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L'ultima canzone d'amore di Nicla Morletti

Introduzione

Una storia d’amore vera, dei giorni nostri.
Una di quelle storie che ti lasciano il segno nel cuore. Per sempre.
Rocco, uomo affascinante, musicista versatile, si innamora di Dora, dolce, bellissima.
«Voglio fare con te quel che la primavera fa con gli alberi di ciliegio» le dice un giorno.
Lei è perplessa, poi cede.
Inizia così tra i due una storia clandestina, tra rimorsi e gelosie.
Due protagonisti straordinari, un amore sofferto, la suggestione della campagna toscana ed il fascino della Versilia creano l’atmosfera magica di una grande passione.

Booktrailer

Prefazione di Mario Luzi

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Prefazione di Mario Luzi
Prefazione di Mario Luzi

È questa una storia d’estasi amorosa, di passione, di angoscia e rimorsi fino all’imporsi del dovere: una storia non insolita, quasi rituale, ma raccontata così da vicino, con tanta affabile aderenza e con tanta vita immaginativa e partecipazione da offrire una piacevole lettura. Anche per la spigliata amabilità della prosa, felice soprattutto nella sensualità, nei quadri variabili e variopinti della natura e delle stagioni. Prendo congedo da queste pagine con la speranza di altre che le seguiranno e con il soddisfatto gusto di aver letto, intanto, questa meravigliosa favola.
Mario Luzi

***

Dicono che l’usignolo si
trafigge il petto con una
spina quando canta la
sua canzone d’amore.
Così noi. Come potremmo
altrimenti cantare.

K. Gibran

Capitolo 4 Voglio fare con te quel che la primavera fa con gli alberi di ciliegio (P. Neruda)

Nell’immagine dipinto di Lluis Ribas

Il primo approccio

Ventotto luglio, ore undici e trenta. Ingresso del Bagno Capri. Forte dei Marmi.
«Devo sfruttare l’ultima occasione che mi capita. Domani partirò e non ho ancora trovato il coraggio di parlarle» aveva pensato Rocco. Quella mattina lei era bellissima, vestita di bianco. Appena lo vide gli sorrise. Lo sguardo della donna era penetrante, insistente. Uno sguardo che sconvolgeva, che bruciava dentro. Le vacanze erano alla fine e presto il mare, il caldo e la spiaggia affollata sarebbero stati solo un ricordo lontano. E anche quella donna dagli occhi azzurri che gli aveva rapito il cuore. Era certo però che sarebbe tornata di notte nei suoi sogni. Cullata dalla brezza marina sul bagnasciuga dove vanno a morire le onde, avrebbe fatto ritorno. Troppo poco per un uomo innamorato. Doveva parlarle e subito.
Il marito della donna stava armeggiando all’interno dell’automobile quando, ad un tratto, chiuse lo sportello con un colpo secco. «Ecco fatto» disse rivolgendosi alla moglie. «Dora, aspettami qui, vado al bar a bere qualcosa, poi ti accompagno a casa». Quella fu la prima volta che Rocco sentì pronunciare il nome “Dora” e provò una strana emozione.
«Bella giornata, non le pare?».
Frase banale, sciocca, ma Rocco non sapeva proprio come attaccare bottone. Inoltre gli batteva forte il cuore. Cose da adolescenti, pensò. Eppure era emozionato davvero.
«Sei una donna stupenda». Le parole gli erano uscite di bocca così, senza riflettere troppo, provando subito dopo un po’ di vergogna. Un leggero rossore gli salì alle guance e lei, in piedi, appoggiata al fianco della grigia Volvo del marito, spalancò i suoi splendidi occhi per lo stupore.
Non la fece parlare. «Mi sono innamorato di te» le disse semplicemente, con candore.
Dora volse lo sguardo qua e là imbarazzata, non sapeva proprio cosa dire, però quell’uomo alto, bruno, abbronzato, dallo sguardo penetrante, l’inquietava.
Si alzò il vento. Nel cielo uno sbandarsi di nubi e lui, Rocco, non ebbe più parole. Aveva la bocca arsa, respirava l’aria ricca di salsedine, continuava a fissare il volto della donna. I capelli di lei, biondi, lucenti, mossi dal vento, ora le coprivano la fronte, ora le si posavano sulle rosee labbra che lui avrebbe voluto baciare. Notò una vena pulsarle nel collo e un rivolo di sudore scendere fino all’attaccatura del seno.
Le afferrò una mano dove fece scivolare un biglietto come un liceale alle prime armi con l’amore, e se ne andò.
Ricordava perfettamente cosa ci aveva scritto, il verso di una poesia scritta da Pablo Neruda:

Voglio fare con te quel che la primavera fa con gli alberi di ciliegio.

Quella sera a cena non toccò cibo, un vago senso di tristezza e di abbandono lo assalì, accompagnato da un desiderio di raccoglimento, di solitudine. Si sentiva un fanciullo invecchiato: le vacanze erano giunte al termine e con esse era svanita anche la speranza di poter parlare ancora con Dora. Osservava Rossella mentre era alle prese con un piatto di spaghetti. La donna aveva il volto stanco, spossato dal caldo, i capelli raccolti sulla nuca, sgridava Andrea che si trastullava con un pupazzo invece di mangiare.
Il figlio gli si sedette sulle ginocchia, lui lo abbracciò stringendolo forte ed ebbe quasi voglia di piangere. Perché così ad un tratto quella donna gli aveva rapito il cuore rendendolo incapace di ragionare, perché l’immagine di lei si era impressa nella sua mente al punto da dominare i suoi pensieri, perché si sentiva in quel momento un estraneo in casa propria?

Andrea e Rossella dopo cena uscirono e lui rimase in casa, solo con i suoi pensieri. La moglie, sul pianerottolo, prima di chiudere la porta lo guardò e gli sfiorò con la mano in segno di affetto il viso.
Rocco si diresse in camera da letto e incominciò a mettere nella valigia le sue cose: un paio di magliette, camicie, jeans, un libro di Ken Follett. Poi scivolò sul terrazzo a guardare la luna. Accese una sigaretta e aspirò profondamente. Nella casa accanto c’era la luce accesa, sentiva delle voci, dei rumori, la sua fantasia galoppava. Nel giardino solo ombre e il silenzio della notte. Gli alti pini profumavano di resina e taciti parevano intenti ad ascoltare il ritmo lento del suo cuore. Ad un tratto quella luce si spense e la casa accanto fu inghiottita dall’oscurità. Tutt’intorno non rimase che deserto e solitudine. Nella mente di Rocco solo il desiderio di stringere a sé Dora. Che ora e per sempre sarebbe stata lontana. Che non sarebbe mai stata sua.

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I giorni della rosa

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Alle ventitré Rossella e Andrea rientrarono e la casa si rianimò. Il bambino si mise a fare le capriole sul tappeto del salotto tra pupazzi e giornali, Rocco spense il televisore.
Stupri, violenze, guerre: queste le notizie dal mondo. Al Quirinale le cose non andavano per il verso giusto, attentati a Londra: il terrorismo razzista stava minacciando la convivenza etnica. Sbarcati in Puglia quattrocentocinquanta clandestini, quasi tutti Kosovari: i profughi avevano pagato agli scafisti tra i settecento e gli ottocento marchi. “Alle soglie del duemila regna il caos: l’uomo si sta smarrendo” pensò Rocco e, seduto al tavolo di cucina, accese un’ altra sigaretta.
«Cosa fai lì assorto in chissà quali pensieri? Vieni ad aiutarmi a fare i bagagli» disse la moglie.
«Ho già preparato la valigia con i miei indumenti».
«E tutto il resto?».
«Ci penseremo domattina».
«Perché sei così pensieroso stasera? Ti dispiace partire?».
«Un po’».
«Anche a me, ma presto torneremo, magari per un fine settimana, che ne dici?».
«D’accordo».
Andrea, seduto sul tappeto del salotto, giocava con Pepe, il suo orsacchiotto di peluche.
«É ora di andare a letto» disse Rossella, rivolgendosi al figlio.
«Non ho sonno».
«Domattina dobbiamo alzarci presto».
«Voglio giocare ancora un po’».
«Non disubbidire alla mamma» si intromise Rocco. «Alzati da lì».
«Se mi accompagni in camera tu».
«Va bene».
«In braccio però, e con Pepe».
Rocco baciò la fronte del bambino e l’adagiò sul letto, mentre la madre li osservava divertita.
«Adesso ci togliamo i pantaloni e la maglietta, indossiamo il pigiama e poi ci infiliamo sotto le lenzuola».
«Voglio Pepe con me».
«Ora sistemiamo anche lui».
Rocco rideva e gridava:
«Domani si parte per Siena! Si torna a casa!».
«Fai silenzio, è ora di dormire».
«Voglio il bacio della buonanotte».
«Ed io te lo do».
«Lo devi dare anche alla mamma».
«Lo farò».
Rocco spense la luce e uscì dalla cameretta del bambino in punta di piedi, percorse il corridoio, si guardò allo specchio aggiustandosi i capelli, poi dette un’occhiata ai finti Rubens e Gauguin alla parete, sfiorò la specchiera rococò ed entrò in camera. Rossella aveva sciolto i capelli e si stava togliendo il vestito leggero. Rocco sedette sulla sponda del letto e osservò i movimenti lenti della donna. I due si scambiarono una rapida occhiata, poi lei gli si avvicinò e lo baciò sul collo. Più tardi, nel silenzio della notte, mentre facevano l’amore, Rocco si rese conto di non desiderare più Rossella come un tempo. L’unico corpo che avrebbe voluto stringere a sé era quello di Dora.

Capitolo 5 Non l'aveva ancora baciata, non l'aveva nemmeno stretta tra le braccia e già la sentiva sua.

Il secondo approccio

Tornato a casa tra le dolci colline della campagna senese, inquieto e spossato dall’afa, Rocco pensava al suo amore lontano. Pensava alla spiaggia, al mare, a Dora che gli aveva rapito il cuore.
Seduto in giardino tra rose e siepi di alloro, si lasciava accarezzare dalla brezza leggera che, come un soffio magico, gli sfiorava la pelle.
Componeva canzoni e leggeva poesie di Pablo Neruda:

Qui io ti amo.
Tra pini scuri si srotola il vento.
Brilla fosforescente la luna su acque erranti.
Passano giorni uguali, inseguendosi l’un l’altro.

Si dirada la nebbia in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca al tramonto.
A volte una vela. Alte, alte le stelle.
… qui io ti amo e invano l’orizzonte ti occulta…

Provava un vago senso di tristezza, di abbandono, accompagnato da un desiderio di raccoglimento, di solitudine.
In quei giorni evitò di incontrare gli amici, evitò le gite in barca al lago, evitò lo sguardo indagatore di Rossella.
C’era lei nei suoi pensieri, c’era Dora.

Il sei di agosto, giorno del suo compleanno, di buon mattino, Rocco volle farsi un regalo: disse alla moglie che doveva andare a Roma per un’audizione, poi salì in automobile e partì invece per il mare.
Pioveva. La macchina correva veloce lungo la superstrada tra schizzi d’acqua e foschia. In quella mattina di brume, con in cielo un pallido sole che di tanto in tanto faceva capolino tra nuvole dense e minacciose, Rocco si sentiva emozionato come un bambino. Superata l’uscita per Poggibonsi, poi quella di Colle Val d’Elsa e San Donato, pigiò il piede sull’acceleratore per arrivare più in fretta possibile.
Al casello di Certosa, entrò in autostrada. Pochi chilometri e la Firenze Mare sarebbe stata davanti ai suoi occhi, con i camion in fila e gli oleandri ancora in fiore strapazzati dal vento e dalla pioggia.
Per tutto il tragitto Rocco non fece altro che pensare a Dora e a quella specie d’amore che lo rendeva ora allegro e spensierato, ora malinconico e afflitto. Temeva di perdere quella donna. Non l’aveva ancora baciata, non l’aveva nemmeno stretta tra le braccia e già la sentiva sua.
“Senso di possesso e gelosia, quando si ama davvero, sono inevitabili” pensava Rocco. Si domandava perché Dora non avesse figli e perché avesse sposato un uomo tanto insignificante. Lei, così bella, così solare. Era felice con lui? Ne dubitava. Certe volte in spiaggia l’aveva sorpresa a osservare con aria malinconica il rosso di un tramonto. Sola. Appoggiata ad una barca abbandonata sulla spiaggia. Ad ascoltare i silenzi infiniti, ad osservare gli spazi sconfinati. Chissà a cosa stava pensando? Forse ad un amore lontano. Aveva dei rimpianti?
Rocco aveva letto in un libro che le vicende della passione amorosa possono essere paragonate, nel loro succedersi, alle fasi della luna. Luna crescente: l’innamoramento, l’oggetto d’amore; luna piena: il desiderio, la passione; luna calante: il distacco, l’assenza; luna cinerea: il rimpianto, la memoria.
Dei suoi amori lontani e remoti cosa era rimasto? Cosa era rimasto dei momenti belli? Rocco si sforzò di ricordare: sorrisi fuggevoli, fiocchi di neve, fumo di sigarette, parole portate via dal vento. E forse qualche altra cosa ancora: il brillare degli occhi, sospiri, lacrime e quasi più nulla.
Che ricordava dei suoi primi incontri con Rossella? Era stato molto tempo fa, ed ora aveva l’impressione di non sapere più niente di lei che una volta era tutto. “Ma tutto passa” aveva scritto Bertolt Brecht. Ed era vero. Fuggono via i baci ardenti come i sogni, fugge la gioia. Ma in quel giorno di pioggia e vento, mentre Rocco correva veloce con la sua Land Rover lungo l’autostrada bagnata, l’immagine di Dora era ancora più viva che mai nella sua memoria. Era il presente. Era la speranza. Era tutto per lui.

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Difficili, impossibili amori

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Due ore più tardi parcheggiò la macchina di fronte al Bagno Capri a Forte dei Marmi. Aveva smesso di piovere e c’era il sole.
Accese una sigaretta e attese. Sapeva che Dora, ogni mattina alle undici, si recava in spiaggia. Presto dunque sarebbe stata lì.
La notte precedente, mentre tutti dormivano, nella sua villa di campagna le aveva scritto una lettera dichiarandole il suo amore. Fuori c’era la luna piena e a quella luce le fronde del salice parevano danzare, mentre i rami del platano antico sembravano innalzare una magica preghiera al cielo che si era fatto d’argento.
Ma in quella mattina di pioggia e poi di sole, non sapeva se consegnare o no la lettera alla donna. Una lettera scritta in una notte di luna: luna d’amore.
Seduto nell’abitacolo dell’automobile, era inquieto, quando ad un tratto la vide. Sì, era proprio lei. Dora. L’accompagnava una donna anziana: forse sua madre.
Rocco scese subito di macchina.
«Signora, lei ha degli occhi azzurri bellissimi, come quelli di sua figlia. Lieto di conoscerla». La donna ricambiò la stretta di mano, salutò e si avviò in spiaggia. Rocco e Dora rimasero soli.
«Sono tornato per te» disse lui.
«Perché?».
«Perché ti amo».
Lei era imbarazzata. Arrossì in volto. Rocco si fece coraggio e le consegnò la lettera.
«Leggila» le disse. «Mi fermerò qui a casa fino alle tredici, poi ripartirò per Siena».
Subito dopo le porse un biglietto: «Questo è il numero del mio cellulare. Chiama quando vuoi». E se ne andò.
Dora non gli staccò gli occhi di dosso, fino a quando lui non fu davanti al cancello di casa, dall’altra parte della strada.

Il villino, deserto e silenzioso, si ergeva tra il verde degli alberi. La siepe era cresciuta e i roseti erano in fiore. Il vento e la pioggia del mattino avevano fatto strage di foglie e petali e la camelia sul terrazzo aveva i rami protesi a terra. Il cancello di ferro si aprì cigolando, spazzando per terra le foglie morte.
Rocco vagò per le stanze quiete, spiò dai vetri il rientro di Dora nella casa accanto. Capì che le due donne, madre e figlia, erano sole. Come sarebbe stato bello avere lì Dora tutta per sé!
Andò sul terrazzo e vide il mare: le onde si sollevavano minacciose e soffiava forte il vento. Attese una telefonata. Niente. Dora non si faceva sentire. Solo sapore di salmastro. Nel cielo uno sbandarsi di nubi.
Rocco provò amarezza, incertezza, solitudine. Alle tredici e trenta uscì di casa e vide nella cassetta della posta una lettera. Incuriosito l’aprì e lesse:

Caro Rocco,
faccio come hai fatto tu: ti scrivo, perché mi sono resa conto che le occasioni per parlare sono poche e tu mi sembri molto ansioso di conoscere cosa ne penso di questa situazione.
Ti ringrazio per le bellissime frasi e per il tono gentile con cui ti rivolgi a me. Non ti conosco bene e non sono in grado di comprendere se tutto quello che dici sia o no la verità. Comunque non voglio e non devo crearti nessun tipo di problema. Non so se sei davvero innamorato di me, oppure se il tuo è solo desiderio di conquista, di avventura, o semplice piacere di provarci. Ti prego, non ti offendere, la sincerità è la cosa più bella del mondo.
Questa tua confessione mi è piombata addosso come un ciclone. Mi ha sconvolto e resa euforica, felice e spaventata al tempo stesso. Essere corteggiata così è stupendo. Sei una persona brillante, allegra e solare. Sarebbe bello averti come amico, anche se non credo molto nell’amicizia tra un uomo e una donna perché, in genere, o finisce in una rottura o si trasforma in amore. Non voglio assolutamente incoraggiarti né deluderti, lascio a te le scelta. Ti prego di non volermene per la mia franchezza. Pensa ai fini che ti eri prefissato e decidi se vale o no la pena di fare tanti chilometri per vedermi. Qualsiasi decisione tu prenda, ti ripeto, per me andrà bene: sai dove trovarmi.
Scusa la brutta calligrafia, ma ho scritto tutto troppo in fretta. Ti ringrazio e ti prego di bruciare questa lettera.
Dora

Capitolo 6 Rocco nella sua casa di campagna rileggeva la lettera. Aveva già preso una decisione: Dora sarebbe stata sua. E per sempre.

Rocco rivede Dora

Rocco nella sua casa di campagna rileggeva la lettera. Aveva già preso una decisione: Dora sarebbe stata sua. E per sempre.
Il dieci agosto le telefonò dicendole che la pensava spesso, che aveva bisogno di rivederla, di sentire la sua voce.
«Domani alle undici ti aspetto al Bagno Capri». Non le dette il tempo di replicare che già aveva riappeso la cornetta.
Faceva un caldo insopportabile quella mattina, ma Rocco era felice. Mentre a bordo della sua Land Rover percorreva l’autostrada, cantava.
A Forte dei Marmi, in pieno centro, acquistò un mazzo di rose rosse. Scrisse in fretta in un biglietto: «Soltanto il tuo cuore caldo e null’altro. Ti amo». Poi pagò e salutò calorosamente il fioraio che lo guardò incuriosito. La piazza era gremita di persone e attorno al venditore di palloncini si erano raccolti bambini, mamme e nonne. Più in là, seduti ai tavoli, turisti accaldati erano alle prese con fette di cocomero e gelati alla crema.

Attese Dora di fronte al Bagno Capri, appoggiato alla portiera della sua macchina, e quando lei arrivò si sentì struggere il cuore.
«Hai fatto tutti questi chilometri per me» disse guardandolo teneramente. Allora lui, in un moto dell’animo fino ad allora sconosciuto, le afferrò la mano e gliela baciò. Poi si guardarono fissi negli occhi, e quando le consegnò il mazzo di rose lei si commosse: «Nessuno ha mai avuto un gesto così gentile per me».
Dora indossava un vestito a motivi floreali ed i suoi riccioli biondi si muovevano appena mossi dalla brezza leggera.

Più tardi, seduti l’uno di fronte all’altro al tavolo del giardino della casa di Rocco, all’ombra del vecchio platano, parlarono a lungo. Dora gli raccontò della sua infanzia e della sua giovinezza, di sua madre, di suo padre, gli rivelò di essere figlia unica e di essersi sposata con Mario circa sette anni prima. Rocco le parlò di Rossella, di Andrea, della sua villa di campagna tra le colline senesi, dei viaggi all’estero, della sua passione per la musica, delle sue canzoni.
Le confessò anche di averla spiata attraverso i vetri della finestra mentre era intenta ad annaffiare le ortensie in giardino. Rise divertita e il suo viso si illuminò.
Il tempo passava; intanto si era alzato il vento: le foglie del platano frusciavano liete e di lontano si udiva il rumore del mare. Dora era bellissima: l’abbronzatura faceva risaltare ancora di più i suoi bellissimi occhi azzurri. Si umettò le labbra e si passò una mano tra i capelli. Rocco pensò di non aver mai conosciuto una donna così attraente e provò l’istinto irrefrenabile di baciarla, ma si trattenne. Ad un tratto lei gli afferrò la mano stringendola forte. Poi disse: «Si è fatto tardi, devo lasciarti».
Sul cancello, con il mazzo di rose in mano, Dora lo fissò a lungo negli occhi, poi se ne andò.

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Nelle mani del vento

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Da quel giorno Rocco e Dora incominciarono a telefonarsi sempre più spesso, anche solo per dirsi: «Ciao, come stai?». Oppure: «Vorrei cenare con te, questa sera».
Il tempo, uno dopo l’altro, inghiottiva i giorni, poi sopraggiunse il primo acquazzone di fine estate che si portò via il caldo e l’afa. La campagna senese parve trovare ristoro sotto le gocce di pioggia che la dissetavano. Piccoli e mormoranti corsi d’acqua ruscellavano tra crete, declivi, biancane, calanchi. E la foschia avvolse i filari di cipressi ed i campi appena arati. Dopo il temporale, nel giardino, le rose e le begonie misero nuovi fiori e gli aghi degli abeti scintillarono ai raggi del sole. Nell’aria c’era odore di fresco e di pulito. Ma Rocco era malinconico. Quante volte si recò al mare! Quante volte cercò Dora in spiaggia anche solo per stare con lei pochi minuti!

Nel mese di settembre la donna e la sua famiglia fecero i bagagli, chiusero le imposte della casa in riva al mare, e tornarono a Firenze.
Si riaprirono le scuole e a Rocco fu affidato l’incarico di insegnare all’Istituto di Musica di Siena. Al mattino era felice in mezzo ai suoi allievi, tra spartiti musicali, solfeggi, note: Serenata op. 48 di Ciajkovskij, Concerto n. 1 in mi minore di Chopin, Musica sull’acqua di Haendel.

Sopraggiunse l’autunno, un autunno piovoso. La grandine, cadendo fitta e irruente, danneggiò i raccolti e manifestazioni temporalesche sconvolsero la campagna, mentre lampi e tuoni squarciavano il cielo. Le crete, avvolte da un’atmosfera caliginosa, divennero un paesaggio squallido e le colline, un tempo ridenti, si trasformarono insieme ai boschi in un’immensa macchia incolore.
Rossella protestava perché la pioggia, cadendo a dirotto, aveva danneggiato i gerani sui balconi, perché il maltempo continuava a imperversare, perché Andrea e Rocco, rientrando in casa con le scarpe bagnate, sporcavano il pavimento. Il comportamento della madre innervosiva il figlio che diveniva inquieto e non riusciva a fare i compiti. Gli andava in soccorso Rocco, a cui Rossella gridava: «Lo proteggi troppo, non diverrà mai un uomo responsabile con te che gli togli continuamente le castagne dal fuoco».
«Ma quale uomo, se è un bambino di soli nove anni!» ribatteva lui.
Finivano per litigare. Rossella si arrabbiava, sbatacchiava porte e finestre, per la stizza gettava per terra quello che le capitava tra le mani.

Un pomeriggio di fine ottobre finalmente Rocco rivide Dora. L’appuntamento era al Ponte Vecchio di Firenze, tra turisti e vetrine, con le acque dell’Arno che di sotto fluivano lentamente.
Passeggiarono per le vie del centro tenendosi per mano. Tra loro però non c’era stato ancora nessun contatto fisico: erano due amici. Stupendamente amici. Rocco nel suo impermeabile chiaro che continuava a ripeterle di amarla e lei che non gli rispondeva. Lui che smaniava dalla voglia di toccarla, di accarezzarla, di baciarla e Dora che sorrideva compiaciuta.
Più tardi, seduti nella macchina di Rocco parcheggiata nel Piazzale Michelangelo, mentre la luce del crepuscolo rendeva evanescenti i tetti e le cupole di Firenze e si accendevano i primi lampioni, si guardarono a lungo. L’ora preludeva alla notte e spuntarono le prime stelle. Faceva freddo quella sera e i vetri dell’automobile erano appannati. Rocco strinse Dora a sé e la baciò. Appassionatamente.

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Nicla Morletti

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Nicla Morletti, il profilo dell’autrice e le sue opere

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4 thoughts on “L’ultima canzone d’amore di Nicla Morletti, 2

  1. Ho gradito moltissimo le descrizioni degli stati d’animo e quelle relative ai paesaggi e ai luoghi in cui si svolge questa sofferta romantica storia d’amore. Questa passione. Le passioni incontrano sempre ostacoli. Vivono tra gli ostacoli.

    1. Molto intrigante con scrittura fluida ed invitante? Per me leggere quanto e come scrive la Signora Nicla è paragonabile all’ascolto di un brano di musica di quegli immortali maestri che sono: Verdi, Mozart e Bizet, tanto per citarne solo alcuni.

  2. Gentile Signora, Lei scrive divinamente ed io Le esprimo tutta la mia ammirazione. Lei è un “gigante” della letteratura ed io al suo cospetto mi sento piccolo piccolo. Vorrei tanto poter disporre della sua penna ma così non è e devo accontentarmi di quel poco di cui dispongo.

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