Nell’ambito della Rubrica “Leggiamo Insieme” – Presentazione di libri on line, presentiamo “Le parole del buio” di MariaGiovanna Luini.
“Un romanzo intenso, struggente. Una scrittura coinvolgente quella di MariaGiovanna Luini, che ci trascina in un vortice di emozioni e sensazioni, facendoci battere più forte il cuore”, scrive Nicla Morletti, nella recensione pubblicata nel Portale Manuale di Mari.
Leggiamo e commentiamo un brano tratto dal libro. L’autore leggerà i nostri commenti e risponderà in questa stessa pagina.

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Dal capitolo I di “LE PAROLE DEL BUIO” DI MARIAGIOVANNA LUINI


Nuvole, molto più sotto. Lanciava sguardi ogni tanto, trattenendo il respiro. Credeva che l’ansiolitico avesse un effetto: sentiva la paura sepolta da qualche parte, tra un dolore e l’altro e la rabbia che non veniva fuori.
Marcello l’aveva lasciata: masticava questa verità ruminandola, tarda a capire. Non era necessario sentire altre parole, interpretare altre fughe. Per lei era stato amore, per lui il passatempo in un periodo di crisi, oppure una consolazione, se si voleva dare peso a qualche sospiro più profondo di altri. Quando le cose della vita erano cambiate l’aveva parcheggiata a un angolo, senza spiegazioni. Aveva aspettato che i giorni le entrassero nell’anima, vuoti, per spiegarle ciò che si ostinava a non dire. Era finita.
L’aereo ebbe qualche scossone. Vide macchie grigie sulle nuvole, sembravano scivolare.
“Madam”.
Una hostess le porse la salvietta bianca, la afferrò e si scottò le mani.  Un po’ di acqua cadde sui pantaloni neri, che si riempirono di piccole gocce roventi.
Sentì un fruscio. Ascoltava sempre il rumore dei motori, temendo e aspettando come se si potesse controllare il volo con il pensiero. Aveva paura di volare: a volte riusciva a guardare il ciclo e le nuvole con maggiore serenità, altre volte aspettava l’atterraggio contando il tempo che la separava dall’arrivo senza ascoltare le parole di chi era con lei. C’erano stati viaggi particolarmente carichi di ansia, con il corpo dritto e rigido che non sfiorava lo schienale e le mani aggrappate ai lati. Ricordò un volo di ritorno da Dubai, pochi mesi prima.
“Guarda le montagne dell’Iran”.
Aveva detto qualcuno indicandole sotto, migliaia di metri sotto, e lei non aveva fatto cenno. Aveva continuato a fissare i minuti sull’orologio davanti a loro, aspettando l’arrivo.
Niente. Non si poteva controllare niente, l’aveva imparato. Stava ancora piangendo dietro le lenti nere degli occhiali da sole per questo. Aveva pensato che Marcello fosse l’uomo finalmente adatto a lei,  si  era fidata della sua massiccia sicurezza. Di quella libertà che percepiva in fondo al tormento.
E piangeva, adesso. Perché non poteva fare niente di diverso.
“Signora”.
Non alzò la testa. Non era lo stewart.
“Signora”.
Ripetè la voce.
Spostò gli occhi dall’oblò e seguì la direzione del respiro che sentiva vicino all’orecchio. Un uomo con i capelli rossi e molte lentiggini la fissava e sorrideva.
“Lei è Silvia Maccarini, vero?”.
Lo guardò e cercò le sue mani: forse era un lettore e voleva che firmasse una copia del suo romanzo.
“Sono io”.
Capì che il tono non era stato amichevole, si chiese se la voce tremasse: non voleva mostrare il pianto a quell’uomo. Sistemò gli occhiali con una mano.
L’uomo sedette al posto accanto al corridoio, lasciando libero il sedile di mezzo. Le porse la mano.
“Bruno Astorri, molto lieto”.
Le sue dita la strinsero. Erano calde e asciutte. Continuò a guardarlo aspettando che parlasse. Sembrava non avere fretta di spiegarle il motivo per cui era andato da lei.
Indossava una giacca grigia e una camicia azzurro chiaro, e una cravatta blu a disegni piccoli. I pantaloni erano grigi come la giacca, perfettamente in ordine.
“L’ho vista salire in aereo e ho aspettato che spegnessero il segnale delle cinture per venire a parlare con lei”. I suoi occhi sorridevano: Silvia notò questo, e le piacque. La voce era pacata e gli occhi pieni di sorriso.
“La ringrazio, mi dica”.
La voce non tremava. Aveva aperto il palmo della mano destra appoggiata alla gamba e non sentiva lacrime aggredire le palpebre.
“Non ho mai letto un suo libro”.
Spalancò gli occhi per capirne l’espressione: sorrideva, ma non c’era ironia. Quell’uomo aveva detto con molta semplicità di non avere mai letto un suo libro.
“Ha fatto bene!”.
Gli rispose ridendo. La mano sinistra si spostò verso di lui, poi ricadde sul sedile di mezzo a palmo in su.
L’uomo allungò le gambe fino a toccare la parete.
“Certo che la fila uno è parecchio comoda”.
Fissò le sue scarpe valutandone il prezzo (non poteva farne a meno: libri, borse e scarpe erano una fissazione).
“Sì, me la danno perché loro li hanno letti, i miei libri”.
Risero entrambi. Per un istante ebbe voglia di togliere gli occhiali da sole, poi ricordò il proprio viso nello specchio della toilette all’aeroporto di Berlino: gli occhi dovevano essere ancora gonfi e rossi, magari instupiditi dall’ansiolitico. Non era il caso che li vedesse.
“Forse si chiede come mai sia venuto da lei, se non ho letto i suoi libri”.
Alzò le sopracciglia.
“Beh, sì”.
In realtà non si stava chiedendo niente del genere: le piaceva averlo seduto accanto, con quei capelli rossi e il vestito grigio.
Più di tutto le piaceva lo sguardo che sorrideva, la faceva sentire tranquilla nonostante tutto.
“La conosco perché è venuta all’università dove insegno, qualche mese fa. Ha parlato di creatività e dolore, o una cosa del genere”.
Sorrise.
“Sì, mi ricordo. Il dolore che stimola la creatività. Scrivere o dipingere o qualsiasi altra forma di creazione, per uscire dal dolore”.
L’uomo annuì.
“Il frutto  del dolore,  e la sua soluzione.  Ho seguito  la conferenza e mi è piaciuta molto la sua voce”.
Ebbe l’impressione che fosse uno scherzo.
“Ha seguito la conferenza per l’argomento o per la voce?”.
Non riuscì a dare un tono ironico alla domanda. Quell’uomo la sorprendeva con la sua naturalezza: rideva e si accarezzava il collo con una mano, scuotendo la testa.
“Per la voce, a dire la verità. L’argomento dolore non mi è particolarmente   simpatico,   la   reazione   creativa   non   mi interessa. Preferisco non soffrire, anche a costo di restare arido e non creativo per tutta la vita. Comunque quel giorno l’ho vista entrare e ho deciso di andarmene al bar, poi lei ha detto qualcosa e mi sono fermato”.
“Cosa ho detto?”.
Alzò le spalle.
“Qualcosa, non ricordo. Non importa cosa. Ho sentito che la sua voce mi dava emozione, così sono rimasto ad ascoltare”.
Guardò fuori. Il comandante aveva preannunciato turbolenza ma in quel momento l’aereo volava in un cielo trasparente e senza nuvole: c’erano campi e paesi, e strade. Qualche bosco macchiava di nero le curve delle montagne.
“Cosa ha pensato alla fine della conferenza?”.
Sussurrò senza guardarlo. Vide la neve, in fondo, il bianco spalmato nel mezzo di un bosco.
“Che una voce come la sua non dovrebbe parlare di dolore”.
Le si strozzò il respiro.
“Il dolore fa parte della vita”.
Lo guardò di nuovo: la fissava e gli occhi continuavano a sorridere.
“Confesso che ho sentito anche una sua presentazione in libreria, in Toscana. Diceva che esistono due tipi di dolore”.
Lo interruppe.
“Conosco la solfa. Esiste un dolore inevitabile, e ne esiste uno evitabile. Vero?”.
“Sì”.
“Lo dico spesso”.
“Lo so”.
“Come fa a saperlo?”.
Guardò le Alpi, la neve e le nuvole.
“Lo so perché mi piace la sua voce, quando posso la seguo. Stavo dicendo che lei parla di dolore inevitabile e dolore evitabile”.
“Sì”.
“Quindi il dolore fa parte della vita, è vero, ma dovrebbe essere solo  quello  inevitabile.  Il  dolore  evitabile per sua  stessa definizione   si   può   lasciare   fuori   dal   proprio   orizzonte.
Certo…”.
Rise.
“Una come lei ha bisogno anche del dolore evitabile, altrimenti non potrebbe scrivere”.
Ebbe l’impressione che i suoi occhi la graffiassero. Pensò alle penne abbandonate nella borsa, ai taccuini che non riusciva ad aprire. Perché il dolore per Marcello bloccava ogni pensiero. E ogni voglia.
“A dire la verità ultimamente ho l’impressione che il dolore sia un ostacolo, non un motore”.
Il suo sguardo si addolcì.
“Perché piangeva?”.
Inspirò ed ebbe la tentazione di aggredirlo. Non erano affari suoi. Aspettò prima di rispondere.
“Per un dolore evitabile. Molto evitabile. Ma ormai è tardi, non l’ho evitato”.
“Mi dispiace. Colpisce molto vedere che una donna come lei non è felice”.
“Perché?”.
“Non ho letto i suoi libri, dicevo sul serio, ma ascolto la sua voce. E vedo il suo viso. Una donna come lei non dovrebbe essere toccata dal dolore”.
“Cabin crew prepare for landing”.
La voce del comandante interruppe i loro sguardi.  Silvia aspettò il tuffo nelle nuvole.

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12 thoughts on “Le parole del buio di MariaGiovanna Luini

  1. In effetti non mi piace definirla “finzione”. La finzione dovrebbe essere, nella mia immaginazione, tanto distante dalla realtà da non assomigliarle. Ma, lo dico con gioia e amarezza insieme, la realtà contempla tante variabili da essere imprevedibile quindi rappresentata in toto da qualsiasi presunta finzione.
    E si scrive, e non importa se accadimenti simili abbiano fatto parte della vita dello scrittore, che non vive ma crea. Non è importante lo scrittore, ciò che importa è l’opera

  2. “Una donna come lei non dovrebbe essere toccata dal dolore”. Proprio questo è il punto. Sia nella vita che nella finzione letteraria – non so neanche quanto sia finzione – il dolore tocca quelle come lei. Non perché travisate da esso divengano più erotiche, ma forse perché hanno una maggiore capacità di sofferenza, ridicolizzandolo col proprio agire. Bel testo. Complimenti.

  3. Grazie, Maria. Grazie, Nicla. “Toccare” il sentimento o il cuore o l’emozione. Toccare, comunque. Forse la riflessione è più simile a quella condivisa con Stefania Lusetti di quanto si creda. Toccare e lasciarsi toccare da una storia, da un libro, dall’immaginazione, dall’identificazione. Fuggire per scrivere e per non permettere all’emozione di trasformarsi fatalmente in dolore, perché se ti tocca brucia. Il libro di Stefania Lusetti, “La settima invitata”, di Creativa, arriva a toccare progressivamente, con un incipit apparentemente innocuo e un crescendo di pathos che coinvolge, stupisce. Altre volte, invece, il pathos arriva e nemmeno capisci da dove perché ti lascia tramortita.
    Ho avuto molti commenti da donne (e uomini) che si sono identificati nel dolore di Silvia, in qualche modo. Toccati, anche loro, dall’idea di avere vissuto esperienze simili e non averle dimenticate.

  4. Stefania,scrittura e felicità hanno un legame talmente effimero e inspiegabile che credo di essere d’accordo con te. Esistono istanti di felicità che provi a stringere, a trattenere, ma proprio perché li noti, svaniscono rapidi. E la scrittura è tormento o dolore, anche se bisogno. Per me, almeno. Penso a libri che ho amato come “Il fantasma esce di scena” di Roth, e allo scrittore che si isola perché quella è l’unica via, quello è il modo per scrivere ma soprattutto per impedire alla vita, alle emozioni, ai sentimenti, alla passione di fare male. Troppo male. Vivo in pieno il tormento di ricevere ferite profonde da piccoli graffi, gioie incontrollabili da momenti di bellezza. Che rinasca o meno un sentimento nella storia di Silvia, il tormento avrà un ruolo e tu l’hai capito molto bene, sei andata oltre e hai visto. Che Silvia scrive quindi si lascia travolgere e ferire. Quindi porterà il dolore con sé.

  5. Cara MariaGiovanna, il dolore della protagonista è palpabile, vivo e rimanda, inevitabilmente a qualche triste ricordo personale del passato.
    E’ impossibile non immedesimarsi nei tuoi personaggi, perché i loro sentimenti sono veri, concreti e coinvolgenti.
    Non ho ancora letto il tuo romanzo ma presto sarà sul mio comodino.
    Fortissimi e sinceri complimenti
    PS: forse rinascerà un sentimento (lo scoprirò leggendolo), ma sarà fugace, passeggero. L’ipersensibilità dello scrittore (come hai scritto nel tuo post precedente) non è sinonimo di serenità (figurarsi di felicità)….forse mi sbaglio 🙂

  6. Grazie, Marinella, e grazie a tutti coloro che hanno letto e leggeranno. Chissà se nasce o ri-nasce un sentimento. Mi viene in mente la prefazione al mio romanzo “Una storia ai delfini” (Creativa 2007): Umberto Veronesi in quella prefazione dice che le donne riescono a salvarsi dai drammi peggiori per la loro sconfinata e profonda capacità di amare.

  7. Mi unisco al commento di Daniela . Un amore finito, la solitudine e probabimente (tra le righe) germogliar di sentimento nuovo, coinvolgente.
    Complimenti

    marinella(nonnameri)

  8. Grazie, Daniela. Forse le opportunità che ogni giorno cogliamo oppure decidiamo di ignorare non sono altro che germogli, come dici tu, emozioni che nascono da frammenti. Sta nello scorrere degli eventi. Forse a Silvia in questo primo capitolo è impossibile ignorare la novità, che le si siede accanto nello spazio stretto di un aereo e quasi si impone. Forse, solo forse. Quando scrivo l’epilogo di una storia rileggo e capisco che devo interpretare e cercare di indovinare, la mancanza di premeditazione nel costruire una trama fa sì che i personaggi si svelino a me come a tutti i lettori, e qualcosa inevitabilmente sfugge. Di Silvia sfugge la tendenza all’amplificazione dell’emozione, l’ipersensibilità dello scrittore. E’ colpita e abbattuta da un evento, la fine di un amore, che in fondo capita a tutte le donne, prima o poi. Ma lei scrive, e per anni ha vissuto sola: per spinta inevitabile all’indipendenza o per il ritiro che osserviamo in molti scrittori? Marcello è un uomo che ha amato e si è semplicemente ritirato dall’avventura o il simbolo della ferita lacera del dolore in un’anima troppo esposta agli stimoli emotivi?
    Germogli da frammenti, come dici tu.

  9. Un legame d’amore si è spezzato, ma dai suoi frammenti sembrano germogliare, già dal primo capitolo, nuove, coinvolgenti emozioni che catturano il lettore.
    Complimenti vivissimi

    Daniela Quieti

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