’atmosfera natalizia, mi sento pervasa da una struggente malinconia. Ma non devo essere triste perché c’è una persona straordinariamente dolce che mi ama: quella persona sei tu.
Dora

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Difficili, impossibili amori

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Rocco si appoggiò al muro di cinta del giardino, nel punto in cui durante la passata primavera il lillà era esploso in tutta la sua bellezza in un miracolo di grappoli fioriti che avevano il colore del cielo sereno. Lesse e rilesse la lettera. Un passero svolazzò e pigolò tra i rami e Rocco pensò che la povera bestiola avesse freddo e fame. Così, dopo essere rientrato in casa, gli gettò alcune briciole di pane dalla finestra. Poi telefonò a Dora.
«Ciao, come stai?».
«Mi manchi».
«Ho ricevuto la tua lettera».
«Mi fa piacere».
«Come vanno le cose adesso con lui?».
«Così e così».
«Sei ancora triste?».
«In questo momento no, perché sto parlando con te».
«Grazie per le belle cose che mi hai scritto».
«Figurati!».
«Anch’io ho trascorso un Natale malinconico».
«Perché?».
«Perché tu eri lontana».
«Non è vero».
«Verissimo».
«Da dove mi chiami?».
«Dal telefono di casa».
«E lei non c’è?».
«É uscita».
«Mi vuoi bene?».
«Tu non sei una delle tante fughe che mi fanno continuare a vivere e sognare, io ti amo».
«Dici sul serio?».
«Sì. E non ce la faccio più a stare lontano da te. Una di queste sere invento una scusa qualsiasi e ti porto a cena fuori».
«Sarebbe stupendo».
«Va bene domani sera?».
«Benissimo».
«Cosa dirai a lui?».
«É andato a Canazei a sciare con alcuni suoi amici e rientrerà domenica».
«E tu perché sei rimasta a casa?».
«Non amo la neve, inoltre anche le altre mogli sono rimaste in città».
«Bastardo!».
«É meglio così, almeno potrò stare con te».
«Non ti merita».
«Lascia perdere».
«Domani sera passo a prenderti alle venti».
«D’accordo».
«Ti voglio bene».
«Ciao».

Rocco si sentiva stranamente euforico. Si infilò la giacca e uscì. L’aria era fresca e pungente. Salì a bordo della sua Land Rover, mise in moto e partì. Decise di fare un giro per la campagna senese.
Lasciata alle sue spalle la villa, imboccò la strada sterrata che conduceva all’antico borgo medievale le cui torri si intravedevano tra le chiome dei cipressi.
Mentre guidava pensava a Dora ed era felice. Accese la radio e la musica lo avvolse. Tra le nuvole fece capolino il sole che indorò i colli e i tetti degli antichi casali sparsi qua e là per la campagna. Lungo tutto il percorso il panorama era stupendo. Da lassù si dominava la Valle del fiume Ombrone, si vedevano in lontananza, da una parte le torri di Siena, dall’altra l’Amiata, infine le colline del Chianti. Di tanto in tanto le chiome degli alberi impedivano a Rocco di godersi il paesaggio. Poi tra il verde spuntò il campanile della chiesa di Santa Maria Ferrata, un’antica costruzione del secolo XII, e la strada proseguì in discesa.
Non si stancava di guidare quella mattina. Era affascinato dal paesaggio, gli piaceva percorrere in macchina strade di campagna, tra boschi e laghi, acque e crete, cave e uliveti. Di tanto in tanto una pieve, un castello, una grancia. E vecchi mulini.
Tornò indietro, dirigendosi alle antiche terme. Ovunque rilievi calcarei, declivi e resti di necropoli etrusche.
Si trovò nei pressi di un podere abbandonato. Parcheggiò la macchina sul ciglio destro della strada a sterro. Si era alzato il vento e le foglie dei pioppi danzavano nell’aria.
Con le mani affondate nelle tasche della giacca, Rocco si avventurò lungo il sentiero in discesa, tra felci, arbusti e ginepri. Il fiume Ombrone scorreva lento tra i sassi: lambiva cespugli, bacche e fili d’erba, cantando la sua antica canzone.
Nello specchio dell’acqua Rocco vide riflesso il suo sogno d’amore.

Capitolo 9 Era una notte di plenilunio. E il chiarore lunare avvolgeva nel suo magico manto i colli, i pendii, gli oliveti ed i vigneti d'argento.

Tra le colline del Chianti

La sera successiva Rocco andò a Firenze. Alle venti, seduto nell’abitacolo del suo fuoristrada parcheggiato all’angolo della via, aspettava Dora. Lei uscì di casa, avvolta in un cappotto scuro. Si guardò attorno con aria circospetta, dette un’occhiata alle finestre illuminate del palazzo in cui abitava, poi bussò al finestrino. Era già buio ed i vetri erano appannati. Rocco le aprì la portiera e lei entrò. Un attimo dopo erano l’uno tra le braccia dell’altra.
«Quanto ho aspettato questo momento, amore mio!».
«Sono state tristi e vuote le giornate senza te».
Lui le accarezzò la pelle vellutata ed i capelli di seta. Poi estrasse dalla tasca della giacca un pacchetto.
«Un regalo per te» le disse.
«Non dovevi farlo!». Era eccitata però e non stava più nella pelle. Sciolse il fiocco, aprì l’involucro, e qualcosa scintillò tra le sue mani.
«É bellissimo!» gridò con la voce rotta dalla commozione, mentre girava e rigirava tra le dita un collier d’oro.
«Accendi la luce, voglio vederlo meglio!».
Lui glielo allacciò intorno al collo.
«Sei stupenda».
«Cosa dirò a Mario?».
«Che ti sei fatta un regalo per Natale».
«Perché hai speso tanti soldi per me?».
«Così quando lo indosserai mi penserai, ricordando il tempo trascorso insieme. Ed ora mettiamoci in marcia. Stasera andremo a caccia di delizie. Che ne diresti di un antipasto di selvaggina, pappardelle alla lepre, mousse al fagiano?».
«Mi fai venire l’acquolina in bocca».
Rocco mise in moto l’automobile che pian piano si mosse.
«Andremo a mangiare all’Osteria del Laghetto, un ristorante caratteristico».
«Non lo conosco».
«Si trova sulle rive del lago di Quornia; faremo una bella gita in macchina nel Chianti, terra di frontiera tra Siena e Firenze, per la strada che da Monteriggioni conduce a Castellina».
«Speriamo che nessuno dei vicini mi abbia visto salire nella tua macchina».
«Ma no, a quest’ora sono tutti in casa con i piedi sotto il tavolo. Piuttosto stringimi la mano».
«Ma tu come farai a guidare?».
«Mi arrangerò».
«Sei così buono con me Rocco… ».
«E tu sei splendida, Dora!».

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Nelle mani del vento

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C’era un intenso traffico per le strade di Firenze quella sera. E regnava la confusione: uno stato indistinto e disordinato di fari, luci, semafori e automobili. Tutto pareva pulsare e fremere come un grande cuore sussultante nella notte.
Pian piano riuscirono ad uscire da quella bolgia, da quella babilonia del benessere, e si trovarono a percorrere una strada che si snodava tra le colline del Chianti tra boschi e macchie. Era una notte di plenilunio. E il chiarore lunare avvolgeva nel suo magico manto i colli, i pendii, gli oliveti ed i vigneti d’argento.
Dora appoggiò la testa sulla spalla di Rocco, intento a guidare.

Più tardi, seduti al tavolo del ristorante, tra rose, candele e baci, parlarono a lungo.
«Rossella pensa che io sia a Milano per motivi di lavoro».
«E le hai detto quando tornerai?».
«Domani sera».
«Intendi dire che questa notte potremo stare insieme?».
«Certo».
«A Firenze, a casa mia?».
«Se vuoi».
«Sta arrivando il cameriere…».
«Buonasera signori. Lo chef questa sera, come primo piatto, propone linguine all’astice, maltagliati al sugo di piccione, raviolini trifarciti con pecorino toscano, pappardelle alla lepre. Come secondo piatto invece consiglia bauletti di vitella ai formaggi e prosciutto di Praga in salsa di funghi, tortillas con insalatina di gamberetti e polpo all’odore di rucola, timballetto di speck con funghi porcini e pecorino toscano al tartufo».
I due innamorati si guardarono negli occhi, poi lei gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
«Pappardelle alla lepre e Chianti classico» esordì Rocco.
«Anche per la signorina?» domandò il cameriere.
«Anche per me» rispose lei.
Squillò il cellulare di Rocco.
«Pronto?».
Pausa.
«Sono a cena con alcuni colleghi, poi andrò in albergo a dormire».
Silenzio.
«Sì, va tutto bene. E tu come stai? Andrea è lì? Sarò di ritorno domani mattina, non so dirti l’ora precisa: tutto dipenderà dal traffico. Va bene, stai tranquilla. A presto».
Rocco era imbarazzato.
«Era lei?» domandò Dora.
«Sì».
«Non ti molla un attimo».
«Sai com’è…».
«Fa bene a tenerti stretto: è difficile incontrare un uomo come te».
«Tu mi lusinghi».
«É la verità».
«Sei gelosa?».
«Sì».
«Allora cosa dovrei dire io? La sera non riesco a prendere sonno pensando a lui che potrebbe metterti le mani addosso».
All’improvviso gli occhi di Dora si arrossarono e una lacrima le scese lungo la guancia.
«Cosa c’è adesso?» domandò Rocco preoccupato.
«Alcuni giorni fa ho litigato con lui perché voleva fare l’amore e a me non andava. Allora mi ha spinto con forza sul letto… ».
«E poi?».
«É facile immaginare ciò che è successo».
«Maledetto bastardo!» inveì Rocco.
«Fortunatamente è stato tutto così veloce…».
Lui le asciugò le lacrime. Poi le accarezzò una guancia.
«Affrettiamoci a mangiare, così potrò stringerti prima tra le braccia. Voglio cancellare dalla tua mente quel brutto ricordo».
«Sì, mangiamo in fretta, ho voglia di abbracciarti, di sentire il profumo della tua pelle».
Più tardi, dopo essere usciti dal ristorante, si baciarono al chiaro di luna. Con passione.

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Nicla Morletti

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Nicla Morletti, il profilo dell’autrice e le sue opere

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One thought on “L’ultima canzone d’amore di Nicla Morletti, 3

  1. La lettura fa udire il battito dei due cuori.L’uomo e la donna hanno ricevuto dalla vita il dono della magia dell’amore e il tormento di viverlo come ladri, ora temerari ,ora in fuga.Con tocco leggero,quasi in punta di penna, Nicla mette in scena momenti di vita narrati con commozione ,con dolore che trasmette ai lettori e li avvicina ai due amanti,soli ,nell’ombra ,a cui si vorrebbe invece regalare la luce del sole.

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