«Ma se gli alberi piangessero, cosa piangerebbero?».

Era questo il pensiero ricorrente del mio risveglio da un po’ di giorni a questa parte, era una domanda che mi piaceva, che mi faceva venire quel sorrisino sul viso un po’ amaro, ma di compagnia. Forse mi sembrava di essere meno solo, anche se poi non era così. I rumori della strada erano già svegli da un po’ e, come una seconda mamma, cercavano da tempo di tirarmi giù dal letto in una battaglia che vedeva sempre un unico vincitore. Il solito tran-tran doveva iniziare, non potevo certo tirami indietro e così, via alla giostra della routine: bagno, colazione, spazzolino.

Sarebbe bello poter decidere di non vivere alcune giornate, quelle che, ancora prima di iniziare, sanno di sbagliate, di stropicciate, e oggi era proprio una di quelle dove arrivi a pensare che anche gli oggetti inanimati che ti circondano ce l’hanno con te.

A supporto di quel che pensavo mi si prospettava una giornata dura e lunga, infatti il mio cellulare aveva già insistentemente suonato, doveva essere successo qualcosa, sicuramente un bel casino. Incuriosito, mi vestii velocemente, uscii di fretta, presi il casco, le chiavi della vespa, gli occhiali e via. Avevo bisogno di compagnia, così mi accesi il mio lettore mp3 per sentire qualcosa di bello, e quel giorno toccava a Jack Johnson, sì, avevo proprio bisogno di chitarra e voce calda e tanti piccoli sorrisi amari in me, ma come dice Murphy: «se c’è una cosa che può andare male, lo farà». Il mio lettore, infatti, era scarico, morto, proprio ora che avevo già fatto la bocca alle melodie. Comunque saltai in groppa al mio destriero e ingranando marce su marce arrivai in ufficio, ma sicuramente non avrei mai pensato di trovare quello che avevo davanti agli occhi.

In tutte le stanze c’erano persone al telefono che parlavano, che urlavano, che cercavano altre persone che il più delle volte erano nella stanza a fianco a fare lo stesso.

«Oh mio Dio … Oh mio Dio!» ecco cosa pensai. Ma cosa era successo! Nel rumore e confusione generale cercai di infilarmi nel mio ufficio per capire un po’ quello che era successo. Nell’aprire la porta, provai a fare poco rumore, come quando si rincasa tardi e non ci si vuol far sentire, insomma volevo riuscire a chiudermi nel mio piccolo mondo e da lì cercare di capire e studiare quei numerosi e indemoniati “alieni” che avevano invaso l’ufficio.

Non feci in tempo neanche a godermi la mia sedia, che subito arrivò Sat. Mi guardò ed esclamò: «Tu non sai cosa è successo, tu non sai…» e, con calma, si lasciò scivolare sulla seggiola davanti a me, prese un bel sorso d’aria, così d’assicurarsi un’ampia autonomia per raccontarmi, in tutti i particolari, gli avvenimenti che tanto mi avevano incuriosito.

La conversazione durò più del previsto e, come, avevo intuito, era successo veramente un disastro, non si parlava di rapine o di scippi, si parlava di un omicidio, una persona morta! Mi faceva sempre senso pensare alla fine della vita di una persona, mi intristiva anche se dovevo farmi coraggio, era il mio lavoro e non potevo tirami indietro.  Le cose, a detta di Sat, erano andate all’incirca così: c’era stato un omicidio, molto cruento e, in più, il corpo non si era ancora trovato; la persona che fu, era un tal Mario Fedi; possedeva un negozio di fiori a gestione familiare, insomma uno di quei posti che fanno tanto comodo per rimediare a piccole dimenticanze o per fare piccole brecce.

Gli amici, preoccupati nel vedere il negozio chiuso da molti giorni senza alcun avviso, avevano fatto scattare le indagini. Arrivati nel suo appartamento, si capì che certo non si trattava di una scappatella alle Maldive o in Thailandia: Mario Fedi era stato ucciso.

Lo stato della stanza dove, probabilmente, era accaduto il fatto era scioccante. Era tutto completamente in ordine, un ordine maniacale, ma la cosa aberrante era un annaffiatoio da piante, quelli che si usano in  campagna, messo ai piedi del letto e straboccante di sangue, rosso, caldo, di quei rossi talmente cupi da sognarli di notte. Per finire, su un post-it attaccato all’ annaffiatoio si poteva leggere:

Annaffiate voi le piante.

Mi raccomando…potrebbero “morire”.

Sat tremava ancora un po’ nel raccontarmi l’accaduto e continuava a ripetere: «solo perché non l’hai visto, solo per questo non ti impressioni. E non mi guardare come se fossi scemo, tu non capisci, c’era un’aria, e quell’ordine poi. Se solo tu avessi visto, non mi guarderesti con quella faccia, se solo tu avessi visto!». Allora pensai che un sorriso rassicurante era la cosa migliore che potessi dargli, e poi lo congedai.

***

A volte mi chiedevo perché il mio ego dovesse essere così contorto, e che cavolo ero io o no. Eppure ogni volta non mi riuscivo proprio a capire, il ricordo di lei faceva sì che io non potessi resistere a cercare di starle vicino anche solo con il suo ricordo, solo per sentire ancora una volta il cuore che mi batteva in quel modo, le gote rosse, come se stessi cercando la sua mano, come se fosse lì, seduta vicino a me, come se, come se, ed invece non c’era; ma a me bastava il ricordo per cercare di vivere ancora un momento della mia vita con chi avrei voluto avere accanto per sempre La mia storia non era una storia particolare, la mia era come molte altre, come la maggior parte, a dire il vero, un grande amore, lungo nel tempo con alti e bassi, ma soprattutto con molti baci e complicità.

Poi, all’improvviso, la fine, l’abbandono, la disfatta dei sentimenti; tutto questo, senza un motivo apparente o meglio, senza un motivo che il mio cervello potesse percepire come tale, senza motivazioni che convincessero chi le dice e chi le ascolta, ma con un’abilità incredibile a far male come una pioggia di spilli.

Mi sentivo un po’ come il bambino sul molo che vede scomparire la nave all’orizzonte, si è rapiti da quello spettacolo scenografico, ma non si sa perché sia lì, dove andrà e chi sarà a comandarla. Insomma, una storia come tante che, però, non è uguale a nessun altra, è la tua.

***

Ero eccitato, emozionato e mi sentivo anche un po’ in colpa; alla fin fine era morta una persona, ma il mio cervello era partito e io mi sentivo l’investigatore che avrebbe risolto il caso, sì, io, IO. Esaminai le foto e, in effetti, Sat aveva proprio ragione; il solo vedere quelle immagini senza vita mi aveva fatto crescere dentro un misto tra ansia e impotenza. Di indizi non ce n’erano molti, anzi, parlandoci chiaro, non ce n’erano, solo quel post-it, l’unica cosa che l’assassino aveva lasciato. La scientifica si era messa al lavoro, ma temevo in un loro fallimento, non eravamo certo in una puntata di CSI dove tutto salta a galla nel giro di un’ora e qualche spot della Barilla.

Decisi, quindi, di fare un sopralluogo nella casa di Fedi, dovevo respirare dove era avvenuto l’omicidio, dovevo vedere quello che Fedi aveva visto per l’ultima volta, dovevo; forse anche per alleggerire la mia coscienza, per far capire al morto che gli ero vicino; forse ero pazzo, forse mi avrebbero preso per pazzo.

La stanza era rimasta così come nelle foto, come se avessero catturato anche il tempo. L’ordine era   talmente preciso e malsano, che cercavo il passo falso del killer, e poi c’era l’annaffiatoio, sicuramente voleva dire qualcosa, non si lascia un indizio così, solo per caso! Era una sfida, era una pista.

Quella mattina parlai con amici, parenti, vicini di casa ma non ne ricavai niente, solo un mal di testa e una manciata di cinismo. Decisi che il giorno seguente sarei andato a vedere il negozio per cercare di ricostruire un po’ la vita di questo trentacinquenne che tutti definivano “simpatico, riservato e di certo vittima di un folle, assolutamente di un folle”. Basta! La mia dimora mi aspettava e così, presi il mio destriero e viaggiai verso casa, verso l’unica cosa che mi aspettasse.

Non avevo molta fame, ma mangiai qualcosa di fretta, giusto per dare un po’ di sostanza al mio corpo, e poi mi tuffai nel giardino della mia mente per cercare qualche idea che, come un fiore, sbocciasse. La domanda che ovviamente non mi dava tregua era «Perché Fedi, perché un fioraio, neanche ricco, e perché accanirsi in quel modo, perché? C’era una motivazione o solo un gesto di un folle un po’ deviato che si credeva in un film?».

Fumai molto, pensai altrettanto, poi le stanchezza prese il sopravvento e mi addormentai tra i miei pensieri e le mie riflessioni.

***

Una vampata, un rosso acceso mi illuminò la mente, il cuore iniziò ad aumentare il battito. Aprii gli occhi mi alzai e con un sorriso me ne andai. Quei due piccoli cilindri neri mi riuscivano a ovattare il cervello, riuscivano a non farmi avere contatti con quel mondo che non mi voleva, non lasciavano entrare nulla e neanche uscire, erano le mie colonne d’Ercole.

Uscii di casa, o forse entrai nel mondo da cui volevo scappare o solo farmi rispettare.

Mi guardavo attorno come se volessi attirare le ire di qualcuno, forse, invece, solo per sfogare le mie; che fastidio che provavo per ogni sorriso, per ogni abbraccio, per ogni cosa di cui, ormai, ero solo spettatore.

Non sopportavo l’odore di quei cosi! Non lo sopportavo quell’inno al sorriso, come se chi è infelice,  nostalgico, non può manifestarlo con un fiore.

Forse quell’uomo tracagnotto di benessere avrebbe dovuto pensarci due volte prima di rivolgere la parola con chi gli avrebbe fatto entrare ancora di più i fiori nella sua testa. «Un fiore per un suo sorriso» mi disse «la vita sorride a tutti» continuò. Tra me e me pensai «Si sorride a tutti anche a chi trova la sua preda inaspettatamente». Ora quel zelante uomo poteva pensare al suo riposo.

***
Dal libro Ma se gli alberi piangessero, cosa piangerebbero? di Giorgio Facco
Una coppia di agenti indaga su una serie di omicidi efferati che hanno luogo fra i vicoli bui di Genova. Sulle tracce dell’assassino ci sono il protagonista e il collega Sat che cercano di ricomporre il puzzle dei pochi indizi lasciati dal serial killer, che punisce le proprie vittime con truculenti rituali di contrappasso, come in un girone dantesco. Nel percorso che porta alla risoluzione del caso si alternano i due punti di vista opposti e complementari dell’assassino e del protagonista. Alle pulsioni omicide del primo si intrecciano i ragionamenti e il senso di impotenza del secondo, che vede crescere giorno dopo giorno la lista delle vittime. Le analisi e le deduzioni del detective fluiscono in pensieri che danno voce alle frustrazioni personali di un uomo solo e disilluso dall’amore e dalla vita. Momenti di leggerezza e di comicità fanno da contraltare alla violenza degli omicidi e all’introspezione cinica e dolorosa del poliziotto, in particolare nei dialoghi tra i due agenti, un botta e risposta vivace e sarcastico, così come nei momenti in cui il protagonista, faccia a faccia con se stesso, esorcizza le proprie paure e fragilità frenando il flusso di coscienza con un caffè e una sigaretta.

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3 thoughts on “Ma se gli alberi piangessero, cosa piangerebbero?

  1. Leggendo queste prime frasi, mi sono sentita molto “albero”. Mi ha colpito il titolo: è un pianto, una solitudine accompagnata da grande dignità. E poi la storia: nella realtà accade proprio questo. Gli investigatori, sulla scena del crimine e nelle fasi successive, sanno persino divertirsi, sdrammatizzare il dolore di ogni giorno.
    Dimenticavo: un punto in più anche perchè hai la mia età. Bello

  2. Bella domanda la tua!
    Gli alberi, come ogni essere vivente della terra hanno un’anima, una memoria cosmica, perciò forse piangerebbero linfa di nostalgia di un mondo più sereno e meno inquinato dall’egoismo sfrenato dell’uomo moderno, per certi aspetti schiavo di se stesso e delle proprie o altrui convinzioni spesso illusorie.
    E tu che dici? Ciao Franca

    1. Ciao Franca, diciamo che il mio chiedermi cosa piangerebbero gli alberi è più metafora che realtà, la uso più come mezzo per indicare una solitudine, una situazione in cui definire la “pochezza” dell’essere umano . Ciao Giorgio

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