La croce piangente di Finizzi

L’acqua fredda intorpidiva i piedi con quella che adesso era per Sara un’incredibile sensazione di piacere. Aveva sempre sofferto il freddo, ma non come qualsiasi altra persona, era quasi una fobia ricorrente nel suo pensiero. L’inverno dormiva incappucciata sotto tre pesanti coperte ed indossava due maglioni ogni volta che usciva di casa, naturalmente correlati da guanti, sciarpa e cappello, a volte anche a scapito della sua immagine. Anche l’estate non si faceva mancare mai un plaid ai piedi del letto, per tirarlo su ogni volta che occorreva.
Ed ora era lì, inspiegabilmente nuda in quell’acqua scura e fredda che ormai si slanciava verso le sue ginocchia. Lunghi brividi le partivano dai piedi risalendo frettolosamente lungo la spina dorsale, trovando l’apice al contatto con la nuca, uno dietro l’altro, leggeri, come tanti piccoli gemiti di piacere. Si ritrovò bagnata proprio in mezzo alle cosce dorate dalla luna, eppure l’acqua lambiva ancora le sue ginocchia.
Schizzi?
O altro?
Man mano che avanzava le correnti create dal suo passaggio presero a disegnarle intorno al corpo strani ghirigori che si staccavano dal contesto originale, sfumando… ma poi ricomponendosi.
Il suo ventre lentamente si ricopriva d’acqua
Più giù
sempre più giù
Si sentiva felice, felice e rilassata come mai era stata in vita sua, libera da tutti i pensieri, le angosce, le paure e le fobie che potevano attanagliarle l’animo. Questo erano per lei gli acidi, piccoli oblò di pace nello stress quotidiano. Non sentiva il bisogno di porsi domande e di trovare sensi in cose che per lei non ne avevano.
Doveva solo starsene lì e goderselo tutto.
I capezzoli le si indurirono al contatto con l’acqua. Poteva sentire tutto il suo corpo vibrare inebriato e immergersi ancora fino alla gola. Si, una gran bella sensazione. Ma avrebbe smesso, certo, quella roba faceva male, un paio di vacanze le bastavano, non voleva mica impazzire lei. E con lei avrebbe smesso anche Ferruccio, si, certo, avrebbero vissuto insieme come tutta la gente, il lavoro, il matrimonio, i figli e sarebbero invecchiati serenamente, bene in salute, ricordando con il sorriso questi momenti spensierati, bollandoli come errori di giovinezza e… sarebbero morti un giorno, si, magari insieme. Si immerse completamente nell’acqua.
L’oscura distesa si infrangeva con rarefatta violenza contro un muro di scogli. Ferruccio si ergeva su esso, maestoso nel cavalcare le rocce, immobile, ma di una stasi esclusivamente fisica. Il pensiero veniva scaraventato con dolcissima rabbia da un’immagine all’altra, con rapide visioni e consolidate teorie che sempre più confuse si susseguivano in quel gioco di domande e risposte. Sempre più violente le ondate si schieravano contro di lui, con ampie falcate d’innocenza circondavano il suo sguardo, lo rapivano, chiedendogli risposte sempre più insistenti, sempre più profonde. In un istante scisse il passato dal presente. In un istante riconobbe vita e morte, caduta e risveglio. In un istante… in un istante…
Un ampio schermo bianco gli riempì ogni visuale, un muro in cui rinchiudersi, un varco da salutare, fragile come il vento. Cumuli d’acqua finivano per sfiorargli i piedi, per infrangersi con rampante realtà in forme vitali. Sempre più esseri parevano nascere sotto i suoi occhi, vivi di un bianco candido, e sempre più vite si perdevano in un’accecante via. Più e più volte quel muro si era innalzato per il suo sguardo ed altrettante volte aveva creato un unico piano, privo di dislivelli e giochi d’ombra… Non vi erano né alti né bassi, ma solo una strada splendente, riflessa nei mille angoli della sua visuale. Dove portava quella strada?

***

Dal libro La croce piangente di Finizzi.

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