Uno –

Le ultime sagome si aggirano davanti al Piccadilly Night. Sono coloro che hanno superato indenni l’ennesima notte di alcool e sesso a pagamento.
Terry Lee cammina nervosamente davanti all’entrata del locale, sembra voglia consumare il marciapiede nella spasmodica attesa che lo divide dall’arrivo del suo autista. Trova tempo per l’ennesima Camel ma non per immaginare che qualcuno lo stia osservando. Il fumo denso della nicotina lo avvolge.
Molti sono i suoi nemici, il tesoriere di un boss non può illudersi di non averne ma neppure può convivere con il panico che due occhi, celati nel buio, non lo perdano di vista per un solo istante.

Silenziose attese, frazioni di secondo, frammenti di tempo: componenti strategiche della mia cruda professione.

Una stucchevole fuoriserie nera si ferma davanti al locale ormai deserto, alla guida un giovane incelofanato dentro un abito che lo rende più vecchio. Lee dà l’impressione di essere scocciato, lascia che gli aprano la portiera e sale dando un’occhiata intorno. L’auto parte.

Esco dall’ombra. Quel buio che da piccolo mi terrorizzava adesso è un fedele alleato.

A volte mi domando come sia potuto arrivare a questo punto, illudendomi di non averlo scelto e giustificando mi con il fatto che una combinazione di condizioni me l’abbia imposto. Questo è l’enigma che si ripropone nei momenti che precedono il mio ingresso in scena: credo sia dovuto ad un guizzo del rimasuglio di coscienza che tenta di bussare alle porte della mia mente con una speranza di fermarmi destinata a fallire. Difficile riuscirei, praticamente impossibile; io sono l’angelo nero, il braccio armato di chiunque sia disposto a pagare l’onerosa parcella prevista dalla morte su commissione.

Due

Guanti, casco integrale nero. Sotto il giubbetto di pelle, la fondina custodisce la leale compagna di lavoro.
Monto sulla Ducati Barracuda: il rombo dei tubi di scappamento riconcilia con un mondo che ormai da tempo non è più il mio. Un mondo dove sono la più mercenaria delle comparse; pochi secondi in scena, giusto il tempo di svolgere il compito per il quale sono pagato, e via alla ricerca di qualche altra banconota insanguinata.
Ho studiato a fondo le abitudini di Lee perché anche le più banali possono rivelarsi fondamentali per portare a termine la missione.
I lunghi appostamenti non sono stati infruttuosi. Lungo il ritorno a casa chiede al suo autista di fermarsi allo stesso sali e tabacchi che si trova su una traversa, a quell’ora deserta. Un rituale scandito, una prassi tradizionale al rientro dopo le sue notti brave. Il fumo uccide. Cosi recitano i pacchetti di sigarette.
Stamani Lee sarà involontario testimonial di tale funereo spot.
L’autista parcheggia poco prima del negozio e scende.
Ho pochi minuti. Il vantaggio è esserne consapevole.
Apro il gas della Ducati, un rombo di frastuono musica l’accelerazione che mi porta fino all’auto di Lee ancora in sosta. Una frenata secca fa fischiare le gomme sull’asfalto e blocca la moto di fianco al finestrino posteriore. Il tempo di vederlo voltarsi verso di me, scorgere nei suoi occhi un presagio di terrore e ho già estratto la semiautomatica.
Il ferro del calcio è freddo, freddo come l’ ombra della morte; il dito non indugia sul grilletto. Sono un professionista. Un professionista si definisce tale in quanto ha un ridotto margine d’errore. È una frazione di secondo ma, ogni volta, è come se riuscissi a immaginare la pallottola che corre lungo la canna della pistola per manifestarsi al mondo come annunciatrice di morte.
Anche stavolta è cosi.
L’esplosione è soffocata dal silenziatore, l’aria è invasa da mille pezzi di vetro del finestrino in frantumi. La pallottola raggiunge la testa di Lee: non ha il tempo di rendersi conto del trapasso. Mi sono sempre domandato cosa passi nella mente di un uomo un attimo prima di morire in quel modo; temo e smanio che un giorno qualcuno me lo faccia scoprire.
Esplodo il colpo della certezza, il secondo, meglio sarebbe chiamarlo il colpo che infierisce sul cadavere; è come uccidere un uomo morto ma è quella la pallottola che garantisce il pagamento della mia lauta parcella.
Ritraggo la pistola e apro a tutto gas; in pochi istanti sono già lontano metri. Lo specchietto della Ducati mostra la scena che si consuma alle mie spalle; il dopo fuga è un film già visto: urla di terrore di gente in strada e vani tentativi di recuperare l’ennesima vita che ho portato via con me.

Tre

SACRIFICIO D’ALFIERE di Daniele Sartini – MARCO DEL BUCCHIA EDITORE, 2011 pag. 164

Il commento di NICLA MORLETTI

Uno stile moderno, veloce e asciutto fanno di questo romanzo un esempio di bella scrittura, sempre tesa ad incuriosire il lettore, pagina dopo pagina. Ogni frase, ogni brano e ogni capitolo compongono un preciso mosaico, esattamente come i pezzi schierati sulla scacchiera: la torre, il cavallo, l’alfiere , la regina, il re e i pedoni. Come riuscire a dare scacco matto? Chissà se il professor Reed sapeva quanto quella vecchia scacchiera bianca e nera avrebbe influenzato e guidato il suo allievo? E chissà se l’adolescente Eddy fosse consapevole che quella partita prima o poi lo avrebbe cambiato per sempre? La curiosità aumenta. E può cambiare per sempre una persona un libro come “Sacrificio d’alfiere”?

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3 thoughts on “Sacrificio d’alfiere di Daniele Sartini

  1. Pathos e tensione in queste poche righe. Un racconto effettivamente “asciutto” come scrive Nicla Moretti e diverso dal solito.
    Spero di avere il piacere di approfondire la lettura ed entrare nella mente del killer.

    Stefania C.

  2. Un killer che uccide il cassiere del boss. Una scena da film americano anni CInquanta.
    Daniele Sartini descrive in emozione ( un poco macabra) i minuti che precedono l’ esecuzione.
    ” Sacrificio d’ alfiere ” ci conduce al terrore: E precisa un dato della psicologia dell’ assassino.
    Avvincente. E’ un frammento di un mondo che non vorremmo esistesse ma invece prospera.

    Gaetano

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