Il grido della terra. Missione Emilia di Fabio Clerici

L’obiettivo

Quando i mezzi partirono dall’autocentro, la Land Rover Discovery 3 condotta da Vimarco detto il “Capitano”, si attestò davanti alla colonna per far sostare la stessa a pochi metri dall’uscita mentre un infuocato sole sorgeva rendendo già l’aria irrespirabile.
Bruno era stato destinato al secondo dei tre pulmini Fiat Ducato e occupava la posizione accanto all’autista in quanto risultava il più anziano dei nove colleghi che componevano l’equipaggio, per questo era stato nominato capo-pattuglia.
L’esperto agente odiava l’estate in tutte le sue forme e l’afa di quel caldo luglio lo innervosiva a tal punto da fargli sognare di trovarsi in alta montagna, in pieno inverno, con una bufera di neve in corso.
Spesso l’uomo ricordava quanto amava percorrere i sentieri montani di qualsiasi rilievo, meglio se impegnativi, dove la pendenza fosse direttamente proporzionale allo spettacolo che si prospettava al raggiungimento della vetta.
Bruno era figlio di un ufficiale degli Alpini e il padre non poteva che avergli trasmesso un amore passionale per la montagna, vissuta e rispettata sia in inverno che in estate. Lo affascinavano i silenzi dei boschi, lo sciabordio dei torrenti, il fruscio dei passi e lo scricchiolio degli scarponi sulla neve, la bianca coltre che addormentava la natura e, infine il camino fumante.
“Siamo pronti?”, tuonò Vimarco che nel frattempo era sceso dal suo mezzo per controllare che tutti gli uomini fossero presenti e per verificare che l’abbigliamento di ognuno fosse rigorosamente di ordinanza, con regolare tuta operativa e buffetteria.
L’ufficiale era sicuro che qualcuno avrebbe dimenticato qualche accessorio, specialmente il cappellino di ordinanza modello baseball, ma tutto sembrava apposto. I cinque mezzi accesero i lampeggianti e il capofila si immise nel flusso della circolazione di una Milano che si risvegliava nel pensiero delle imminenti villeggiature nell’augurio di un’emozione vacanziera, nell’idea di un bacio galeotto rubato in riva al mare.
Viale Corsica, Viale Enrico Forlanini.
Il traffico iniziava il suo balletto di auto che velocemente e disordinatamente si apprestavano a compiere il rituale tragitto, ma oggi più che mai i conducenti erano già ermeticamente chiusi nei loro veicoli con i climatizzatori in funzione.
“Maledetto furgone!”, disse Bruno, “Ci hanno rifilato quello senza aria condizionata! Qui tra un’ora cuociamo tutti come polli”.
Erano le 7.40 e la colonna entrò in tangenziale Est, in direzione dell’autostrada A1.
Vimarco contattando via radio per l’ultima volta la centrale operativa sanciva l’inizio dell’operazione. “Grazie, ragazzi, buon viaggio e in bocca al lupo, fatevi onore!”, replicò l’operatore.
L’ufficiale invitò gli equipaggi a modificare il canale di trasmissione delle radio veicolari per creare una maglia-radio interna affinché le comunicazioni risultassero esclusive dei veicoli interessati alla spedizione.
I cinque mezzi con la livrea bianca, striscia rifrangente verde e la scritta “Polizia Locale” sulle fiancate, scivolavano veloci e compatti nel traffico incombente dell’autostrada A1 mentre il sole era già una realtà tangibile di colore rosso fuoco radente l’orizzonte.
“Viaggiamo serrati”, ordinò Vimarco. Il capofila non voleva che altri veicoli si inserissero nella colonna. “Andatura regolare, va bene così”, concluse.
La calura a contatto con l’asfalto creava curiose illusioni ottiche e l’autostrada sembrava un serpentone in movimento, costellata da fuochi fumanti qui e là.
All’autogrill di Fiorenzuola D’Arda le colleghe proposero una sosta tecnica e i cinque mezzi si posizionarono a lisca di pesce nei parcheggi del punto di ristori per una momentanea interruzione del viaggio che durò più del tempo che Vimarco aveva stimato in circa quindici minuti.
Quella pausa servì a Bruno, oltre che per approfittare della toilette, per annotare sul suo Moleskine alcune curiose frasi e impressioni di viaggio come da sua decennale abitudine.
“Tutti a bordo!”, gridò Vimarco, “Siamo in ritardo, a Carpi ci attendono!”.
In fretta e furia i ritardatari salirono sui mezzi, alcuni in possesso di generi di conforto. Gli autisti, facendo una rapida manovra, condussero il gruppo dei veicoli fuori dall’area di servizio.
Vimarco viaggiava da solo sulla Land Rover Discovery 3 in dotazione alla sua unità, equipaggiata di attrezzature logistiche e personali. Il mezzo sarebbe stato utile in zona terremotata in quanto “fuori strada”, quindi equipaggiato di verricello e dispositivi specifici per il soccorso pubblico i emergenza.
Enrico Frontini era l’autista del pulmino sul quale viaggiava Bruno. Era un uomo che da alcuni aveva raggiunto il traguardo dei cinquanta; alto, dinoccolato, di carattere introverso e accanito fumatore, cercava in ogni modo  e da anni di liberarsi del suo vizio. I due si conoscevano da parecchio tempo, anche se le loro strade operative non si erano mai incrociate.
Enrico che apparteneva al Corpo dal 1987, dopo il consueto iter da agente viabilista, aveva scelto di dedicarsi alla sezione autoradio per poi approdare alla centrale operativa dove aveva svolto per circa dieci anni la funzione di operatore radio. Attualmente era in forza all’Unità problemi del territorio insieme a Vimarco e rappresentava un’importante risorsa d’esperienza professionale.
“Enrico, vuoi essere il mio socio di pattuglia in Emilia?”, la frase tuonò dalle labbra di Bruno nel pulmino reso silenzioso dal profondo sonno degli altri passeggeri.

Il grido della terra. Missione Emilia di Fabio Clerici – Ass. Cult. TraccePerLaMeta, 2013 – pag. 140

Il commento di NICLA MORLETTI

Un libro autentico, coinvolgente e umano che narra della “Missione Emilia” con esattezza e precisione, in uno stile chiaro e pulito, scevro da qualsiasi imperfezione linguistica.
Un terremoto devasta case, strade, menti, e strazia i cuori della gente. Fabio Clerici, scrittore, poeta e uomo vissuto in contesti professionali relativi l’emergenza, racconta storie di donne ed anziani, parla di campi di profughi, del supporto alla popolazione e del grande spirito di servizio che rende l’ essere umano la migliore delle creature al mondo.
“Il grido della terra” non è una cronaca giornalistica, ma molto di più. Nelle pagine vibrano i sentimenti, le emozioni, la sofferenza, la commozione. Attrae quell’abbraccio alla signora anziana, quella stretta di mano che unisce gli uomini in un grido di speranza, mentre tutto  intorno crolla e muore. Tredici racconti, tre poesie e testimonianze reali invitano ad un’attenta riflessione in un coinvolgimento unico e totale. Un plauso all’autore per la sua umanità, per la sua forza, per il suo coraggio e spirito di servizio. Un libro che tutti dovremmo leggere per sapere, capire, comprendere meglio cosa c’è oltre quel “Grido della terra”.

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6 thoughts on “Il grido della terra. Missione Emilia di Fabio Clerici

  1. conosco i libri del poeta clerici. mi hanno sempre colpito. i suoi versi, le sue parole, vengono dall’anima.
    purtroppo anch’io ho trascorso un brutto anno con il terremoto. ho perso la mia casa, la disperazione, rabbia e tanto altro.
    è trascorso un anno, ma sembra ieri!
    avrei il piacere di ricevere questo libro, penso che con le parole del poeta, aiuti tutti noi ad avere quel cosa in più che a volte manca…..

  2. Qui si narra di una partenza,
    con l’ afa in committenza,
    verso l’ Emilia martoriata,
    dal terremoto sventrata.
    Fabio pennella due personaggi,
    brontoloni, forti e saggi,
    che diventeranno i protagonisti
    della storia e dei suoi lati tristi.
    E’ racconto anche d’ umanita’,
    di cuore e di carita’ :
    soccorrer i disperatii
    diventa opera di civilizzati.
    E la lettura si fa’ avvincente,
    immersa fra la buona gente;
    e riscalda anche la vita :
    c’e’ ancor pieta’ infinita.

    Gaetano

  3. Certamente lo stile lineare e asciutto ne facilità la scorrevolezza nella lettura. Il contenuto però e di quelli forti e nonostante il linguaggio semplice usato arriva al cuore del lettore come meglio non si potrebbe per descrivere i personaggi e una storia vera di emergenza

  4. Leggendo queste brevi righe ciò che emerge è la linearità del discorso, anche se l’impressione che ho avuto è stata quella di una porta aperta che spinge ad entrare dentro casa: cioè vengono intavolati i diversi personaggi, e in particolare Bruno, ma non si specifica molto, e questo credo che non sia un difetto, anzi un pregio, perché spinge il lettore a scoprire molto di più della vita di questi personaggi ed in particolare di Bruno.
    Un altra cosa che emerge è lo stile del linguaggio, lineare, come ho detto precedentemente, ma anche molto diretto e colloquiale, infatti nel tono delle parole pronunciate da Bruno, all’inizio, emerge la rabbia.
    Sarei molto onorata di poter leggere tutto il romanzo.

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