Natalie Island – L’isola del peccato di Margif

C’era un’isola nel bel mezzo del Pacifico, che sembrava essere più che un paradiso.
Essa era dominata da una folta vegetazione, nel bel mezzo della quale si ergeva un possente e alto vulcano, di quelli che sembravano essere ormai inattivi da secoli.
Era di forma praticamente circolare; al suo bordo per tutto il perimetro sud, si estendeva una bellissima e incantevole spiaggia tropicale, fatta di una candida sabbia finissima e profumata quasi come il talco, e all’esterno era circondata da uno splendido atollo che le faceva da barriera, come ve ne sono tanti nell’oceano Pacifico.
La vegetazione al centro dell’isola era folta e rigogliosa, con moltissimi tipi di piante tropicali, ma la cosa strana era che ve ne si trovavano anche di molti non tropicali, quasi come se fosse stata in passato visitata da esploratori o navigatori che ve le avessero portate, che vi si fossero poi stabiliti per un certo tempo e che durante tale permanenza, le avessero piantate.
Apparentemente, infatti, all’interno sembravano esservi segni di passaggio, o di piccole costruzioni in legno, tipo vecchie capanne, costruite appositamente per riparo in maniera fortunosa, ma ormai inghiottite dalla vegetazione, che le aveva conglobate in se stessa.
Ma restava un mistero che non vi fossero altri segni di presenze remote, quali resti umani o altro, come se fosse stato tutto successivamente cancellato. Forse dal tempo? O da chi?
Fatto sta che l’isola sembrava essere emersa dalle acque come per incanto, nessun segno sulle cartine, nessun avvistamento da parte di naviganti o altri, fino a qualche settimana addietro, quando, per caso, un satellite militare nel corso di un’esplorazione, ne aveva rilevato la presenza.
L’isola venne infatti subito esplorata all’esterno dai mezzi della marina militare americana e dall’aviazione, che, una volta perlustrata a distanza prima, e a terra subito dopo, decisero di abbandonare ogni tipo di interesse verso la stessa: vista la sua ridotta dimensione e la posizione troppo lontana da altri punti strategici di interesse risultata inutile e inservibile ai loro scopi.
Ne prendeva comunque politicamente e geograficamente possesso il Governo americano, che, sull’onda dell’entusiasmo popolare e della pubblicità profusa dagli organi di comunicazione e di stampa, decideva di venderla all’asta al migliore offerente.
In tutto il Paese era veemente l’attesa dell’evento, per vedere chi si sarebbe accaparrato quell’isola sperduta nel Pacifico, e per farne poi cosa? Forse una residenza estiva di vacanza personale di qualche miliardario americano o qualche magnate russo, o sceicco arabo.
Tutta la popolazione e non solo americana ne parlava, ormai era diventato l’argomento giornaliero prevalente di qualsiasi ufficio o posto di lavoro comune e non, per non dire dell’interesse generale presso i grandi uomini d’affari, chi per uso personale, chi per farne un resort isolatissimo ed esclusivo, chi per le idee più svariate, anche se il sogno generale sarebbe stato di poterla possedere anche solo per il periodo di una vacanza memorabile.
Intanto attorno all’isola cresceva la curiosità, fino a farla diventare una meta turistica di grande interesse; infatti grandi navi dirette verso le abituali rotte del Pacifico, le cambiavano anche solo per vedere da lontano questa fantomatica isola spuntata dal nulla, vista la quasi impossibilità di attraccare e visitarla senza pericoli, essendo sotto controllo benché inesplorata.
Si moltiplicavano invece le visite da parte degli interessati all’acquisto, che non si limitavano a vederla da lontano, ma che con i loro yacht potevano facilmente avvicinarsi per poi scendere sulle incantevoli spiagge rosate dell’atollo prima, e su quelle candide e profumate dell’isola dopo, a bordo dei loro barchini di riporto in dotazione agli yacht stessi.
Tutti erano concordi nel dire di avere trovato il paradiso, e che non era mai successo di veder nulla di simile al mondo: una spiaggia rosa e una bianca profumata di talco, incredibile, tanto che perfino il presidente americano volle prima vederla, per poi calpestarne la sabbia.
«Ci troviamo davanti a un’incredibile evento» aveva affermato il presidente stesso una volta visto e toccato con mano; nulla di tutto ciò era mai stato scoperto e visto prima, e anche se tutto quello che si scorgeva era stupendo, il Governo aveva deciso di mettere l’isola all’asta comunque, in quanto, con il denaro ricavato, si sarebbero potute aiutare aziende e persone in difficoltà, visto il difficile momento economico che la nazione stava attraversando.
L’attesa per la comunicazione della data dell’asta era veemente, certo la somma di denaro da sborsare sarebbe stata ingente, ma i progetti erano molteplici ed entusiastici, alcune personaggi dell’alta finanza, avevano costituito un’apposita associazione finanziaria per potere far fronte alla gara che ne sarebbe seguita, e che secondo gli esperti sarebbe stata esasperata e fino all’ultimo dollaro.

NATALIE ISLAND – L’ISOLA DEL PECCATO di Margif – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 – pag. 387

Il commento di NICLA MORLETTI

“Natalie Island” cattura subito l’attenzione del lettore già dalla prima pagina per l’abilità dell’autore nel descrivere scenari da favola. Ed ecco profilarsi subito davanti agli occhi un’isola nel bel mezzo del Pacifico che sembra essere un Paradiso, con la sua incantevole spiaggia tropicale, vecchie capanne e la florida vegetazione. Una meta turistica senza dubbio ambita e di fama mondiale. Ma una misteriosa presenza si aggira nei paraggi. Accadono improvvisamente fatti oscuri, inspiegabili incidenti ed altro ancora. Cosa sta succedendo? Quale minaccia incombe sugli abitanti? E soprattutto quale segreto nasconde il maestoso vulcano che domina l’isola? Un eccellente romanzo. La suspense aleggia tra le pagine e si accentua il desiderio di saperne di più. Ottimi la trama, lo stile e il tessuto narrativo.

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