Uno –
NOTTE NERA COME LA PECE –

La notte e quel telefono che squilla incessante. Lo squillo mi martella. Cessa. Ricomincia. Cessa. Riprende.
Alzo la cornetta:
– Scendi Lucilla, sono qui sotto casa tua. Devo parlarti.
Una volta sola, ti prego.
– Non ci penso proprio. Sono ancora piena di lividi.
– Mai più, te lo giuro, non succederà mai più.
Quante volte ha ripetuto quella frase? Tutte le volte che gli ho dato retta. Ora no, non più. Chiusura ermetica.
Stacco il telefono e provo a dormire. Il mio dormiveglia si popola delle scenate reiterate negli ultimi mesi.
Sì, è la decisione giusta. Non posso tornare indietro.
Infilo le cuffie dell’iPod
“Qui si può solo piangere e alla fine non si piange neanche più… qui si può solo perdere e alla fine non si perde neanche più”… La dolce e tagliente voce di Vasco evoca una beatitudine che avevo dimenticato. È vero, non è questo il mondo che vorrei. Finalmente prendo sonno.
La mia notte si popola di incubi. Dentro c’è lei. Sempre.
Adele, mia madre. Lampi di immagini, squarci di luce dipinti di dolore. Il primo: il volto rigato di lacrime mute. Il secondo: gli occhi spalancati a chiedere risposte.
Il terzo: il capo chino e le mani abbandonate in grembo. Mi sveglio con il cuore che sussulta in gola, arrotolata nel letto a cercare invano una sponda di conforto.

Due
ESONDAZIONI

Stronza, non sei che una stronza. Che t’avrò fatto mai? E riattacca questo maledetto telefono, tanto finché non mi avrai parlato non avrai tregua.
Ti prego, ti prego Lucilla, amore luminoso, non lo senti che senza di te non vivo? Maledetta rabbia, maledetta incontrollata rabbia. Quando è iniziata?
La prima volta:
sono a scuola, mi ha interrogato in storia il professor Ricucci, non ho spiccicato parola. Buio nella mente, vuoto desolato.
Rischio di perdere l’anno con quella marea di insufficienze che mi ritrovo, e mio padre, il mio integerrimo padre…. L’ansia sale, la rabbia pure; la mente si ottenebra e va per conto suo senza considerare che sono stato io a incollarmi su quel videogioco invece di studiare.
Mi sento braccato.
Il primo che mi capita a tiro, Andrea, che si avvicina per cercare di parlarmi ne fa le spese: lo afferro per la gola e lo riempio di cazzotti. Mi devono staccare da lui e, improvvisamente come era venuta, la rabbia sfuma. Mi guardo intorno e realizzo.
Mi sento evaporare mentre penso alle conseguenze del mio gesto. Guardo il mio amico, ha un occhio pesto ma è tutto intero e sta bene.
Mi portano in presidenza e cerco di spiegare.
Risultato: un’amicizia svanita, l’anno inesorabilmente perso, la prescrizione per un ciclo di psicoterapia… il marchio di psicolabile.
La seconda volta:
sono passati quattro anni, la lezione è servita. Ho archiviato quell’episodio, superato la maturità, ricostruito amicizie.
Lavoro nell’azienda di mio padre e un giorno per un motivo banale inizio a discutere con un impiegato che non ritrova una fattura… buio: mentre sale la rabbia, mi si annebbia la vista, sento pulsare le vene del collo.
Sono come impossessato… il mostro è tornato. E giù botte.
Devono immobilizzarmi in tre e ricomincia la solfa. Quegli occhi gelidi mi si conficcano in faccia ogni volta che lo incontro.
Mio padre è arrivato a odiarmi. Lungi da lui il pensiero che potrei avere bisogno di aiuto. Lui non pensa, giudica! E il giudizio è inappellabile: fuori dalle palle, con il mantenimento.
Due anni per ricostruirmi e illudermi che le deflagrazioni nel mio cervello fossero cessate.
La terza volta:
era impossibile continuare a lavorare nell’azienda di mio padre, tra sguardi di commiserazione misti a rancore: ho lasciato l’impiego, mi sono iscritto all’Università.
Ho conosciuto Lei. Bella come un raggio di sole che colpisce l’impiantito umido di temporale a formare un improbabile arcobaleno.
Era lì, sembrava aspettare proprio me, quella mattina grigia di novembre.
Aveva perso il tacco di una scarpa e si era fermata.
Ho visto Cupido aleggiarle intorno, staccarle con un’invisibile forbice il rialzo dalla calzatura e, giratosi verso di me, mimare il lancio di un dardo. Colpito!
È stato amore. È amore. È ossessione.
Quando la guardo e penso che i suoi occhi possano fermarsi ed essere catturati da uno sguardo altro, sento di nuovo le tempie pulsare e quelle vene del collo che si ingrossano a martellare.
La rabbia esplode e il mostro invade la mia mente.
La rabbia è esplosa, il mostro mi ha invaso la mente quando, dopo sei mesi che stavamo insieme, l’ho vista parlare al bar con un suo amico. Sono fuggito a sbollire.
Appena l’ho rivista e ho iniziato a chiedere e lei a rispondere con strafottenza, le mani mi sono partite da sole e ho picchiato giù duro e mentre colpivo non c’era lei sola a subire.
Più colpivo, più lei alzava la testa. Non ho visto una lacrima rigare quel volto. E questo me la faceva amare di più e nello stesso tempo desiderare con maggior forza di annientarla per
impadronirmi di lei.
Con le botte distruggo il mondo e continuo a sentirmi impotente.
Il bersaglio che vorrei mi sfugge.
Botte a tutti. Anche a questa furia che mi devasta.
E così è stata la quarta e la quinta e ho perso il conto.
E ho perso lei.
E adesso il cemento del mio cuore reclama quel ristoro di colore a illuminare la pece di questa notte nera.

***

Dal libro Ho seppellito Giove di Anna Laura Bobbi

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6 thoughts on “Ho seppellito Giove di Anna Laura Bobbi

  1. Brividi, ecco cosa mi ha trasmesso il brano ed emozioni forti. Sono anche andata a risentire la canzone di Vasco. Un inizio forte, bello che mi ha catturato. Trasmette la paura di Lucilla, il suo terrore e la rabbia di lui che non riesce a controllarsi. Molti dicono che è una malattia, certo è che noi donne siamo le vittime.
    Sono curiosa di “capire il titolo”, non mi è ancora molto chiaro il suo significato.

    Spero di poter ancora affiancarmi a Lucilla e vivere con lei le sue emozioni leggendo il libro.
    Saluti.

    Stefania C.

  2. Gentile Anna Laura,
    non è stato semplice trovare le parole giuste per commentare l’estratto del Suo romanzo: una volta letto, ho dovuto far sì che il vortice di pensieri che mi ha trasmesso, trovasse una giusta collocazione.
    Scrittura semplice, diretta, parole forti che ti lasciano senza respiro.
    I pensieri, le ansie, le angosce, i dialoghi interiori della vittima e del carnefice, alternandosi, trascinano il lettore in un vortice di disperazione. E’ tangibile la voglia di “liberarsi da un peso opprimente” che attanaglia i protagonisti. Da un lato Lucilla, che, mi sembra di aver capito, sta rivivendo lo stesso, terrificante destino di sua madre; dall’altro il Lui del racconto che, nel padre non ha trovato l’aiuto (non quello materiale del denaro) di cui aveva bisogno per cercare di risolvere i suoi problemi.
    Ho paura per loro.
    Spero di poter leggere il libro per intero.
    Un caro saluto,
    M.Grazia P.

  3. Sconvolgente è il termine che mi viene in mente sul momento…
    Interessante l’idea di mettere come io narrante lo “stalker” (vogliamo chiamarlo così?) e “sentire” il suo punto di vista e le sue emozioni.

    Pamela

  4. Quando la violenza esplode, si ritira la ragione. L’ amore, no, tal volta. Nel tentativo di ricuperare la rabbia in passione.
    Anna Laura Bobbi ha seppellito – con Giove – nel suo romanzo anche ogni pianeta di speranza. Pagine tristi. Un poco disperate.

    Gaetano.

  5. Racconto molto attuale e che ogni giorno oramai si legge sui quotidiani, fortunatamente per il velo di omertà che è caduto e per la forza che è arrivata nel denunciare queste cose. Lei lo descrive con molto amore e passione. Sicuramente un bel racconto da leggere e da far riflettere. Brava.

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